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19 Febbraio 2026di MAURO GRASSI Mi definisco di centro, ma non perché pensi che serva l’ennesimo nuovo partito o un nuovo ceto politico che faccia da ago della bilancia tra destra e sinistra, negoziando “posti e programmi” a seconda delle convenienze del momento. Non è questo che mi interessa.
Per me essere di centro significa soprattutto promuovere un modo diverso di fare politica: una cultura politica fondata sul dialogo, sulla ricerca delle soluzioni migliori, sulla capacità di ascoltare anche chi la pensa diversamente.
Significa partire dall’idea che nessuno possiede tutta la verità e che le buone idee non hanno un colore predefinito. Possono nascere a destra, a sinistra, o fuori dagli schemi tradizionali. Il compito della politica dovrebbe essere riconoscerle e metterle a frutto, non respingerle per appartenenza.
Vorrei una politica con meno ideologia e più sperimentalismo. Meno tifoserie e più confronto serio. Meno bandiere identitarie e più attenzione concreta alla realtà.
Una politica capace di valutare le proposte per quello che producono davvero, non per chi le firma. Capace di correggersi quando sbaglia, di imparare dall’esperienza, di mettere al centro i risultati e non gli slogan.
Essere di centro, in questo senso, non significa stare a metà strada per calcolo o per paura di scegliere. Significa provare a tenere insieme ciò che oggi viene artificiosamente diviso, costruire ponti dove prevalgono muri, cercare punti di incontro invece di alimentare lo scontro permanente.
Non per favorire una parte contro l’altra, ma per provare a migliorare le cose per tutti. Bisogna sforzarsi di cercare le idee migliori laddove sono e non accontentarsi di rifornirsi sempre dalla stessa area di appartenenza.
I settori su cui sarebbe utile applicare questa “filosofia” sono tanti e rappresentano l’intera gamma delle politiche di governo che si sviluppano in una legislatura. Vorrei provare ad applicare questo approccio a tre delle principali “policy” che interessano il paese e a ricavare indicazioni utili per una politica complessiva, che riguarda tutti i cittadini, e diffusa sia a livello centrale che periferico fino ad arrivare all’ultimo comune sperduto nella montagna.
Il primo settore è quello dell’ordine pubblico. Vorrei applicare concretamente questo approccio partendo da un tema decisivo: l’ordine pubblico.
Credo che su un punto di fondo possiamo dirci tutti d’accordo: la democrazia e la libertà dei cittadini possono esistere davvero solo in un Paese in cui la violenza, la sopraffazione, la criminalità e il sopruso siano ridotti al minimo possibile.
Garantire sicurezza non è un obiettivo “di destra” o “di sinistra”: è una condizione essenziale per qualunque società libera.
Eppure, oggi le cose non stanno andando in questa direzione. L’ordine pubblico è sempre più fragile e, invece di discutere seriamente degli strumenti per migliorarlo, il tema è diventato soprattutto terreno di scontro ideologico.
La sinistra appare spesso titubante, come se ogni provvedimento regolatorio fosse automaticamente una limitazione di una presunta “libertà assoluta”, che nella realtà non esiste.
La destra, al contrario, tende a proporre misure estreme, gradite all’area più populista del Paese, ma spesso inattuabili in uno Stato di diritto o, peggio ancora, di scarsa efficacia pratica.
In mezzo a queste due posture contrapposte si perde di vista la domanda fondamentale: che cosa funziona davvero per ridurre le criticità?
Io penso che, se si partisse da un obiettivo condiviso – abbassare concretamente il livello di insicurezza – e da un’analisi seria e documentata dei problemi reali, sarebbe possibile trovare molti più punti di convergenza di quanto oggi sembri.
Prendiamo il tema della droga. È un fatto evidente: se esiste un consumo diffuso e sostanzialmente tollerato, non può non esistere anche una rete di distribuzione. Continuare a far finta che le due cose siano scollegate è ipocrita.
