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8 Settembre 2025Come ormai consolidata tradizione, ecco un’antologia di impressioni senza pretesa di professionalità, su alcuni film della Mostra del Cinema 2025. Con un tentativo di valutazione da 1 a 5, del tutto soggettiva.
La grazia – di Paolo Sorrentino ●
I film di Sorrentino hanno sempre un marchio inconfondibile: ritmo narrativo lento, dialoghi rarefatti, una prolissità a tratti estenuante, e l’ossessione di stupire lo spettatore con trovate che qualcuno trova geniali e altri semplicemente forzate. Il risultato è che chi guarda si ritrova costantemente sospeso tra due sensazioni: sentirsi un cretino perché non coglie i presunti significati profondi, oppure essere preso in giro. Con Sorrentino, insomma, non ci sono vie di mezzo: o lo si ama, o lo si detesta. Io appartengo alla seconda categoria.. Questo La Grazia non è il peggiore dei suoi film ma ha tutti i difetti (per coloro che ovviamente li ritengono tali) sopra citati. Come pura notazione di cronaca, il commento più ascoltato al PalaBiennale dopo la proiezione è stato: che palle!
Mother – di Teona Strugar Mitevska ●●
La regista macedone (come la santa), sceglie di raccontare soli 7 giorni dell’anno 1948, quelli che precedono la lettera papale, che la giovane Madre Teresa di Calcutta attende impaziente da tempo, con l’autorizzazione a fondare un suo Ordine. Ne emerge il ritratto di una donna severa, intransigente, impenetrabile, che si interroga sulla vera origine della sua frenesia per aiutare i poveri (è davvero proiezione verso gli ultimi o un velo di vanità, una forma di ύβρις?). Il tutto complicato non poco dal tradimento della diletta suor Agnieszka che resta incinta e vuole abortire. Film interessante, lontano dal santino agiografico (Noomi Rapace tratteggia una Madre Teresa a tratti persino indisponente) ma che lascia spiazzati e con la sensazione di rimanere lontani dalla grande santa.
Bugonia – di Yorgos Lanthimos ●●●
Un film difficile da incasellare: commedia, commedia nera con risvolti granguignoleschi, satira sociale, fantastico, apocalittico… c’è dentro un po’ di tutto. Ma soprattutto c’è la coppia di cospirazionisti più spassosa vista di recente al cinema: due completamente fuori di testa, guidati da un Jesse Plemons strepitoso, che pretendono di negoziare con.. l’imperatore di Andromeda la salvezza della Terra. Il coup de théâtre finale è fragoroso e irresistibile, anche se incrina la coerenza della storia. Ma tant’è: l’energia che sprigiona il film compensa ampiamente. Mi risulta non sia granché piaciuto ai fan di Lanthimos, ancora inebriati dal Leone d’Oro di Poor Creatures (che io non avevo per nulla amato). E infatti Bugonia a me è piaciuto.
Jay Kelly – di Noah Baumbach ●●
George Clooney si cala in una sorta di alter ego, attore di grido, osannato dai fans, un manipolo di assistenti devoti, in primis il manager e amico di sempre (un convincente Adam Sandler). Due figlie ventenni, nessuna moglie né ex moglie tra i piedi, ma una inquietudine di fondo, il dolceamaro dei ricordi passati e una paura latente di rimanere solo, abbandonato dalle figlie, dal padre, financo dal manager. Un uomo concentrato egoisticamente su se stesso che comincia a fare un bilancio, non entusiasmante, della vita. Ma il tutto resta timido e sospeso, il film non ha né voglia né forza di approfondire temi così seri. Tenero e commovente rivedere Stacey Keach, ombra dello sciupafemmine del tempo che fu ma ancora vigoroso, nei panni del padre del protagonista.
After the hunt – di Luca Guadagnino ●●
Un film costruito sulle ambiguità, a partire da quella fondante della vicenda: un docente è accusato di stupro da Maggie, studentessa nera, lesbica e ricchissima. Lui nega ma lo scandalo deflagra nel rassicurante microcosmo del Dipartimento di Filosofia di Yale, dove docenti e studenti discettano di etica, di Hegel, di Locke e.. della cattedra in assegnazione. Nessuno, neppure Alma (Julia Roberts) – collega, confidente, ex amante di lui e mentore di lei – può sapere chi dice la verità, eppure gli antagonisti (entrambi di rara antipatia) incongruamente fanno appello alla loro special relationship con Alma perché si schieri in loro favore. Equivoca e vagamente losca Maggie, indecifrabile Alma, anche dal marito da cui non si fa toccare da mesi. Peccato che in ultimo non sembri raccapezzarsi nemmeno l’autore che lascia in sospeso o liquida troppo in fretta diversi nodi narrativi.
