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16 Aprile 2016Non ho percezione di quanto diffuso sia il fenomeno. Ma a me fa pensare a quel piccolo, quasi impercettibile, brivido lungo la schiena che preannuncia la febbre. È da tempo che mi arrivano (e se arrivano a me non ditemi che voi ne siete immuni) delle mail che aboliscono la vocale finale. Insomma: mi arriva una roba del tipo ” Ciao a tutt* ” (e qualche mittente che davvero ha voglia di esagerare giunge a cimentarsi con un Car* tutt* ) con quell’asterisco che generalizza indistintamente il genere di appartenenza sessuale dei destinatari. Fino a quando è una mail passi. Ma quando cominciano a ripetersi oppure (è capitato qualche giorno fa) questo orribile asterisco compare su uno slogan “graffittato ” accanto al polo di scienze umanistiche di Ca Foscari significa che questa tendenza si sta consolidando.
E a me dà fastidio.
Ma, dico io, costa troppo scrivere chesso’ tutte e tutti anziché violentare la lingua italiana che, inconsapevole, ha le sue belle vocali, i suoi bei generi e persino le sue belle regole di concordanza? Ma soprattutto: perché? Siccome alcune di queste mail mi arrivano da persone dotate di un significativo spessore culturale è ovvio che deve esserci un significato. Già: ma quale? Sia chiaro: sono fra coloro fermamente convinti che il linguaggio, in un certo senso, rafforza, riproduce e diffonde degli schemi di realtà che spesso si manifestano in strutture di potere. E, inutile nascondercelo, spesso il rapporto maschio-femmina è un rapporto unilaterale di un potere percepito/esercitato dagli uni sulle altre. Da questo punto di vista dunque sostituire le differenze con asessuati asterischi ha (dovrebbe avere) il senso di una specie di neutralità rispetto alle identità sessuali. Il risultato cui si arriva però a me fa pensare più alla omissione e alla censura. Ho la sensazione che sia una specie di femminismo di ritorno che, come tutte le cose di ritorno, spesso sono solo la brutta copia degli originali. È’ una sorta di politiically correct al contrario; un paradosso superficiale dove spesso noi (inteso, noi italiani) eccelliamo.
Mi spiego: le discriminazioni di genere, purtroppo, nel nostro Paese abbondano. Non passa settimana senza che qualche mezzo di informazione non pubblichi statistiche ed inchieste da cui si evince che la parità di genere sia ancora una mera illusione. Per carità: qualche passo in avanti è pure stato fatto ma la strada che porta, ad esempio, ad assegnare uno stipendio, un incarico aziendale al candidato più bravo indipendentemente dalla sua identità sessuale è molto lunga. Ma, come sempre, sembra che si scelga il percorso più breve e spesso anche quello più tortuoso e ridicolo per cercare (cercare!) di raggiungere l’obiettivo. Si preferisce cioè anziché valorizzare ed equiparare i generi annullarli. Ma e’davvero questo ciò che si prefiggeva il femminismo negli anni sessanta/settanta (nonostante la foto che compare alla fine dei suoi articoli, chi scrive mette i piedi sulla terra alla fine di quel decennio e all’inizio del successivo)? Ho infatti anche un’altra sensazione: e cioè che questa tendenza sia al momento propria di una generazione (quella per l’appunto del femminismo e suoi dintorni con qualche sprazzo di giovani menti comunque attratte da quella esperienza) piuttosto che già fenomeno di massa (per fortuna!). E dunque che in questa scelta ci sia, appunto, una sorta di voglia di rivincita di battaglie dignitosamente combattute ma probabilmente irrimediabilmente perdute. Un po come accade in politica dove non manca mai chi ancora sogna le magnifiche sorti e progressive di una sinistra oramai stabilmente ferma ad un zero virgola qualcosa in termini di consenso.
È davvero questa in-distinzione ciò che serve alle donne? Ci hanno insegnato che il riconoscimento delle differenze è alla base della crescita intellettuale e personale di ognuno. Però, per l’appunto, per riconoscere qualcosa questo qualcosa deve esistere, deve esserci, deve essere concretizzato. Se io invece volontariamente annullo le differenze, se faccio del maschile e del femminile una specie di minestrone come posso riconoscere e valorizzare le differenze? Non lo posso fare! È dunque fingo che il problema si risolva solo perché tratto la lingua italiana come se fosse una specie di magia capace di annullare le differenze semplicemente eliminando una vocale. Ma così non si fa strada. Così non la fanno nemmeno le donne cui serve molto di più che questa finzione, questa che a me sembra una ipocrisia (un po come accade nei quotidiani quando il cancro diventa una brutta malattia ). Si: è una ipocrisia, una specie di contentino. Un modo per dire “le differenze di genere penalizzano le donne” se eliminiamo i generi (grammaticali) ipocriticamente pensiamo che le differenze strutturali, quelle che esistono davvero, quelle pesanti non ci siano più. È vero le teorie gender ci dicono che esistono individui dalla sessualità ibrida, probabilmente mutevole e cangiante, difficilmente inquadrabili nella relazione maschio/femmina ma non privi (come invece farebbe pensare l’uso massivo dell’asterisco) di una sessualità. Invece l’asterisco struttura una irrealta, una realtà che non esiste, e che, se esistesse, sarebbe grigia perché composta solo da esseri asessuati e in quanto asessuati privi di una loro identità e specificità.
Ecco: per favore teniamo le vocali finali. Lasciamo gli asterischi al loro destino. Scrivere tutte e tutti è molto più utile alla causa delle donne di un asterisco. Anzi di un asterisc* dato che si tratta pur sempre di un…maschile.