La domanda utile allora è: quali politiche possono davvero ridurre sia la domanda sia l’offerta? Come si interviene in modo efficace sul consumo? Come si contrasta seriamente la filiera criminale? Su questo dovremmo confrontarci, senza tabù ideologici.
Lo stesso vale per l’immigrazione. La pressione migratoria è destinata a crescere e l’Europa, per ragioni demografiche ed economiche, ha bisogno non solo di “braccia”, ma di persone: di nuovi cittadini che possano contribuire a società sempre più anziane e in declino. Continuare a negare questa realtà non serve a nulla.
Dovremmo invece lavorare su due binari paralleli: da un lato creare canali di immigrazione regolare, forme di accoglienza serie e percorsi di integrazione reali – perché chi arriva spesso non conosce nulla del Paese in cui si trova. Dall’altro costruire strumenti efficaci e rapidi per allontanare e contrastare chi delinque, senza ambiguità e senza buonismi.
Anche sul diritto di manifestare servirebbe lo stesso spirito pragmatico. I cittadini devono essere liberi di esprimersi come e dove vogliono, ma dentro due regole semplici e chiare: niente violenza e il minor impatto negativo possibile sulla vita degli altri. Libertà e responsabilità devono andare insieme.
Questi sono solo esempi, ma indicano un metodo.
La vera discussione politica dovrebbe concentrarsi sugli strumenti: su ciò che è fattibile, su ciò che è utile, su ciò che l’esperienza dimostra funzionare. Meno ideologia, meno slogan e meno contrapposizioni pregiudiziali. Più analisi dei dati, più sperimentazione, più valutazione dei risultati per costruire una politica dell’ordine pubblico che non sia di parte, ma nell’interesse di tutti.
Un altro tema centrale per la grande maggioranza dei cittadini – in Italia come in tutto il mondo avanzato – è quello della sanità e dell’assistenza alle patologie croniche.
In società dove l’idea di welfare è ormai profondamente radicata, la qualità del sistema sanitario è percepita come uno dei principali indicatori della qualità stessa della democrazia.
Eppure, anche su questo fronte il dibattito politico appare spesso ridotto a una contrapposizione quasi caricaturale: da un lato la sinistra che difende “a spada tratta” il pubblico, dall’altro la destra che invocherebbe una maggiore compenetrazione tra pubblico e privato.
Una disputa che, a ben vedere, assomiglia sempre più a una macchietta ideologica e sempre meno a un confronto serio sui problemi reali. I veri nodi sono altri.
Sono le risorse da destinare al settore. È la domanda crescente di prestazioni sanitarie e assistenziali in un Paese che invecchia rapidamente. È l’impatto dell’innovazione scientifica e tecnologica, che offre opportunità straordinarie ma comporta anche costi sempre più elevati.
Sul tema delle risorse assistiamo da anni a uno scontro fatto soprattutto di bandierine: chi rivendica di aver messo qualche decimale di PIL in più, chi accusa l’avversario di averne tolto altrettanti.
Ma la realtà è che si tratta, sostanzialmente, di “bruscolini”. Passare dal 6,4% al 6,6% del PIL non rappresenta un cambio di sistema, così come scendere dal 6,6% al 6,5% non significa smantellare la sanità pubblica.
Quelle sono, più o meno, le risorse realisticamente disponibili oggi, salvo ipotesi di stravolgimenti insostenibili per il bilancio dello Stato.
E sono risorse che già ora mettono in difficoltà il sistema, di fronte a bisogni in continua crescita: una popolazione sempre più anziana, apparecchiature diagnostiche sempre più sofisticate, farmaci innovativi e costosi, talvolta indispensabili, talvolta meno di quanto si pensi.
Se questo è il quadro, il vero terreno di discussione non può essere lo scontro propagandistico sui decimali di spesa, ma deve diventare necessariamente un altro: l’organizzazione del servizio e il modo in cui l’innovazione potrà essere governata nei prossimi decenni.