À pied d’œvre – di Valérie Donzelli ●●●
L’eroe del film si potrebbe definire un penultimo della società. Non un barbone che langue in strada ma uno che deve contare il centesimo per sbarcare il lunario. Un povero, anzi un nuovo povero perché di estrazione piccolo borghese, tanto da essere stato in passato un fotografo di successo prima di intestardirsi a fare lo scrittore (di relativo successo ma non di cassetta). Per non trovarsi sulla strada e aver tempo per continuare a scrivere, accetta piccoli lavori di casa, aggiudicati con un’asta al ribasso attraverso una spietata app. Accetta tutto, con dignità e diligenza, e incontra una varia umanità che diventerà il soggetto di un libro finalmente di successo. Un piccolo grande film, asciutto ed essenziale. A dimostrare che si può dire molto anche senza straziare lo spettatore con pellicole interminabili.
Father mother sister brother – di Jim Jarmush ●●
Tre episodi distinti: l’incontro di due figli adulti rispettivamente con il padre e con la madre e due fratelli gemelli che ricordano i genitori dopo la loro morte improvvisa e sono chiamati a decidere del loro lascito. Le ambientazioni, sia geografiche che sociali, cambiano radicalmente da un episodio all’altro, ma ciò che li accomuna è il filo delle relazioni familiari: legami tra genitori e figli rappresentati come distanti, rari, non conflittuali ma freddi, intimiditi, quasi estranei. Ricorrono inoltre elementi simbolici presenti in tutti gli episodi, senza che venga mai chiarito il loro significato. La regia è impeccabile e le interpretazioni di grande livello. Tuttavia, al termine della proiezione, rimane un senso di incompiutezza, e una domanda sospesa.. e quindi? Inspiegabile il Leone d’Oro.
Le mage du Kremlin – di Olivier Assayas ●●●
Più un docufilm che un film vero, ancorché tratto da un romanzo. Efficace la ricostruzione degli anni ‘90 della Russia di Eltsin, turbolenti ed ebbri di ottimismo verso il futuro. E l’ingaggio di Putin come successore del decrepito Presidente, con l’illusione di creare un burattino manovrabile. Ottimamente delineata la mentalità cinica e spregiudicata dell’uomo (sarebbe interessante sapere che ne pensano i filoputinisti nostrani). Un film che cattura e appassiona nonostante i molti difetti: troppa carne al fuoco, alcuni passaggi confusi (per esempio la svolta antiputiniana di Berezovski è un po’ troppo precipitosa), una narrazione in flashback che appesantisce. Un po’ straniante, infine, l’uso esclusivo dell’inglese essendo tutti i personaggi russi.
The smashing machine – di Benny Safdie ●●●
Storia vera, ripercorre le imprese e le vicissitudini di Mark Kerr, campione di arti marziali miste, una disciplina che muoveva i primi passi negli anni ‘90 (uno strano incrocio tra pugilato e wrestling). Prodotto di genere, nel solco già molto frequentato del cinema sportivo, convenzionale ma di impianto solido e coinvolgente, capace di tramettere empatia per i personaggi, raccontati con sguardo partecipe nei loro alti e bassi. Oltre al Kerr, coprotagonisti la donna di lui, interpretata da Emily Blunt (davvero di una bellezza che buca lo schermo) e l’amico di sempre, collega e allenatore. Tutti tratteggiati con attenzione affettuosa, quasi a sottolineare che sotto quei fisici titanici non ci sono macchine da guerra, ma uomini in carne e ossa, fragili e sensibili, non meri bruti.
House of dynamite – di Kathryn Bigelow ●●●●
Un topos molto frequentato dal cinema – il missile atomico nemico, qui di provenienza ignota, che punta un obiettivo civile (in questo film addirittura la città di Chicago) e minaccia di scatenare la fine del mondo per la quasi inevitabile catena di reazioni e controreazioni. Bigelow sceglie di rappresentare tre volte la vicenda, attraverso protagonisti di volta in volta diversi ottenendo il felice risultato di scoprire volti ed emozioni di coloro che nelle precedenti versioni coglievamo solo come voci in collegamento, quasi a condurre lo spettatore a completare un puzzle. Un film potente, che mette in scena l’assurdità di aver disseminato il pianeta di ordigni distruttivi ben rappresentata dalla metafora che dà il titolo al film: come costruirsi una casa e murarne le pareti con candelotti di dinamite..
L’étranger – di François Ozon ●●●
Fedelissimo al romanzo di Camus, siamo nel 1938 nella Algeri coloniale dove convivono i mondi dei padroni francesi e degli arabi, cittadini di serie B (tanto che il protagonista Mersault nel processo sarà più sotto accusa per l’indifferenza dimostrata al funerale della madre che per aver ucciso un arabo). Tema dominante l’indifferenza esistenziale e assoluta di Mersault, alla perdita della madre, alla possibilità di carriera, all’amore appassionato e sincero di Marie, alla stessa circostanza di aver ucciso un uomo (anzi, un arabo). Un mal di vivere che troverà sollievo solo alla vigilia del patibolo, quando riconoscerà nell’indifferenza del mondo la sua stessa. In un felice contrasto, Ozon dipinge questo campione di indifferenza con premurosa partecipazione.
