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22 Maggio 2017Prendiamo a riferimento due recenti iniziative governative, il “migration compact” e il decreto Minniti.
Il “migration compact” è la proposta di un patto, inviata nel 2016 dal governo Renzi ai presidenti della Commissione e del Consiglio Ue, per la gestione dei flussi migratori. E’ basata su di un piano straordinario di rimpatri e sul supporto di vario tipo, soprattutto finanziario e operativo, a beneficio dei paesi europei coinvolti; la proposta comprende tra l’altro uno “screening accurato in loco tra rifugiati e migranti economici”.
Il decreto Minniti, ovvero il decreto legge 17 febbraio 2017 n.13, prevede la creazione di Sezioni specializzate in materia di immigrazione presso i tribunali ordinari, l’eliminazione di un grado di giudizio nei ricorsi contro il no all’asilo, la sostituzione dei vecchi Cie, i Centri di identificazione ed espulsione, con i Cpr, Centri di permanenza per il rimpatrio; inoltre prevede la possibilità di lavoro volontario e gratuito per i richiedenti asilo. Queste strutture, i Cpr, ospiteranno i migranti da rimandare in patria. Le disposizioni escludono il trattenimento nei Centri di persone “in condizioni di vulnerabilità”. Lo straniero che arriva illegalmente in Italia viene condotto “per le esigenze di soccorso e di prima assistenza” presso appositi ‘punti di crisi”, dove avvengono le operazioni di identificazione, dattiloscopica e segnaletica. Il “rifiuto reiterato” di sottoporsi all’identificazione configura “rischio di fuga” ai fini del trattenimento nei centri.
Due gli obiettivi del decreto: velocizzare l’esame delle domande di asilo e contrastare l’immigrazione illegale. Circa il decreto, a mio avviso un po’ nebuloso, sarà da vedere come si evolverà la sua implementazione, quali saranno le linee ed i criteri applicativi; altrimenti, per quanto riguarda per esempio i centri di raccolta, potrebbe risolversi in buona parte in un cambio di sigla.
Il ministro Minniti ha stretto accordi con la Libia, presumibilmente avendo come riferimento l’accordo Ue/Turchia. L’obiettivo è che la Libia si attivi come contenitore che funga da ostacolo alla successiva traversata del Mediterraneo. In effetti l’accordo UE/Turchia ha funzionato, almeno per ora, in quanto ha assorbito gran parte del flusso dei rifugiati siriani, ed ha inoltre prodotto l’esaurimento della rotta balcanica. Tuttavia la Libia è un paese instabile, occupato da tre formazioni politiche, molto diversificate al loro interno, che fanno capo a Tripoli, a Bengasi e a Sirte, e non è scontato che il compito di contenimento funzioni, e che oltretutto funzioni consentendo permanenze in condizioni sanitarie e di sostentamento apprezzabili, o perlomeno decenti.
La gestione dei flussi richiede sempre, o quasi, accordi con i paesi di provenienza, e già questo presenta varie difficoltà. E’ stato proposto (vedasi ad esempio Lucio Caracciolo, in Limes) che in cambio di contropartite finanziarie, da dividere con gli altri paesi europei, si proceda ad accordi con i pochi stati disponibili a Sud del Mediterraneo, per l’accoglienza dei migranti in centri gestiti in condizioni vivibili, da cui poi farli venire legalmente ed ordinatamente in Italia. Ma anche in questo caso, nascono problemi non da poco: per quanto tempo si prevede che duri questa accoglienza? E soprattutto come ci si accorda, con il paese che gestisce questa accoglienza, sulla selezione dei migranti da trasferire poi in Italia?
Due sono quindi gli obiettivi di primaria necessità, la gestione dei flussi e la politica migratoria.
La gestione dei flussi è una prima fase incombente e preliminare, atta ad alleviare la pressione migratoria. Ma trattandosi l’immigrazione di un fenomeno strutturale, presumibilmente di lunga durata, bisognerà investire in strutture per l’accoglienza, e dopo l’accoglienza, investire nella fase dell’integrazione.
Tralasciamo per ora il capitolo dell’integrazione. L’integrazione è un concetto trattato spesso con astrattezza e inteso in modo convenzionale, ma necessiterebbe di maggiore definizione e approfondimento; i fatti dimostrano che è un processo di difficile conseguimento, che ha manifestato le sue falle in paesi con più esperienza di noi nell’affrontare ondate immigratorie, provenienti per esempio dalle loro ex colonie. Ed inoltre, per inciso, richiederebbe da parte delle nostre istituzioni severità e coerenza nel fare rispettare le leggi e nell’eseguire con efficacia gli atti di espulsione.
Ma oltre ad alleviare la pressione, quali politiche adottare nei confronti dei migranti? Innanzi tutto, dividere i migranti da zone di guerra dai migranti economici; una suddivisione inevitabile per calibrare la politica nei confronti dell’immigrazione, politica che dovrebbe essere più favorevole nei confronti di chi sfugge a guerre e distruzioni; e più selettiva nei confronti di chi chiede asilo per ragioni economiche (o ambientali, riferite per esempio ai migranti che si dichiarano omosessuali).
Il lavoro dei migranti costituisce un prezioso apporto alla nostra economia, al nostro welfare, oltre ad un aiuto ai paesi di origine per il trasferimento di rimesse. Ma tutto questo a varie condizioni: purchè si tratti di lavoro regolare, e non certo di assistenza protratta negli anni; purchè ci siano le condizioni per impartire da parte nostra un minimo di istruzione e la volontà da parte dei migranti di assimilarla e di imparare la nostra lingua, e di rispettare le nostre leggi; e purchè i paesi di origine abbiano una stabile struttura statale, al fine di usufruire delle rimesse.
Una istruzione sufficiente ed un inserimento regolare e decente nella nostra economia e nel nostro tessuto sociale sono componenti essenziali cui deve tendere una politica dell’immigrazione, componenti che il nostro stato dà l’impressione di non affrontare con la dovuta energia. Un programma così delineato comporta un continuo monitoraggio delle necessità della nostra economia, in definitiva un riferimento continuo al mercato del lavoro, che valga nei confronti dei migranti economici, così come del resto vale nei confronti degli italiani.



