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31 Luglio 2026Siamo abituati a pensare agli attacchi con i droni nel contesto di una guerra di logoramento classica: una raffica contro un deposito di carburante per fermare i carri armati, un colpo a una raffineria per tagliare il rifornimento di diesel al fronte. Ma quello che sta maturando in questi mesi nell’infrastruttura russa è un’operazione d’ingegneria strategica decisamente più raffinata e, per certi versi, spietata.
L’Ucraina ha individuato un punto di rottura non solo logistico, ma finanziario, andando a picchiare sui peggiori debitori del sistema bancario di Mosca.
Per capire cosa sta succedendo bisogna guardare oltre la polvere degli hub logistici in fiamme e aprire i bilanci della finanza russa. Il settore dell’e-commerce e della logistica tech in Russia ha vissuto una bolla d’espansione colossale negli ultimi anni, finanziata quasi interamente a debito.
Secondo i dati del Financial Stability Review pubblicato dalla Banca Centrale della Federazione Russa, e ripresi da testate finanziarie come Frank Media e The Moscow Times, il debito complessivo dei primi cinque colossi tecnologici e logistici del Paese è schizzato del 53% in un solo anno, toccando la cifra record di 2.000 miliardi di rubli, ovvero oltre 27 miliardi di dollari. La crescita di questi debiti ha superato nettamente quella dei loro asset materiali, creando un’impalcatura finanziaria estremamente fragile.
Al centro di questo castello di carte c’è Wildberries, il gigante incontestato delle consegne online in Russia, l’equivalente locale di Amazon. Wildberries da sola trascina una spaventosa montagna di debito stimata in oltre 17 mila milioni di dollari. Per anni le banche di Stato e i grandi istituti commerciali russi hanno iniettato liquidità in questa struttura per sostenere i consumi interni ed evitare la percezione di isolamento economico.
A rivelare pubblicamente la portata di questa bomba a orologeria è stato un personaggio d’eccezione, l’oligarca russo Oleg Deripaska. Con una franchezza insolita e allarmata, Deripaska ha richiamato una celebre massima del mondo finanziario, ricordando che se devi un milione a una banca il problema è tuo, ma se devi miliardi il problema diventa della banca. E ha scandito con chiarezza che un eventuale fallimento di Wildberries non affonderebbe semplicemente l’azienda, ma spazzerebbe via l’intero sistema bancario russo, arrivando persino a suggerire in modo indiretto ai depositanti di riflettere su dove tenere i propri risparmi.
È qui che si innesta il colpo di genio tattico dell’intelligence e delle forze armate ucraine.
Quando si osserva la mappa degli attacchi condotti contro l’infrastruttura logistica russa, si nota un dettaglio fondamentale: i raid non colpiscono le strutture civili a caso o in maniera indistinta. Gli ucraini stanno prendendo di mira in modo chirurgico gli hub di Wildberries, lasciando spesso intatti i magazzini dei concorrenti che si trovano magari a pochi metri di distanza. Avendo analizzato gli stessi report d’allarme della Banca Centrale Russa, Kiev ha compreso che per mandare in corto circuito un’economia di guerra non serve distruggere ogni singola fabbrica: basta far fallire i clienti più indebitati e vulnerabili delle banche.
L’impatto di questa scelta è devastante nella sua semplicità. Quando un grande centro di smistamento viene incenerito ( e si stima che finora sia stato colpito circa il 20% della rete di Wildberries ) il flusso di cassa dell’azienda si blocca all’istante. Le merci non girano, gli ordini si interrompono, i ricavi crollano. Ma le rate dei finanziamenti miliardari contratti con le banche di Mosca restano scoperte. Senza flussi d’incasso, un colosso già pesantemente esposto come Wildberries non ha i margini per ristrutturare il debito o continuare a pagare gli interessi.
Il risultato è l’innesco di una reazione a catena finanziaria.
Se il più grande debitore del settore commerciale va in default, le banche russe si ritrovano improvvisamente con buchi da decine di miliardi nei loro bilanci. Gli istituti di credito, già strozzati dalle restrizioni d’accesso ai mercati internazionali e dai tassi d’interesse interni schizzati alle stelle per contenere l’inflazione, non hanno il capitale necessario per coprire sofferenze di questa portata.
A quel punto il Cremlino si troverà di fronte a un dilemma senza via d’uscita: o stampare trilioni di rubli dal nulla per salvare il settore bancario ed evitare il panico dei correntisti, scatenando un’iperinflazione incontrollabile, oppure lasciare fallire i colossi della logistica, congelando il credito commerciale e paralizzando l’intera economia reale.
Ridurre questi attacchi a semplici raid simbolici contro strutture civili significa non comprendere la natura della guerra asimmetrica contemporanea.
Gli ucraini non stanno colpendo un magazzino per bloccare la consegna di un pacco e far piangere qualche squinzia coi labbroni siliconati; stanno usando la leva finanziaria dell’avversario per spezzargli la schiena. Hanno trasformato l’enorme debito delle imprese russe in un cuneo strategico, infilandolo nell’anello più debole del sistema per far crollare, insieme alla logistica, l’infrastruttura finanziaria che tiene in piedi lo Stato russo.
Slava Ukraini.



