
ANIMALS Al lupo!
10 Ottobre 2026
La città che vede, ascolta e previene
16 Ottobre 2026E’ molto difficile definire questo libro: intendo la possibilità di inserirlo in una categoria letteraria riconoscibile: e questo è uno dei motivi del suo fascino particolare.
Intanto il fatto che l’autrice, giapponese d’origine, viva ormai da vent’anni a Parigi, sia multilingue e si occupi di settori i più vari, dal giornalismo alla Storia dell’Arte, dalla poesia, alla letteratura, alla traduzione,
alla critica gastronomica, costituisce una giusta riflessione introduttiva per capire meglio questo libro.
Rimarrà deluso chi crede, avendolo per le mani, che si tratti di un ennesimo “libro su Venezia”, una sorta di breve vademecum originale per sbirciare nella nostra beneamata città con occhi diversi. Forse in qualche parte lo è, ma è solo un punto di partenza per riscoprire la città in forme del tutto eccentriche ed affascinanti.
Partiamo dalla struttura: intanto appare una suddivisione in stagioni, corrispondenti al periodo in cui l’autrice ha soggiornato a Venezia (dall’inverno 2023 all’inizio dell’estate 2025) ed ha potuto riconoscere con occhi attentissimi le trasformazioni che durante l’anno si manifestano nella luce, nei suoni, nei profumi, nelle piante grandi e piccole che lussureggiano inaspettatamente in ogni angolo della città. Il concetto di stagioni appariva già in “Nagori” (Einaudi 2022), dove l’autrice trae una bellissima riflessione iniziale proprio sull’avvicendarsi delle stagioni: ”…I giapponesi coltivano una relazione particolare con le stagioni…Meno conosciuto, invece, è questo concetto che vale la pena di menzionare, e che potremmo definire “vita di una stagione”. Non solo l’anno, con il suo ciclo di 4 stagioni, viene paragonato alla vita umana, ma anche ciascuna stagione, che in sé contiene una vita intera, attraversata da diversi esseri viventi, ognuno dotato di vita propria.”
Ed ancora un’altra riflessione sulla struttura: il libro sembra trarre spunto dall’incontro casuale tra la scrittrice ed un erbario ottocentesco trovato e poi avuto in prestito dal padre di un’amica veneziana, che la trascina sempre più a fondo di una fascinazione diversa, nel nome del “verde” veneziano, dalle sue accezioni più minuscole (le erbe che crescono tra i masegni) agli alberi dei giardini privati alla mimosa di primavera. Ed ecco dunque alternarsi durante tutte le pagine del testo una serie di citazioni da questo erbario (L’erbario di Ilaria), altre dall’erbario dell’autrice (Il mio erbario), pagine dove l’autrice ci accompagna nelle numerose scoperte che compie nei suoi girovagare durati quasi due anni, ed infine delle lettere che essa dedica ad Ilaria.
Quello che si costruisce nel procedere della lettura è una mosaico di pensieri, riflessioni, racconti brevi su ciò che ha colpito gli occhi ed assieme l’anima dell’autrice, consegnati al lettore alternativamente attraverso le quattro forme narrative. Nelle lettere ad Ilaria, assistiamo alla nascita e alla crescita di un legame fortissimo sulla base di affinità nel nome dell’onore dato alla natura, a come essa appaia e si sviluppi in forme spesso inaspettate in ogni angolo della città, ad una sorta di identificazione dell’autrice con la sensibilità di questa signora veneziana dell’Ottocento. “…Cara Ilaria , penso a lei ogni volta che vedo delle piantine fragili sbucare tra gli alberi e i muri di Venezia. Potrei dire lo stesso davanti al tramonto sul canal Grande o davanti al fresco orizzonte della mattina sulla laguna. Ma la natura presente in questi paesaggi mi sembra superare ogni bellezza umana e la sua immagine mi appare sempre più spesso quando scorgo le erbe selvatiche distendere i gambi tra il vetro e il davanzale di una finestra.” Ed ancora, più avanti, in un’altra lettera ”…Questa città può occupare un posto magico nel nostro cuore, grande quanto appare agli uccelli che la sorvolano e agli alberi che offrono loro rifugio, perché in questo luogo diventiamo come piccoli esseri che convivono con le erbe e le farfalle”.
E’ giusto a questo punto aggiungere una nota particolare sul modo che Ryoko ha di raccontare questa Venezia plurisensoriale, che scopre con stupore sempre intatto, che la rapisce a tratti consegnandoci immagini uniche che permettono anche a noi lettori di guardarla con occhi diversi.
“…Scrivere di una città può essere paragonato a tradurre un libro….Non appena si comincia a tradurre la prima pagine di un libro, il testo ci rivela una nuova faccia, allo stesso modo, dal momento in cui si inizia a scrivere di un luogo, si intesse tutt’altro legame. …Scrivere di una città somiglia ad innestare una pianta in un terrario costituito da parole.”
Ed ancora, più avanti “…A Venezia, spesso alzavo lo sguardo verso la cima degli alberi, mentre l’assiolo cantava tra le foglie, e mi chiedevo cosa significasse davvero il suo canto, simile al suono del flauto dolce, … diafano e tinto di una leggera solitudine. In effetti, come scriveva Ilaria, l’ho sentito spesso sotto al pitosforo, ecco perché anch’io ho iniziato ad associare all’assiolo il profumo del fiore. Come se il cinguettio facesse disperdere i petali ed emanasse il loro profumo. “
L’autrice ha avuto modo nei suoi mesi di residenza di intrattenere belle amicizie con parecchi veneziani residenti “in isola”, ed ha apprezzato la loro tenacia nel mantenere una forte identità nonostante il flagello del turismo usa e getta e alla letterale invasione di gente per mesi e mesi che divora il senso autentico della città.
Il suo si può definire un singolare, affascinante, personalissimo atto d’amore per Venezia. La lingua usata, seppure in traduzione, riesce a trasmetterci questo suo senso della città. Che d’ora in avanti guarderemo grazie a lei con occhi diversi, più attenti ai suoi segreti che non riveleremo a nessuno.
Ryoko Sekiguchi, Nagori, Einaudi 2022
Ryoko Sekiguchi, Venezia, Millefiori Wetlands 2026



