POLITICA E RAPPORTI: SCELTE DIVERSE POSSONO DIVIDERE AMICIZIE
12 Giugno 2016
Il dilemma PD: bandiere al vento o recinti aperti?
13 Giugno 2016A scanso di equivoci va detto che chi scrive vive in un comune che originariamente (fine ‘800) era diviso in tre comuni e che oggi si articola in 7 frazioni, 8 parrocchie (e dunque otto campanili con 8 parroci e provateci voi a mettere d’accordo 8 parroci più uno stuolo di altri sacerdoti), una manciata di campi da calcio e più o meno quasi altrettante squadre. Come se non bastasse una di queste frazioni è divisa amministrativamente più o meno a metà con una strada che ne sancisce il confine, a destra sei sotto Mira e a sinistra sei sotto Venezia. Malcontenta si chiama e, no, il suo nome non si deve a questa suddivisione. Invece solo una strada (7 metri ) ne separa un’altra da Venezia (guardate che 7 metri valgono e tanto; valgono, ad esempio, la differenza tra un biglietto extraurbano ed uno urbano). Infine: a metà degli anni 80 una di queste frazioni (la mia), Oriago, condusse una battaglia per tornare a rivivere gli antichi fasti perduti di quando era uno dei tre comuni (essendo gli altri due Mira e Gambarare) dalla cui fusione nacque per l’appunto quello unitario.
Insomma: il background autonomista c’è tutto (altro dire che io lo sia ). Figurarsi se snobbo la questione della separazione tra Venezia e Mestre. Ma se allora la battaglia indipendentista oriaghese fu fermata dalla legge 142/90 che riordinava le autonomie locali di fatto vietando la nascita di nuovi comuni (ma prevedendo nuove forme di decentramento come ad esempio i Consigli di Frazione) e dall’altro favorendone semmai l’unione (specialmente fra quelli coerenti in termini di estensione, contiguità e numero di abitanti), oggi a bloccare le vecchie/nuove istanze autonomiste mestrine c’è una cosuccia da poco che mi pare venga messa in secondo piano dai fautori dell’autonomia: la città metropolitana. Bene scrive, al riguardo, in questo stesso spazio Franco Vianello Moro e non ripeterò dunque quanto da lui sostenuto.
A me interessa invece pormi e porre un altro interrogativo. Più che chiedersi se abbia un senso che Mestre diventi comune autonomo da Venezia , non ha forse più senso chiedersi se Venezia meriti davvero la città metropolitana? Perché, seppure ci si trovi ancora in un terreno in gran parte inesplorato, appare chiaro ed evidente che in un’ottica metropolitana molti campanilismi, localismi, legittime istanze autonomiste verrebbero messe in secondo piano se davvero ci si convincesse delle grandi potenzialità che verranno dal considerare, anche da un punto di vista istituzionale-amministrativo, come un unico territorio ciò che più o meno è l’intera provincia di Venezia.
E dunque viene davvero da chiedersi: ma Venezia e la sua classe dirigente, sindaco in testa, si rendono conto delle potenzialità ma anche dei “sacrifici” che dovrebbero fare per consolidare questa prospettiva? A chi scrive sembra che Brugnaro non creda poi molto all’area metropolitana. Parliamoci chiaro: fossi al suo posto anche io avrei fatto di tutto per impedire il referendum separatista. Perché? Beh fatevi un paio di conti su cosa significhi, in termini di entrate fiscali, avere una Nave de Vero in casa oppure una zona industriale comunque appetibile come quella di Marghera. Però se non ci crede (forse, meglio, se non ne è convinto) chi della città metropolitana ne è il presidente (almeno fino a quando non verrà scelto attraverso un percorso elettivo democratico), dovrebbero forse crederci quanti sognano Mestre comune?
Eppure sono e sarebbero molte, invece, le tematiche ove appare utile e interessante promuovere un intenso dibattito onde giungere ad una visione davvero metropolitana (magari ancorché non contemplate nella molteplicità di funzioni di questo nuovo ente) e sinergica.
Ne cito qualcuna fra le molte.
Le politiche di interazione dei trasporti locali dove ancora si fatica ad entrare nella logica di una bigliettazione intermodale unica (magari a tempo come, ad esempio, accade in grandi città italiane).
