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4 Luglio 2025Facciamo un viaggio. Rapido, ma non troppo. Impreciso, certo—non siamo in cattedra—ma utile a chiarire una questione che a molti appare come un labirinto di specchi: come può un partito appena nato ambire, seriamente, al governo del Paese?
Per rispondere bisogna prima attraversare il pantano delle leggi elettorali italiane, dove ogni riforma prometteva il cielo e consegnava l’inferno. Partiamo da un nome che di riforme ha fatto bandiera: Mario Segni. Figlio del quarto Presidente della Repubblica, inizia nella vecchia e granitica Democrazia Cristiana. Ma già da lì si capisce che non è fatto per le larghe intese: si oppone con decisione al Compromesso Storico tra Zaccagnini e Berlinguer, fiutando il pericolo di un consociativismo bloccato, dove le idee avrebbero smesso di competere, e i partiti avrebbero smesso di cadere.
Nel 1988, con il gruppo del “Manifesto dei 31”, Segni propone una rivoluzione gentile: una legge elettorale uninominale a doppio turno, sul modello francese. Il referendum non passa, fermato dalla Corte di Cassazione che accetta solo il quesito sulla riduzione delle preferenze. Un taglio ai rami secchi, ma l’albero storto rimaneva.
La svolta arriva dopo Tangentopoli. Segni, lasciata la DC ormai sbranata dalle inchieste, unisce le forze con i Radicali. Nel 1993 presentano un nuovo referendum per introdurre un maggioritario all’anglosassone: uninominale, secco, senza fronzoli. Il Paese risponde in massa: quorum raggiunto e un plebiscito di “sì” (95,6%). Ma l’Italia non è l’Inghilterra, e il referendum abrogativo lascia un vuoto che i partiti si affrettano a riempire con un marchingegno.
Nasce così il “Mattarellum”, dal nome—geniale e un po’ beffardo—coniato da Giovanni Sartori per una legge così complicata da meritarsi un soprannome mitologico: il Minotauro. Una chimera di proporzionale e maggioritario, diversa tra Camera e Senato, difficile da spiegare persino ai suoi autori. Eppure, resiste: 1994, 1996, 2001.
Poi arriva il Porcellum, partorito da Calderoli con la spensieratezza di chi firma una legge “porcata”, parole sue. Si torna al proporzionale, ma con soglie di sbarramento e premi di maggioranza. Il colpo di grazia: le liste bloccate. Gli eletti non li scegli più tu, cittadino, ma il partito. O meglio: il suo leader. Così nasce la politica del “posto sicuro”, del “fammi un favore”, della fedeltà cieca e muta. L’elettore diventa spettatore. E la democrazia, teatro d’ombre.
Nel 2006, si tenta un nuovo referendum per abbattere il Porcellum. Ma niente quorum. Alla fine ci pensa la Corte Costituzionale, nel 2014, a fare pulizia: dichiara incostituzionale il premio di maggioranza e reintroduce le preferenze. Nasce il Consultellum, nome che più burocratico non si può, e che nessuno si prende la briga di usare.
Poi arriva l’Italicum, voluto da Renzi, pensato per la sola Camera, mai applicato. Infine, il Rosatellum, attualmente in vigore, firmato Ettore Rosato. Altro ibrido, altro labirinto. Misto: 61% proporzionale, 37% maggioritario, soglie di sbarramento complesse, liste ancora bloccate. Un algoritmo distribuisce seggi e candidati, mentre l’elettore si arrabatta per capire chi ha votato davvero.
Se il sistema nazionale è complicato, quello regionale è, se non altro, più lineare. In tutte le Regionisi vota in modo proporzionale con premio di maggioranza e, talvolta, preferenze. Il presidente della Giunta è eletto direttamente — con eccezioni per la Val d’Aosta e Bolzano — e può essere sostenuto da più liste, anche civiche. Questo favorisce coalizioni larghe e governi tendenzialmente stabili. Troppo stabili, a volte: molti governatori sono rimasti in sella ben oltre il limite del mandato, grazie a rimpasti, ricandidature, prestanome e alleanze di comodo. La volontà popolare, si sa, ha la memoria corta.
