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19 Febbraio 2026Dissenso a rischio
Mio padre, che era nato negli Anni Venti e si era formato in piena epoca fascista, mi raccontava come ai tempi della sua giovinezza fosse difficile esprimere il proprio punto di vista. Ciò che è peggio, diceva, ed ancora più difficile, era costruire un proprio punto di vista autonomo e non condizionato dalla propaganda di regime. Ero molto piccola, quando lui me ne parlava, ma sin da allora mi sembravano delle fiabe mostruose che raccontavano un mondo distante e quasi inimmaginabile se non avessi avuto prova di una testimonianza così accorata come era stata quella di mio padre. Una realtà simile mi faceva paura. Nello stesso tempo mi inorgogliva la libertà di pensiero che, nonostante tutto, mio padre aveva maturato. Ripensandoci, col senno di poi, credo di aver avuto ragione nel sentirmi orgogliosa di tanto coraggio e di tanta autonomia di pensiero. La via più facile, per sopravvivere, a quei tempi, era il conformarsi alle idee dominanti, nelle quali di riffa o di raffa, si finiva col credere, in assenza di contraddittorio e di dibattiti.
Col passare degli anni e di sicuro fino ad oggi, ho imparato a ritenermi fortunata nel pensare di vivere in uno stato democratico dove una Costituzione che si ispira a principi di giustizia, di libertà e di uguaglianza ci protegge dai soprusi di chicchessia e dove non c’è spazio, almeno formalmente, per colpi di testa o per ubriacature di potere. Sono felice di pensare che la libertà di pensiero, il pluralismo dei punti di vista siano stati un pungolo, un grimaldello efficace per la costruzione di una mia idea personale del mondo. Sono felice di pensare che nell’aggiornarmi possa attingere a questa o a quella fonte e che in questo atto libero della ragione possa decidere da che parte stare, senza tema di essere censurata. Mi ritengo fortunata nel sapere che ci sia una costituzione che sancisce la mia libertà di manifestare e che ci siano degli amministratori della cosa pubblica che vivono il dissenso come uno scoppio di meraviglia e non come un moto di ribellione violenta da reprimere.
I venti di destra che spirano da oltre oceano, ma che hanno iniziato a soffiare anche sul nostro vecchio continente, mi dicono che queste certezze, fino a poco tempo fa granitiche, cominciano a vacillare. Gli orrori di Minneapolis, gli abusi di potere, scambiati da alcuni per semplici intemperanze, l’attacco ai mezzi di informazione, l’incitamento all’odio, l’insofferenza verso ogni forma di critica del trumpismo costituiscono una pericolosa premessa di degenerazione della democrazia.
La mancanza di una presa di distanza del governo italiano da quanto è successo negli Stati Uniti suona come un campanello d’allarme che dovrebbe preoccuparci: o si sta dalla parte del diritto o si sta dall’altra parte. Non c’è una terza via, e il governo dovrebbe salvaguardare i valori imprescindibili su cui si fonda la nostra repubblica.
Basterebbe riflettere su alcuni episodi accaduti di recente per alzare la nostra soglia di preoccupazione. Citerò alcuni esempi.
Penso all’iniziativa lanciata a metà gennaio 2026 da Azione Studentesca, l’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia. I militanti si sono posizionati davanti ai licei e agli istituti tecnici di diverse città italiane per sottoporre agli studenti un questionario dal quale rilevare quanti insegnanti di sinistra lavorano nelle nostre scuole. Un tentativo di “schedare” i docenti e di minare la libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione? Spero di no.
Non ci dimentichiamo della reazione della maggioranza ai fatti di Torino e della proposta che ne è seguita di tassare chi decida di partecipare a una manifestazione: un espediente per zittire quanti vogliono, in un modo o nell’altro, esprimere il proprio legittimo dissenso. Analogamente i manifestanti che hanno contestato i giochi olimpici sono stati definiti dalla premier nemici della patria: un conto è manifestare una divergenza anche radicale di opinione, come lei ha fatto, un conto è usare parole pesanti come macigni da parte di una altissima rappresentante pubblica, la quale peraltro spesso tradisce insofferenza nei confronti della stampa, della magistratura e di tutto ciò che intralcia il suo esercizio.
Per restare nelle questioni di casa nostra, questo clima di delegittimazione reciproca dell’avversario sta assumendo toni preoccupanti, in questo periodo di vigilia di un referendum. Ecco allora la propaganda governativa approfittare di episodi certamente gravi ma isolati, come l’attacco al poliziotto a Torino, per accusare tutti i manifestanti e la magistratura indulgente. Ci muoviamo nell’ambito di una strategia comunicativa che più che rientrare in un progetto politico, è un messaggio che parla alle viscere, laddove l’istinto regna incontrastato. L’algoritmo è semplice e immediato, non richiede ragionamenti articolati ma ha sicure probabilità di successo perché la propaganda più semplice è, più si insinua dentro chi l’ascolta. E le masse, si sa, non vanno istruite, non vanno educate, ma rassicurate. E talvolta impaurite. Davvero preoccupante!