Le politiche per il turismo dove non ci si può non chiedere, ad esempio, in quale modo il recente rilancio del polo museale altiniano oppure le splendide ville che si affacciano lungo la Brenta possano interagire con le realtà museali veneziane? Non potrebbe nascere proprio da queste esperienze una sorta di Ecomuseo che per sua stessa definizione è sistema diffuso e capillare?. Lo stesso nuovo museo di Mestre sarà o meno una realtà separata dal resto del tessuto culturale veneziano?
Provate a percorrere il ponte della Libertà, via Fratelli Bandiera e poi la Statale 11: vedete? Vedete come oramai i confini tra paesi sono meri cartelli stradali perché oramai viviamo in una dimensione “glo-locale”, in un unico e solo tessuto urbanistico le cui cesure potrebbero risolversi dentro una politica urbanistica unitaria con l’obiettivo di ridisegnare gli stessi concetti di centro e periferie?
La (ri)definizione di nuove politiche industriali non può prescindere da una visione condivisa dei territori limitrofi non foss’altro perché è da lì che proviene la più parte della manodopera passata, presente e (soprattutto) si spera futura.
Non so voi, ma a me questi temi paiono estremamente affascinanti (al di là se essi tecnicamente ricadano o meno tra le competenze della città metropolitana). Molto più delle polemiche pro o contro referendum. È su questi temi, infatti, che si gioca il futuro non di una città, per quanto ricchissima di fascino, ma di un territorio. È, e ci torno tra un momento, su questi temi che si gioca la credibilità e l’intelligenza di una classe dirigente se davvero vuole essere considerata tale. Su questi temi Venezia dovrebbe non imporre la propria leadership (magari solo sulla base del fatto che il Presidente dell’Area Metropolitana per l’appunto coincide col suo sindaco) ma dovrebbe in un certo senso svolgere il ruolo di opinion maker, di favoritore di un dibattito complessivo dove ognuno vi partecipi vedendosi riconosciuta pari dignità. A volte invece Venezia sembra porsi nei confronti dei territori limitrofi in modo imperioso. Forte del suo prestigio, dei riconoscimenti, delle politiche in suo favore tratta gli altri da matrigna più che da madre. Non è in gioco una semplice istituzione chiamata a sostituirne delle altre inglobandone le competenze. Con l’area metropolitana potrebbe essere in gioco una vision, la ricerca di una vocazione comune ad un territorio vastissimo di cui Venezia non può ma deve essere l’elemento trainante. Questa potrebbe e dovrebbe essere l’autentica sfida da cogliere. Perché oggettivamente che senso ha istituire un nuovo comune proprio nel momento in cui molte delle competenze affidate agli enti locali sono destinate a confluire nella nuova istituzione?
C’è poi un altro interrogativo cui non ho risposta e che dunque mi limito a tratteggiare. Questa istanza autonomistica di (parte) di Mestre è oramai consolidata nel tempo come bene sottolinea Vianello Moro in un articolo su questa stessa pagina. Essa dunque esprime comunque un malcontento le cui ragioni questo dibattito sterilmente incardinato su questioni di legittimità giuridiche mi pare non affronti. E su questo malcontento espresso ma irrisolto una responsabilità ce l’hanno probabilmente le classi dirigenti (tutte!) che negli anni si sono succedute nel governo della città. Prova ne sia l’oggettivo cambio di prospettiva che sul tema stanno mostrando alcuni esponenti di quel PD (e dei partiti di cui esso è figlio) che nel suo DNA ha sempre avuto l’indivisibilità di Venezia da Mestre. Evidentemente non è stato bastevole l’istituzione di municipalità che di fatto contavano, almeno parzialmente, quanto un comune di medie dimensioni. Ne è bastato istituire la figura del “pro sindaco” di Mestre. Le ragioni di queste istanze autonomiste sono evidentemente rimaste senza risposta. D’altra parte vi era un tempo in cui si diceva che mai sarebbe diventato sindaco di Venezia chi non avesse abitato nel suo centro storico. Per vedere smentita questa profezia c’è voluto uno che a Venezia nemmeno abita



