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Tre libri per Venezia
6 Luglio 2025Il titolo di questo libro eccentrico, “La cassetta delle lettere per i cari estinti”, scritto da Lorenza Stroppa, confesso che a prima vista mi ha leggermente inquietato. Sensazione che però è svanita dopo la lettura delle prime pagine, in cui si presentavano davanti ai miei occhi diversi sentieri interpretativi del testo, tutti egualmente interessanti, aperti alla vita, alla creatività, agli affetti segreti che trovavano pace a tratti soltanto attraverso le parole contenute proprio nelle lettere di tale curiosa cassetta.
Ma andiamo con ordine: intanto la struttura del libro, costruito attraverso una serie di brevi capitoli che contengono ognuno uno spunto rispetto al contenuto.
Poi il luogo, un quartiere e i dintorni naturali di una città che è quella dell’autrice, come lei spiega nei ringraziamenti finali, Pordenone, e che in qualche modo sommessamente ma con grazia fa da sfondo gentile ad una vicenda che ha pochi personaggi protagonisti, e qualche mese di durata in tutto, ma si allunga spesso nel passato, e apre finestre di speranza per il futuro.
I fili narrativi sono numerosi: il mestiere di Arturo, professore di Arte alle Scuole Medie Inferiori, il suo rapporto con gli adolescenti inquieti della sua classe, la sua tenacia nel far emergere in loro una qualsivoglia forma di creatività artistica dando loro gli spunti più diversi, hanno uno spazio importante e ci permettono di capire una parte di lui, la generosità e l’intelligenza, che avremo modo di scoprire sempre più nel corso della lettura.
C’è poi il filo dell’invenzione, quello che mi ha catturato di più: Arturo è da sempre un inventore per passione, che mette nel ritrovare nuovi significati ed usi agli oggetti assemblandoli e trasformandoli con genio una soddisfazione particolare, anzi direi, un senso profondo alla sua vita, che lo ha salvato in passato da dolori per lutti familiari, e lo difende anche ora dalla solitudine e dall’amarezza di non riuscire a costruire nuovi legami.
Ed ancora il filo della religione, rappresentata anch’essa in maniera inusuale, nel rapporto tra Arturo e il parroco don Mario, un’amicizia asciutta ed ironica, che non risparmia critiche reciproche e consigli non sempre accettati, ma dà anche a questa figura di sacerdote sfumature umanissime e di grande intelligenza e simpatia.
Ma questo filo è anche lo spunto per introdurre il tema del titolo: quello della famosa cassetta.
Arturo sente uno speciale rapporto con il tema della morte, da lui vissuta attraverso la presenza costante ai funerali del quartiere, passeggiate frequenti al cimitero per respirare la speciale atmosfera che lì aleggia, e soprattutto un’invenzione che, col permesso di don Mario, è riposta in un angolo discreto all’interno della chiesa. Si tratta di una cassetta dedicata alle lettere che chi ha perso qualcuno di recente può usare per mettervi una lettera dedicata a questa persona, un messaggio per l’al di là che non chiede risposta e solo mette assieme domande e riflessioni le più diverse. Per provare un nuovo tipo di comunicazione “…È strana questa cosa della lettera, ma ho deciso di provarla. Tu hai sempre amato le lettere, le mail non ti stavano simpatiche, le lasciavi lì senza rispondere per giorni. E poi in paese dicono che la cassetta funzioni…”
Oppure, per ricordare la figlia scomparsa da poco “Il caos della tua camera /Il tuo odore dolciastro, un po’ di sonno, un po’ di sudore / Le palline di scontrini, allineate sulla tua scrivania /Il dito che giocava coi capelli/ Le rispostacce a papà/ I dischetti di cotone sporchi che seminavi ovunque …”
O per trovare un nuovo senso alla perdita “…A lungo ho creduto di averti perso per sempre, che il vuoto che avevi lasciato si sarebbe allargato fino a divorarmi tutta. E invece con gli anni ho capito quanto la mancanza di una persona non sia assenza, ma presenza. Di aneddoti, immagini, profumi, colori, sensazioni… Ho scritto questa lettera per dirlo a te, ma anche un po’ a me. Una vita e una storia finiscono quando si scrive la parola fine. E io non l’ho scritta. Continuerò a raccontare la tua storia, la tua vita. A tenerti in piedi con la benzina dei ricordi e dell’immaginazione. Sei stato il mondo per me. E ora sei tutte le mie parole.”
Ancora un filo è quello che gradatamente si intreccia tra Arturo e Clara, figlia di un anziano signore trovato morto nel fiume della città e che lei crede si sia suicidato, quasi per farle un affronto e non permetterle di curarlo nella fase finale della sua malattia.
Ecco ricomparire il tema della morte, che viene vissuta con rabbia e senza alcuna rassegnazione, ma che poi, grazie alla vicinanza di Arturo, e ad una sconcertante scoperta riguardo alla morte del padre, farà ritrovare a Clara una nuova forma serena di accettazione e di senso di continuità proprio nel segno dell’amore ritrovato per lui. E anche lei si rivolgerà alla cassetta delle lettere per i cari estinti: “…Ciao papà, ho trovato il tuo quaderno delle liste. Non sapevo che ne avessi uno. Era pieno di buoni propositi e di cose da fare. A volte banali, dedicati alla vita quotidiana, altre volte più a lungo termine, più impegnativi. Tra i punti c’è spesso il mio nome. “Telefonare a Clara”, “Chiedere a Clara come è andato l’esame”, “Torta per Clara”, “Comprare a Clara il biglietto del treno”, “Dire a Clara di quel concorso letterario”, “Inviare la bolletta a Clara”, “Prestare Buzzati a Clara”.
E le parole che dedica al padre, pur confessando all’inizio di non trovare ancora spazio nel suo cuore per lui, alla fine del libro le dedicherà in un’altra lettera ad Arturo, nel segno di un voler ritrovare anche con lui una volta per tutte una nuova misura nella vita dei suoi sentimenti.
L’ultimo filo, quello più complesso e doloroso, è quello che riguarda uno degli studenti di Arturo, Gabriele, figlio di un industriale della zona, soffocato dalle pretese del padre nei suoi confronti, che lo fanno irritante, borioso, umorale, del tutto apparentemente impermeabile allo spirito delle lezioni di Arturo, Noi lo seguiamo nel corso del libro senza capire a tratti il motivo della sua rabbia, della sua disperazione che lo porta addirittura all’autolesionismo, mentre Arturo, contro ogni logica apparente, intuisce il suo bisogno di avere una forma diversa di attenzione da parte di un altro uomo adulto, ed insiste nell’essergli al fianco.
Un suo disegno rivelatore del motivo della sua disperazione scioglie alla fine del libro il dubbio sui suoi comportamenti estremi. Avviene anche in questo caso una nuova forma di pacificazione, di nuovo un evento di morte diventa motivo, se compreso, per una nuova serenità ed equilibrio.
Alla fine della lettura il sapore che resta in bocca a chi ha seguito tutte queste vicende raccontate a mezza voce, che ha letto alcune delle lettere per i propri morti, è un sapore particolare , fatto di serena accettazione di un quotidiano di piccoli riti , di sentimenti che nascono, di rimorsi che svaniscono, ma che soprattutto ci fa fare pace con la dimensione della morte, che si pone qui accanto alla vita soltanto per darle più senso.
LORENZA STROPPA LA CASSETTA DELLE LETTERE PER I CARI ESTINTI
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