È qui che la politica dovrebbe cercare la massima convergenza possibile. Come riorganizzare il sistema sanitario per renderlo sostenibile ed efficiente? Quali prestazioni devono essere garantite universalmente dal pubblico e con quali criteri? Come regolare in modo intelligente il rapporto tra offerta pubblica e privata, assicurando a tutti qualità, equità e costi ragionevoli?
Come introdurre le nuove tecnologie senza farsi travolgere dai costi, ma sfruttandone davvero i benefici?
Queste sono le domande serie. E su queste domande servirebbe molto più dialogo e molta meno ideologia. Servirebbe dare più spazio agli esperti – medici, economisti sanitari, organizzatori dei servizi – indipendentemente dalla loro appartenenza politica.
E servirebbe che la politica tornasse a confrontarsi sui contenuti, sulle proposte concrete, sulle sperimentazioni possibili, invece di rifugiarsi nello scontro identitario. Perché la crisi della sanità non si risolve con le bandierine, ma con idee, competenza e capacità di lavorare insieme su soluzioni di lungo periodo.
Infine, vorrei trattare un tema generale di Bilancio dello Stato. La spesa pubblica in Italia non ha mai registrato una vera diminuzione nel tempo. Nei primi cinque anni del 2000 si attestava intorno al 41% del PIL, per salire al 49% negli ultimi cinque anni, senza considerare gli interessi sul debito pubblico. In altre parole, lo Stato è progressivamente “entrato” nella vita dei cittadini e delle imprese con maggiori risorse.
Tuttavia, questa crescente presenza pubblica non si è tradotta per lungo tempo in investimenti significativi nel sistema infrastrutturale del Paese, ma si è concentrata principalmente sull’incremento della spesa corrente. Solo negli ultimi cinque anni, grazie al PNRR e ad alcune spese legate ai bonus edilizi, la spesa in conto capitale ha seguito la crescita generale della spesa pubblica.
Il tema centrale per i prossimi anni è chiaro: non bisogna ridurre, ma semmai aumentare, la spesa in conto capitale, in particolare gli investimenti pubblici, per rispondere alle necessità di adattamento ai cambiamenti climatici e per colmare i ritardi infrastrutturali accumulati nel corso degli anni 2000.
Per raggiungere questo obiettivo, è necessario ridurre la spesa corrente, in particolare quella legata al “consenso politico”. Occorre saper dire di no ai bonus diffusi in diversi settori e rispondere con una politica seria di investimenti pubblici, mirata a rafforzare la capacità produttiva e infrastrutturale del Paese nei prossimi decenni.
Se la competizione politica continua a essere una “gara a chi dà di più gratuitamente”, il vantaggio sarà limitato a specifici gruppi sociali. Se, invece, prevale la strategia di “investire sul capitale sociale”, a beneficiarne sarà l’intero Paese.
Le priorità sono evidenti:
- Un sistema di trasporti adeguato e innovativo su tutto il territorio nazionale.
- Un piano di adattamento ai cambiamenti climatici basato su governance concreta e risorse certe, non solo su dichiarazioni di intenti.
- Una spinta alla competitività nazionale tramite tecnologie innovative di sistema, utili a cittadini e imprese.
In sintesi, la sfida futura è costruire un bilancio pubblico orientato a investimenti strutturali di lungo periodo, riducendo la spesa corrente improduttiva e valorizzando le risorse per la resilienza, l’innovazione e la competitività del Paese.
Questi sono soltanto esempi di applicazione di un approccio dialogante rispetto ad un approccio di tipo bellicistico far i poli politici alternativi alla guida del paese. È evidente che il dialogo non elimina le differenze politico culturali. Ma potrebbe stemperare la battaglia giornaliera sul “nulla” fatta attraverso l’ultimo twitter serale ed aprire ad una stagione di confronto sui grandi temi del paese. Che purtroppo “sempre lì” stanno e sempre più critici saranno per le future generazioni se non si inizia, dall’oggi, a porre qualche politica di risoluzione o di mitigazione.
(da SOLO RIFORMISTI)



