
Minaccia islamica? Almeno che serva. Come nuova sfida per il capitalismo occidentale.
13 Marzo 2017
Per un Museo della Civiltà Veneziana
13 Marzo 2017Alcune forze politiche (quelle che generalmente vengono chiamate “sovraniste”) vanno dicendo con convinzione che uno dei punti fermi del loro programma di governo se mai riuscissero ad andarci sarebbe quello di fuoriuscire dall’euro. Poiché l’eventualità che i sovranisti riescano davvero a conquistare Palazzo Chigi è improbabile ma possibile (anche di Trump si diceva che mai o poi mai e invece…) vale la pena riflettere sulle conseguenze di una eventuale uscita dall’euro.
Tre sono gli argomenti su cui articolare l’analisi qualitativa:
- La bilancia commerciale con l’estero
- La riconquistata libertà dai vincoli di bilancio europei
- Che succede del debito attuale
Il primo punto è per la verità uno dei capisaldi dei teorici della fuoriuscita dall’euro. La tesi è che tornando ad una moneta sovrana questa verrebbe subito fortemente svalutata verso l’euro (esperti del settore ipotizzano come verosimile una svalutazione del 30%) e le nostre importazioni ne riceverebbero grande impulso. Niente di più falso: uscire dall’euro comporta la fuoriuscita dal mercato unico europeo che rappresenta ora circa il 54% (dati 2015 dell’Istituto per il Commercio Estero ICE) del totale, ovvero 227 miliardi di euro su circa 414. Anche che la svalutazione dia impulso all’altra metà (scarsa) delle esportazioni nel resto del mondo è ovviamente impensabile che questa la raddoppi. Quindi complessivamente avremo (molte) meno esportazioni, non di più.
Ma non basta: oltre ad esportare per 414 miliardi, l’Italia importa beni (mediamente tutte materie prime indispensabili) per 369 miliardi. Che pagati nella nostra moneta sovranista svalutata del 30% ci verrebbero a costare molto di più. Insomma, una mazzata alle esportazioni e un’impennata alle importazioni. Un disastro per la bilancia commerciale dell’Italia. E a corollario un’impennata dell’inflazione da importazione e conseguenze pesantissime sul potere d’acquisto.
Veniamo al secondo punto, questo a tutti gli effetti un cavallo di battaglia di Salvini & Co. Fuori dall’eurozona non avremmo il cappio del 3% del deficit ed in teoria potremmo allegramente indebitarci ancora. Vero. Però, ammesso e non concesso che emettere debito sia la soluzione, quanto costerebbe emettere nuovo debito? Con la BCE fuori gioco, lo Stato Italiano sarebbe costretto ad andare sul mercato a vendere i suoi Titoli di Stato. L’Italia sarebbe in una posizione negoziale debolissima: uno stato superindebitato che chiede ancora denari in prestito ha credibilità zero. Per convincere i sottoscrittori dunque il Tesoro sarebbe costretto ad aumentare di molto i tassi di rendimento. Il peso del debito insomma, che in questi anni grazie ai rendimenti quasi nulli è stato sopportabile, tornerebbe a gravare moltissimo sul bilancio pubblico. Quindi altro che manovre espansive.. saremmo soffocati da un cappio ancora più asfissiante di quello attuale.
Last but not least, il debito. Il debito complessivo dell’Italia è 3200 miliardi di euro. Di questi almeno la metà, per una serie di motivi tecnici in cui non entro (eventualmente, vedere http://www.glistatigenerali.com/istituzioni-ue_macroeconomia/2017-lanno-della-svolta-fuori-dalleuro-o-dentro-ma-con-nuove-regole/ ma avviso che si tratta di una lettura impervia..) non sarebbero convertibili nella nuova eventuale valuta. Quindi, lo Stato avrebbe un guadagno sulla quota parte di debito che si può riconvertire in Lire (tecnicamente debito ridenominabile) perché declassate dalla svalutazione (guarda caso, a prenderlo in quel posto sarebbero i risparmiatori italiani per la maggior parte, i cosiddetti BOT people) mentre avrebbe un aggravamento del debito non ridenominabile che rimarrebbe in euro. Tenendo conto della distribuzione nel tempo dei debiti ridenominabili (tendenzialmente quelli più datati) e quelli non ridenominabili, la figura sotto (tratta dall’articolo citato sopra della testata Gli Stati Generali) mostra una simulazione di come andrebbero le cose:

Come si vede, nei primi anni vantaggi e svantaggi sostanzialmente si compensano (con un leggero saldo positivo) mentre nel tempo la preponderanza dei debiti non ridenominabili si accentua progressivamente.
Sempre in tema di debito, va pure precisato che l’Italia ha un debito verso la BCE di 358,6 Mld € che dovremmo restituire sull’unghia un giorno dopo che si uscisse dall’eurozona (vedasi http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-01-23/draghi-uscire-euro-bisogna-chiudere-saldi-target-2-italia-ha-passivo-359-miliardi-141554.shtml?uuid=AEr8WtF). Dico, 359 miliardi di euro…
In conclusione, l’uscita dall’euro provocherebbe: 1) il tracollo della nostra bilancia commerciale 2) un’impennata dell’inflazione e quindi una netta perdita di potere di acquisto interno e ancora di più all’estero 3) l’impennata dei costi da interessi sul debito futuro 4) un significativo aumento nel medio termine degli interessi da pagare sul debito già contratto 5) un netto calo del valore reale dei titoli di Stato in mano ai risparmiatori italiani 6) la necessità di tirare fuori subito dalle tasche 359 miliardi (il 20% del PIL).
Un disastro di proporzioni bibliche.
Le forze politiche che sostengono questa misura o mentono sapendo di mentire (cioè predicano l’uscita dall’euro per raccogliere consensi ma non hanno seriamente intenzione di perseguirla) o sono completamente folli e/o irresponsabili.





