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20 Dicembre 2014Nietzsche diceva che non esiste una verità ma solamente le sue possibili interpretazioni. Scorrendo la rassegna stampa italiana nei giorni che seguirono al terribile massacro di Odessa del due maggio di quest’anno ai danni dei manifestanti ucraini filorussi si potrebbe riabilitare in senso giornalistico (anche se è pratica ormai diffusa nel giornalismo italiano) il mantra niciano: non esistono fatti, ma solo opinioni. Prima di addentrarmi del cercare di approfondire l’attuale questione ucraina vorrei mettere in chiaro alcune premesse per ragionare seriamente su quanto accaduto, per rimediare ad un’informazione che non ha saputo (o non ha voluto) informare e chiarire cosa realmente si verificò quel giorno ad Odessa. Nicolai Lilin, nella sua pagina web, ci ha raccontato con testimonianze e immagini le atrocità di quel pogrom: non si è trattato di un ‘tragico incidente’. Una massa di manifestanti pacifici di popolazione russofona che stava manifestando per le vie della città è stata presa d’assalto da gruppi neonazisti legati alle frange estremiste ultras. Ciò ha portato alla fuga dei manifestanti, che per sfuggire alle violenze si sono rifugiati all’interno del Palazzo dei Sindacati. In seguito, i contromanifestanti hanno incominciato a lanciare molotov all’interno del palazzo, causando un incendio che velocemente è divampato e ha ucciso diverse decine di manifestanti. I sopravissuti successivamente sono stati raggiunti , colpiti e uccisi a colpi di mazze da baseball e accette.
Non sono i dettagli dell’accaduto a dover farci riflettere. Ciò che deve farci riflettere è ciò che rappresenta questa tragedia nella sua manifestazione di odio generalizzato e incontrollato tra etnie diverse che non riescono a ritrovare un’unità politica forse mai davvero esistita.
L’Ucraina, così come la conosciamo non è mai esistita: non c’è mai stata un’Ucraina indipendente con questa conformazione territoriale e, soprattutto, non c’è mai stata questa distribuzione etnica. L’Ucraina come la conosciamo è il prodotto di due secoli di dominazione russa (ed in particolare del mezzo secolo di dominazione sovietica seguente all’impero zarista) che ha determinato lo spostamento di grandi correnti migrative da e nel territorio che oggi chiamiamo Ucraina. La stessa Crimea, di cui oggi si contesta a livello internazionale il piano di riannessione alla ‘madre Russia’, non è mai stata ucraina, fu “regalata” da Kruscev a quella che allora era la maggiore repubblica dell’Unione Sovietica (dopo quella russa). Dunque, l’attuale conformazione si è determinata durante il periodo sovietico, quando si trattava di poco più ci un’unità amministrativa, dotata di una sua fittizia autonomia politica.
Poi, la dissoluzione dell’Urss trasformò questa unità amministrativa in una entità statuale, poiché aprire una discussione sui nuovi confini sarebbe stato inattuabile vista la situazione di sfascio in cui la Russia versava. Ci si limitò a riconoscere l’indipendenza statuale di un’area che rimane tutt’oggi un aggregato disomogeneo di regioni ed etnie poco amalgamate e ben distinte a livello territoriale: le regioni dell’est (che oggi si dichiarano repubbliche autonome) di Donetsk e Lugansk con prevalenza russofona, legate economicamente allo sviluppo industriale di materie prime e oggi in rapporti diretti con la politica industriale di Putin, e le aree invece ucrainofone occidentali, che vivono di uno sviluppo economico maggiormente legato all’agricoltura, e sono più attente a mantenere migliori rapporti, politici ed economici, con i paesi europei. A questo variegato assetto etnico e geografico, si è solamente riconosciuto, dopo la caduta del blocco sovietico, una certa autonomia alla città di Sebastopoli, e ci si è limitati a mantenere le basi in Crimea per la marina Russa.
Tuttavia c’è da dire che a fronte di questa frammentazione etnica e linguistica, non è del tutto vero che ad essa corrisponda una così reale conflittualità politica bilaterale (spesso estremizzata dai media), in primo luogo perché non esistono solamente queste due etnie, ma una serie di sfumature intermedie (si pensi ai tartari in Crimea), e soprattutto perché non c’è totale corrispondenza tra ucrainofoni sostenitori indipendentisti da una parte e filorussi ostili ad essa dall’altra . Ci sono casi di posizioni indipendentiste da parte di russofoni e viceversa. Inoltre ci sono regioni in cui le diverse etnie sono accettabilmente integrate e reciprocamente tolleranti.
