
Venezia non basta a sé stessa
17 Aprile 2026
Il provincialismo italiano di fronte a una sfida globale
19 Aprile 2026A Palazzo Grassi, a Venezia, c’è una mostra su Michael Armitage, nato a Nairobi da madre keniota e padre inglese, cresciuto in Africa e, dall’adolescenza, a Londra, dove si è formato alla Royal Academy. Le sue opere raccontano il Kenia contemporaneo.
Vado alla mostra come se avessi una promessa in tasca, ma è una promessa che le prime sale mantengono e tradiscono allo stesso tempo. Le tele sono grandi, i colori caldi e ammalianti; la narrazione spesso crudele.
Nella stanza sul Canal Grande, la più luminosa, tra le due finestre mi fermo davanti a un’opera più piccola delle altre: un movimento circolare e ipnotico di cerchi concentrici solleva una madre e un bambino in una spirale celeste. Potrebbe essere un’Assunzione laica se non fosse per la presenza di una figura lontana nello sfondo, come un santo che ha perso l’equilibrio e viene trascinato via dal vento.
In quella madre dalle gambe svettanti nel blu del cielo c’è qualcosa che riconosco. Forse perché proprio davanti a queste finestre, a Ca’ Rezzonico, ci sono gli angeli di Tiepolo, felice pittore di gambe nude e sgambettanti. O forse perché alzando gli occhi al soffitto dorato, una trionfante Giustizia è adagiata su nuvole vaporose, mosse da una brezza che richiama il vortice di sotto. Torno alla donna col bambino davanti a me. Non ha proprio niente della leggerezza di una Madonna in cielo e, anzi, a ben guardare sembra che faccia fatica a salire. Da questo punto, non voglio più farmi domande. Il colore dominante delle altre tele è l’azzurro: mari schiumosi e selvaggi, corpi che galleggiano sopra. Non posso più fare finta di non capire. Un barcone stipato di persone. Un uomo stende un braccio per tenere sollevato il figlio in un paesaggio ormai sottomarino.
Leggo la didascalia, l’unico modo per andare oltre la pittura. La sala sul Canal Grande è dedicata a Lampedusa, o meglio, a quelli che Lampedusa non sono riusciti a raggiungerla. Non ci sono Madonne in questo tratto di mare.
Non devo farmi ingannare dai colori morbidi di Armitage: il verde che evoca l’Africa lussureggiante; i rossi, i gialli, gli arancioni delle folle, i corpi fatti di pennellate trasparenti che si fondono con la stessa natura. Armitage seduce così: getta un’esca attraente per poi scaraventarti dentro la tragedia. E lo fa coerentemente fin dalla prima sala, dove una donna sul ring con i guanti da boxer sembra tormentata da figure oniriche e mostruose alle sue spalle. È il ritratto di Conjestina Achieng, famosa campionessa di pugilato, la prima donna africana a conquistare un titolo mondiale. La stampa l’ha distrutta per i suoi problemi di salute mentale.
E poi c’è l’uomo con la bocca disegnata di rosso come un clown, gli occhi socchiusi e folli e un pneumatico al collo. Mi guardo intorno e vedo che non sono la sola a fissarlo. È un’opera che non si riesce a lasciare indietro. Cerco la didascalia. E questa racconta l’orrore di un linciaggio a cui l’artista ha assistito da bambino nel Sud Africa dell’apartheid. Alla vittima hanno gettato addosso un pneumatico cosparso di benzina per poi appiccargli fuoco. Ecco cosa sono quei bagliori rossastri.
Conosco l’Africa solo dai romanzi e dall’arte e sono imbevuta di quella radicata fascinazione europea per l’esotismo. Armitage lo sa e me lo ritorce contro. Lo fa usando una tecnica pittorica familiare e seducente, citando senza riserve Gauguin, Manet, Goya o Picasso. Come nel gruppo di maschi nudi su uno sfondo di toni bruni, dove dei tocchi dorati sui genitali attirano inevitabilmente lo sguardo. Sono ragazzi che si prostituiscono per i turisti di Mombasa. Un controcanto alle Bagnanti di Picasso.
E poi la folla disordinata e scomposta durante le elezioni del 2017. Più che festosa sembra una folla in delirio, che scambia le promesse per verità. Perché ci si illude sempre?
In qualche modo m’illudo anch’io. Mi lascio imbrogliare dalla pittura sapiente di Armitage, trasportare dalla sua folla impazzita, dai colori mai squillanti, dalle scene corali. Ma a ogni didascalia l’entusiasmo si raffredda.
Ogni scena rimanda a linciaggi, povertà, prostituzione, violenza, droga, morte. Ad un certo punto, perdo la fiducia. Potrei anche fermarmi alla tela e non cercare altre informazioni. Potrei restare sulla soglia. Invece leggo avanti.
Mi avvicino poi alla tela: ci sono dei buchi che smangiano le pennellate e escrescenze lunghe come cicatrici che le danno un aspetto organico, tattile. Non è tela di lino ma Lubugo, un tessuto della tradizione ugandese, ancora oggi legato in alcune culture a cerimonie funebri. Lo si ottiene dalla corteccia scorticata dell’albero di fico, che viene poi ammorbidita, battuta, lavorata. Il tessuto rimane imperfetto, il pennello deve scendere a compromessi con i suoi solchi e i suoi sfregi. Armitage ne aveva trovato dei pezzi a un banchetto per souvenir qualche anno fa. Quel materiale è diventato per lui il corpo dove scrivere la storia del Kenia contemporaneo, un paese che il colonialismo britannico ha lasciato con ferite ancora aperte.
Mi chiedo se Armitage, nato nel 1984, con la sua identità africana ed europea, non porti queste pulsioni dentro di sé.
Ripenso alla boxer di prima. Forse mi stava invitando a salire con lei sul ring. Forse mi stava dicendo di fare attenzione: i colpi arrivano inaspettati sotto la cintola.
Solo verso la fine della mostra ho tirato il fiato. Paesaggi fatti di tante pennellate sottili che donano una profondità quasi tridimensionale. Ma le implacabili didascalie raccontano di terre fragili, contese dagli uomini, minacciate dalle guerre o dall’inquinamento.
L’ultima opera mostra un uomo che dorme. Il viso si sdoppia come una maschera e fluttua nello spazio. S’intitola You, who are alive (voi che siete vivi) e mi sembra che dica: io ho fatto il mio. Adesso spetta a voi.
Almeno, questo è quello che ho capito io.



