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18 Maggio 2026E alla fine il premio come costruttore dell’Europa quest’anno lo ha vinto lui, Mario Draghi.
Il riferimento va al premio Carlo Magno che viene annualmente conferito ad Aquisgrana a personalità il cui pensiero sia stato di riferimento in ambito politico, economico e spirituale.
Nel ricevere il prestigioso riconoscimento Mario Draghi ha come da tradizione tenuto un discorso che non può e non deve passare inosservato ma sul quale anzi dovrebbe aprirsi un dibattito collettivo in tutti i paesi membri (l’Italia ne ha urgente bisogno considerato il baratro raggiunto negli ultimi tempi dal discorso pubblico).
A richiederlo è anche la natura stessa del premio, lontano dai freddi palazzi delle Istituzioni e nato invece nel 1949 dall’idea del dottor Kurt Pfeiffer che ad Aquisgrana fondò il circolo di lettura Corona Legentium Aquensis, una piattaforma per costruire nuovi ponti tra i cittadini europei.
Presa la parola, l’ex Presidente del Consiglio italiano è sembrato abbia quasi voluto rispondere alla domanda posta da Bergoglio all’Europa nel 2016 ricevendo lo stesso premio, ancora oggi così carica di un forte senso di attualità:
“Che fine hai fatto, Europa dell’umanesimo, paladina dei diritti umani, della democrazia e della libertà”?
Nel dare la sua risposta Mario Draghi ha pronunciato un discorso ampio, sincero e pragmatico.
Se l’ampiezza deriva dai tanti temi affrontati, sincerità e pragmatismo meritano di essere approfondite.
La sincerità emerge nella denuncia delle tre vulnerabilità che affliggono l’Europa:
dall’ esposizione alla domanda esterna, alla crescente dipendenza strategica, fino al deterioramento della posizione europea nelle tecnologie che definiranno i prossimi 10 anni.
Sono ferite aperte, forse conosciute se è vero come è stato detto che dal 1999, il commercio in rapporto al Pil è salito nell’area euro dal 31 al 55 per cento, contrariamente a quanto accaduto negli USA e Cina dove lo spostamento è stato al contrario minimo.
Sicuramente trascurate, come in tema di IA considerato l’impatto che questa tecnologia avrà sulla produttività e solo pensando che gli Stati Uniti sono pronti a spendere circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center entro il 2030.
Dalle ferite ai rimedi, una montagna da scalare, così almeno sembrerebbe per chi guardandosi intorno vede solo cocci da ricomporre.
Del resto, la differenza tra statisti e politici consumati dallo sguardo rivolto all’ombelico risiede nella capacità dei primi di vedere opportunità anche nelle situazioni più critiche e nella capacità di far intravvedere la luce a chi vede solo il buio, di disegnare insomma una traiettoria rivolta al futuro.
Così, con tutta l’attenzione che merita, la seconda parte del discorso è un tuffo nella speranza che rovescia la disperazione che attanaglia quando si pensa al destino a cui è stata chiamata l’Ucraina.
Ed è proprio da questo dramma ancora purtroppo attuale che Draghi intravede gli spiragli di una integrazione europea nella difesa che è già realtà se è vero che le imprese europee producono sistemi progettati dagli ucraini su territorio alleato e che la cooperazione nella difesa si sta diffondendo rapidamente (160 accordi bilaterali e plurilaterali di difesa tra stati europei, Regno Unito e Ucraina).
In un crescendo che solo i grandi discorsi sono in grado di esprimere perché alla forza delle parole aggiungono la concretezza del messaggio, Draghi ricorda che sei partnership fanno una clausola di mutua difesa, così facendo approdare il discorso al federalismo pragmatico.
Da Aquisgrana risuona così l’invito ai paesi che sentono più acutamente il peso di questo momento storico di agire approfondendo la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti capaci di produrre risultati che i cittadini possano vedere e misurare.
Agitare queste parole, farle camminare e diffonderle sono la strada migliore per ravvivare l’entusiasmo dei cittadini che non chiedono solo Europa ma invocano più Europa, più contenuti, più segni di concreta speranza.