Duse – di Pietro Marcello ●●
Uno sguardo sul crepuscolo della vita della grande attrice, dalle visite al fronte di guerra al ritorno sulle scene (per motivi economici ma anche per un richiamo irresistibile), pure cimentandosi in sfortunate incursioni in produzioni moderne e alternative. Gli incontri con D’Annunzio, con il Duce, il difficile rapporto con la figlia e il tormento della tisi che la porterà alla morte. Una meticolosa messa in scena (perfino la linea elettrica lagunare su pali lungo il ponte ferroviario, demolita da decenni). Un marcato registro melodrammatico, direi eccessivo. Al centro, l’interpretazione di Bruni Tedeschi che più che incarnare la Divina, recita il suo solito stralunato personaggio tutto sospiri, sorrisi, lacrime e capricciose ostinazioni. Per molti una magistrale prova attoriale. Per altri, io tra questi, stucchevolmente ripetitiva.
The voice of Hind Rajab – di Kaouther Ben Hania ●●●●
Una bambina di Gaza, unica sopravvissuta a un attacco contro l’auto su cui viaggiava con zii e cugini, in contatto telefonico con la Mezzaluna Rossa, implora di essere soccorsa e riportata alla madre. Gli operatori tentano disperatamente di recuperarla, un’ambulanza si trova a poca distanza ma non può muoversi senza la green light delle autorità. La forza drammatica, l’attualità e la documentata autenticità del soggetto rendono quasi inadeguato soffermarsi sugli aspetti cinematografici. Eppure, il film è una prova di regia magistrale: asciutto, serrato, privo di retorica, sorretto da interpretazioni convincenti. Ne scaturisce una denuncia lacerante e universale dell’assurdità e della crudeltà di tutte le guerre. A sorpresa, solo Gran Premio della Giuria. Molti prevedevano il Leone d’Oro.
Nühai (Girl) – di Shi Qi ●●●
Tolstoj in Anna Karenina dice che ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Viene da obiettare che non sia così quando parliamo di famiglie segnate da un padre padrone brutale, ubriacone, violento. L’umiliazione, il degrado, il condizionamento nelle proprie vite e relazioni che, in questo bel film taiwanese, patiscono le tre vittime (madre e due figlie) sono, a Taiwan, i medesimi nel nostro Paese, così come parimenti stronzi e spregevoli sono certi capifamiglia nostrani. In questo caso, con l’aggravante che la donna è sostanzialmente anaffettiva e non offre alcuna protezione emotiva alle figlie. La maggiore, in età preadolescenziale, ne rimane segnata per sempre anche una volta cresciuta e affrancata dall’inferno. Il suo pianto a dirotto, alla fine del film, di fronte alla madre, è eloquente più di qualsiasi parola.
Ri gua zhong tian (The sun rises on us all) – di Cai Shangiun ●●
Sette anni prima lei aveva investito un uomo e il suo compagno di allora si era addossato la colpa scontando 5 anni di carcere, mentre lei ha cercato di rifarsi una vita e sta con un uomo sposato. Senonché, per caso, si incontrano in ospedale, lei per seguire una problematica gravidanza, lui perché ha un tumore, curabile, all’intestino. Spunto narrativo potente e melodrammatico che viene sprecato, nonostante una protagonista bella e intensa (meritata Coppa Volpi), mentre lui resta ingessato in un personaggio troppo muto per emozionare. Il film, nonostante una ricca sceneggiatura, non prende ritmo, non riesce a penetrare l’intreccio di sentimenti contraddittori che lega gli ex amanti, fino a un finale sì di grande impatto ma sostanzialmente inspiegabile. Peccato, poteva essere un grande film.
Chien 51 – di Cédric Jemenez ●●●
Filmone di azione francese in stile molto americano, ambientato in un futuro prossimo, in una Parigi che sembra Gotham City. La città è divisa in zone rigidamente separate (la Zona 1 la créme fino fino alla Zona 3 l’inferno metropolitano) e la sicurezza è gestita da Alma, un onnisciente megasistema basato sull’intelligenza artificiale, tutto il territorio è mappato e le persone sono controllate attraverso braccialetti identificativi, droni onnipotenti svolazzano identificando ogni individuo attraverso il riconoscimento facciale. Due poliziotti, un lui e una lei, che scoprono che il potere non la racconta giusta e cercano la verità. Un action distopico che non inventa nulla ma gioca bene le sue carte, soprattutto come avvertimento: fidarsi troppo dell’AI può essere davvero una pessima idea.
Immagine di copertina © AVenessia.com