E’ vero invece che, nonostante questa diluizione dei conflitti interetnici, un vero senso di appartenenza nazionale ucraina non è stato costruito in questo ventennio di indipendenza. Non c’è un senso di nazionalità condivisa e questo si è evidenziato più nell’atteggiamento verso la Ue che in quello verso la Russia: che la maggior parte dei russofoni auspichi di ricongiungersi alla “grande madre Russa” è nell’ordine naturale delle cose, ma che una nazionalità, che ha appena riconquistato la sua indipendenza, aspiri, come prima cosa, a confluire in una unione sovranazionale, per rendersi “più uguale” ai vicini di ovest, non è esattamente il modo più efficace per dare risalto alla propria particolarità nazionale.
Dunque, più che di indipendentisti ucraini, ha senso parlare di eurofili che sognano di diventare una nuova Germania o una nuova Francia solamente che si compia il miracolo dell’ammissione nella Ue.
Ed è proprio la proiezione economica verso l’Europa ad aver scatenato questa conflittualità, per le ragioni legate alla diversa redistribuzione delle risorse nel territorio di cui si accennava prima, e il disinteresse evidente di alcune aree ad intrattenere rapporti stretti con l’Europa.
Tutto questo è anche il prodotto di una classe politica che è peggiore persino di quella italiana.
I vari Kravcuc, Juscenko, Tymoscenko, Yanukovic, che si sono succeduti al governo, sono stati personaggi assolutamente non all’altezza, che, anziché costruire un’identità nazionale, hanno cavalcato le contrapposizioni, inasprendole per quanto potevano, allo scopo di conquistare un governo che poi non hanno saputo usare. Yanukovich è stato il più ladro, corrotto e cialtrone dei governanti di quello sventurato paese: aveva promesso ai russofoni una parificazione linguistica che si è ben guardato dal realizzare, aveva accettato l’integrazione nella Ue per poi fare marcia indietro. Non stupisce che sia caduto in disgrazia presso tutti.
Da questa condizione di crisi politica e sociale sono derivate le manifestazioni di Euromaidan, nate pacificamente sulla scia delle primavere arabe, e in seguito degenerate prima a causa della controffensiva violenta del governo reggente (incapace egli stesso di governarla fino in fondo), poi per la partecipazione nelle contestazioni di frange estremiste legate alla nuova destra di Svoboda ( partito neonazista nato nei primi anni del nuovo stato indipendente) che hanno determinato quello che a tutti gli effetti si può definire un colpo di stato: l’occupazione dei palazzi del potere e la messa in fuga del presidente. A seguire, con la caduta di Yanukovic, il referendum in Crimea e la richiesta di indipendenza della regione stessa, è iniziata l’escalation di violenza, sono cresciute le posizioni più oltranziste verso tentativi indipendentisti delle aree dell’est. (più che di indipendenza, si sarebbe trattato di riannessione, come i quesiti referendari che l’hanno legittimata dimostrano).
E’ proprio in questo scenario che vanno inseriti i tragici fatti di Odessa. Un governo ‘europeista’ ha di fatto tollerato e in parte sostenuto un intervento di vera e propria pulizia etnica ai danni di una minoranza. Ed è evidente che il tentativo di Kiev rimane quello di inasprire gli scontri obbligando Mosca ad intervenire, nella speranza di un coinvolgimento maggiore della NATO in questo conflitto e un allargamento delle aree stesse del conflitto, che se prendesse la piega che gli europeisti di Kiev sperano porterebbe a conseguenze incalcolabili. E la stessa UE, pur simpatizzando verso uno spostamento a occidente delle istanze politiche di Kiev, non sarebbe disposta ad un coinvolgimento più allargato e più diretto nel conflitto contro Mosca. In questo grande teatrino dell’assurdo, l’Europa e i vari governi nazionali si dimostrano incapaci di sostenere una politica veramente autonoma di mediazione, che sia in grado di arginaree le violente contrapposizioni e di favorire una via pacifica alla questione ucraina. Prendendo le parti del governo di Kiev, riconoscendo illegittime le ragioni indipendentiste delle aree russofone, di fatto si schiera in questo conflitto, tacendo sulle tragedie che si consumano ai danni dei civili come quella avvenuta pochi mesi fa ad Odessa. Stampa e politica, nel loro silenzio assenso, dichiarano una guerra silenziosa a chi cerca di ridimensionare le aspirazione di allargamento dell’influenza occidentale sui confini eurasiatci. Legittimando poi di fatto, da sinistra a destra, da Vendola a Salvini, forme di violenza figlie del peggior squadrismo fascista che abbiamo vissuto e conosciuto a casa nostra. Storia magistra vitae? A volte, ma quando non si ha la possibilità di insegnare qualcosa a qualcuno stiamo a guardare in silenzio, facendo danni anche (e soprattutto) senza fare niente.



