
COSTUME & MALCOSTUME Siamo tutti bastardi
25 Giugno 2026C’è ancora domani: quattro strade possibili contro populismo ed estremismo
Il 25 giugno, al Teatro Franco Parenti, cinque parlamentari riformiste — Elisabetta Gualmini, Marianna Madia, Lia Quartapelle, Simona Malpezzi e l’europarlamentare Pina Picierno — si sono confrontate con Christian Rocca a moderare, per iniziativa del Circolo Matteotti D.A.R.E. e di Linkiesta. Il Circolo — la sigla D.A.R.E. sta per Democrazia, Autonomia, Riforme, Europa — non è un partito: è un presidio interpartitico, un luogo dove sensibilità diverse si incontrano senza annacquarsi. Il titolo parla di quattro strade. Sono vere, e le vedremo. Ma sono quattro risposte a una domanda sbagliata.
Cominciamo dal nome, che non è un caso: Matteotti. Un secolo fa, mentre l’Italia scivolava nel fascismo, il fronte che avrebbe potuto fermarlo era diviso — riformisti, massimalisti, comunisti, ciascuno fedele alla propria purezza. Quella divisione non fermò nulla: la pagò con la vita proprio Giacomo Matteotti, socialista riformista, assassinato nel giugno del 1924, e la pagò l’Italia con vent’anni di dittatura. La lezione è scomoda e va detta intera: con i veti della purezza, a sinistra come al centro, vincono le destre. È un monito, non una profezia — la storia non si ripete a comando, e la strada resta tortuosa e in salita. Ma quel fantasma siede al tavolo del Parenti.
E non è solo storia. Basta guardare l’Europa di oggi. Nel Regno Unito, con i partiti tradizionali frantumati, il Reform di Nigel Farage guida largamente i sondaggi e le proiezioni più recenti lo danno vicino alla maggioranza assoluta dei seggi. In Germania l’AfD ha raggiunto un vantaggio record sui cristiano-democratici, passando da seconda a prima forza, mentre l’intelligence interna l’ha classificata come gruppo di estrema destra. Il meccanismo è sempre lo stesso: quando il fronte moderato ed europeista si divide e litiga, la destra radicale si compatta e vince con pluralità persino modeste. In Italia quel fronte è quello riformista, e la destra radicale ha un nome e una curva in ascesa — Roberto Vannacci, con il suo Futuro Nazionale, e un veterano come Gianni Alemanno che con lui potrebbe lavorarci bene. Un riformismo diviso può consegnare a Vannacci la maggioranza del Paese nel giro di cinque anni. E che gli innamoramenti verso i populisti si ritorcano contro lo dimostra, in questi giorni, la stessa Meloni: dopo anni di corteggiamento, si è vista ripagare da Donald Trump con un’umiliazione pubblica — la frecciata sulla foto «implorata» al G7 — al punto che il suo stesso vicepremier ha annullato per protesta una visita a Washington. Chi si lega al populista, prima o poi, ne diventa l’ostaggio. Non è allarmismo: è aritmetica, con i precedenti a dimostrarlo.
Al Parenti, dunque, le quattro strade. Gualmini ha scelto Azione, il polo di Carlo Calenda. Picierno, uscita dal Pd denunciando uno slittamento verso posizioni identitarie, massimaliste e populiste, ha fondato Spazio Pubblico, un fronte autonomo che dice «le stesse cose». Madia, indipendente, ha aderito al Gruppo IV Casa Riformista, il riformismo che non recide il legame col centrosinistra. Quartapelle e Malpezzi restano nel Pd per cambiarlo da dentro, convinte che sia proprio la dispersione dei riformisti a far pendere la coalizione verso sinistra. Quattro approdi, una sola sostanza: su Europa, Ucraina, difesa comune e politica industriale le differenze tra loro sono spesso inesistenti. Sono d’accordo sul Paese che vogliono. Si dividono soltanto su dove stare per ottenerlo.
Ed è qui l’inganno, perché «dove stare» è la domanda sbagliata. Sul tavolo c’è anche una suggestione che la rende, per un attimo, sensata: la legge proporzionale pura proposta da Rocca, che riporterebbe in Parlamento la formazione delle maggioranze. Con quella, un polo riformista autonomo avrebbe un senso: si corre distinti e la coalizione si costruisce dopo il voto. Ma è, appunto, una suggestione. Finché resta il maggioritario, con il premio attorno al quarantadue per cento che la destra ha in mente, ogni strada che corre da sola diventa un suicidio aritmetico: divide il voto anti-estremista e regala il premio a Vannacci, esattamente il meccanismo Farage e AfD.
Tutto si tiene, o niente regge — e qui vale alla lettera. La collocazione dei riformisti e la legge elettorale sono lo stesso problema, non due. E poiché la proporzionale è un’ipotesi lontana mentre il premio maggioritario è la realtà, la risposta non è scegliere una delle quattro strade. È capire che la strada che conta non è un luogo: è un patto che le attraversa tutte.
Eccola, la proposta che manca. I riformisti — comunque dislocati, in Azione come nel Pd, in Spazio Pubblico come in Casa Riformista — fanno al centrosinistra senza centro una sola offerta. Vi portiamo i voti che vi mancano per superare la soglia del premio, perché senza di noi non la raggiungete; e li portiamo a una condizione non negoziabile: che il candidato a Palazzo Chigi sia una figura di garanzia, un nome di governo scelto su un programma e non per appartenenza di partito, un garante super partes — la funzione che in Italia ha già funzionato. Non chiediamo posti: chiediamo il metodo. È la sola merce che una coalizione a trazione massimalista non può rifiutare, perché senza quei voti non vince, e con un garante al posto di una bandiera identitaria vince molto di più: si allarga al centro e agli indecisi che oggi non la votano. Non è una quinta strada da aggiungere alle quattro. È il patto che le tiene insieme, l’unico che contro Vannacci sommi invece di sottrarre — ed è anche, non per caso, ciò che deciderà chi siederà al Quirinale.
A questo serve un presidio interpartitico come il Circolo. Non a chiedere a chi è uscito di tornare sui propri passi — Spazio Pubblico nasce dall’addio di Picierno al Pd, Casa Riformista raccoglie chi quel partito lo aveva già lasciato anni prima — ma a far convergere identità ormai distinte su quel patto. Valorizzare le differenze senza annacquarle, dice il manifesto, e ripartire dalle cose che uniscono in modo definitivo: la democrazia, lo stato di diritto, le garanzie costituzionali, un’Europa più unita. La scommessa è che si possano tenere quattro identità e costruire comunque una sola proposta. D.A.R.E., del resto, in inglese significa anche osare. E una proposta così è, finalmente, un osare.
Da qui alle elezioni il compito è uno, e non chiede a nessuno di rinnegare la propria strada: trasformare un manifesto condiviso in un patto comune. Perché la posta non è solo il governo. La prossima legislatura eleggerà il successore di Mattarella, e su quel voto le piccole truppe dei riformisti possono spostare i pesi sulla bilancia: disperse non contano nulla, unite su un garante e un programma decidono tutto. Un secolo fa la divisione dei riformisti non fu un dettaglio: fu la porta da cui entrò il peggio. Oggi i due poli si sfrangiano sui loro estremi e lasciano scoperto il centro del Paese: c’è uno spazio, e c’è ancora il tempo di occuparlo insieme. I riformisti possono ricordarsi di Matteotti prima delle elezioni o dopo. Dopo, si chiama rimpianto. Prima, si chiama ancora domani.