Arriviamo ora al caso del Sindaco. Per molti è il modello da esportare a livello nazionale: il cosiddetto “Sindaco d’Italia”. Ma la realtà è più sfumata. Nei Comuni sopra i 15.000 abitanti il sistema è simile a quello regionale: elezione diretta del sindaco con premio di maggioranza per le liste che lo sostengono, più eventuale ballottaggio se nessuno supera il 50%. Nei Comuni più piccoli si va con il maggioritario puro: vince chi prende più voti, a meno che non ci sia un pareggio (evento raro, ma possibile). Anche qui, però, il rischio è quello della reggenza prolungata: il limite di mandato viene spesso aggirato con candidati di facciata e finte alternanze.
Tutto questo per dire che immaginare un’unica strategia per un partito nuovo è impossibile. Dipende da molti fattori: dalla sua struttura, dai valori, dalla leadership e, soprattutto, dalla capacità di stare in campo.
La Lega Nord, per esempio, iniziò a mordere nei piccoli comuni. Lì dove l’amministrazione conta più dei comizi. I leghisti si fecero conoscere come amministratori ruvidi ma efficienti, col bilancio in ordine e le mani sporche di problemi veri. Solo dopo venne l’accordo con Forza Italia, la discesa a Roma e l’oblio del sogno secessionista.
Il Movimento 5 Stelle fece qualcosa di simile, ma con un messaggio diverso: chiunque, purché onesto, può amministrare. Liste civiche, attivismo digitale, assemblee pubbliche. Dal 2008 al 2012 si fecero largo nei comuni. Nel 2013, arrivarono in Parlamento col 25% dei voti. Ma senza alleati, senza compromessi, rimasero fuori dai giochi. Solo nel 2018 Di Maio accettò il compromesso: prima con la Lega, poi con l’odiato PD. Il prezzo? L’anima, forse.
Fratelli d’Italia scelse un’altra strada. Nessuna ambiguità, nessun ondeggiamento. Meloni si tenne fuori dal governo Draghi, sola contro tutti. La coerenza paga, soprattutto in tempi confusi. Nel 2022 arriva il 26% e la guida del governo. Ma anche qui, il potere va condiviso con Lega e Forza Italia. E le divergenze non mancano.
E adesso? Adesso c’è il Partito Liberaldemocratico, fresco di congresso e con Luigi Marattin segretario. L’ambizione è chiara: scardinare il bipolarismo e diventare l’ago della bilancia. Bene. Ma i buoni propositi non bastano. Bisogna sporcarsi le mani. Un partito nuovo non può vivere di dichiarazioni e manifesti. Deve farsi conoscere, radicarsi, amministrare.
L’idea di partire dal basso non è nuova, ma è l’unica che funziona. Comuni, quartieri, regioni. Lì si misura la capacità di risolvere problemi concreti. Lì si costruisce fiducia. Serve una rete di amministratori preparati, motivati, capaci di parlare alle persone e non solo ai giornali. E serve una scuola politica che non sia un’accademia del nulla, ma un’officina di idee, di metodo, di competenze.
Alle elezioni politiche, con questa legge, correre da soli è suicida. Ma alleanze senza identità sono trappole. Bisogna saper dire sì, ma anche no. Occorre stabilire confini chiari, principi non negoziabili. Lo statuto e il manifesto del partito devono essere la bussola. Ma non bastano se il corpo elettorale non conosce il simbolo, i volti, la storia.
La forza contrattuale arriva dai voti. E i voti si conquistano con il lavoro, la presenza, l’esempio. Non con le promesse.
La strategia più efficace, oggi, per un partito nascente è questa: costruire una rete nei territori, partecipare alle amministrative, appoggiare liste civiche senza rinunciare al proprio nome e simbolo. Avere consiglieri comunali, sindaci, assessori. Gente visibile, riconoscibile, capace. Solo così si crea una reputazione. Solo così si passa dall’opinione all’azione, dalla teoria alla pratica.
La scuola politica di cui il Partito Liberaldemocratico ha parlato a Bologna è un buon inizio. Ma non deve essere un salotto: deve diventare una fucina. Una palestra per imparare il linguaggio della concretezza. Basta ideologismi. Serve pragmatismo, visione, competenza. E umiltà.
Sarà un percorso lungo. Faticoso. Fatto di piccoli passi e grandi delusioni. Ma è l’unico possibile. Solo chi conosce i marciapiedi può salire al Quirinale. Solo chi ha imparato ad ascoltare può permettersi di parlare. E solo chi sa governare un condominio potrà, un giorno, governare l’Italia.
Una rivoluzione liberale? Forse. Ma, se ben condotta, una rivoluzione necessaria.



