
RIGENERAZIONE URBANA Stessa spiaggia…stesso mare… E per non dimenticare…
3 Luglio 2026
LA FAGLIA DEMOGRAFICA 2
3 Luglio 2026IL GRANDE ASSENTE 2 Centro vs voto utile e bipolarismo, lo spazio che non c’è
Matteo Montagner scrive su questa testata questo approfondito articolo https://www.luminosigiorni.it/cultura/il-grande-assente-1-centro-liberale-decisivo-se-smette-di-comportarsi-da-comprimario/ che offre molti spunti di riflessione e che esordisce con un’affermazione “perentoria”: “C’è una domanda politica enorme in Italia, solo che quasi nessuno ha voglia di chiamarla con il suo nome.”
Mi permetto di aprire qualche ragionamento partendo proprio da questa sua assunzione che non mi convince né per la dimensione preconizzata né per l’ineluttabilità politica.
E non perché, come ho già scritto in un recente “Spigolature” qui su LG, che il cosiddetto “centro riformista” ormai ha assunto le caratteristiche dell’Araba Fenice: «che vi sia, ciascun lo dice; dove sia, nessun lo sa», ma perché da quando le vicende politiche dei primi anni ’90 del secolo scorso hanno imposto il sistema maggioritario, con quattro – prossimamente cinque – diverse leggi elettorali (Mattarellum Porcellum, Italicum, Rosatellum) tutte sempre fortemente improntate al bipolarismo, lo spazio per un centro riformista deve fare i conti con l’utilità del voto e la contrapposizione dei due fronti.
Si vocifera che questa ultima, ancora in gestazione e di difficile approvazione, il Melonellum – ma è mai possibile attribuire a tutte le forme elettorali dei nomi così orrendi solo per nobilitare i loro promotori utilizzando il “latinorum”? – possa avere una qualche forma di proporzionalismo, sempre dentro però la logica delle due coalizioni.
E nessuno che si ponga la domanda fondamentale: perché il sistema maggioritario, in tutte le sue varianti appena ricordate, è praticato solo in Italia nel novero delle democrazie europee?
La stabilità non è mai stata garantita, con l’eccezione di quest’ultimo turno meloniano in cui la stabilità ha fatto aggio sull’immobilismo (vedasi tutti i parametri socioeconomici contenuti nell’articolo di Matteo Montagner). Nessuno sembra voler affrontare il vero nodo: come aumentare la produttività, attrarre investimenti, ridurre il peso della burocrazia, costruire un sistema educativo capace di competere con le grandi economie avanzate, investire nella ricerca, nell’intelligenza artificiale, nelle infrastrutture strategiche.
Rimane il fatto che non sappiamo quando andremo a votare, non sappiamo con che sistema eleggeremo il Parlamento, non sappiamo quanti poli si presenteranno alle elezioni, non sappiamo quali saranno le alleanze, non sappiamo il candidato leader di uno dei principali schieramenti. Insomma, non sappiamo niente di niente, eppure siamo certi che vincerà questo o quello e che quegli altri perderanno, malgrado i sondaggi – che al momento si basano sul nulla di cui sopra – segnalino una sostanziale parità tra un ancora troppo vago centrodestra e un altrettanto vago centrosinistra.
Si discute invece molto dell’impatto del nuovo partito di Roberto Vannacci sugli equilibri della destra, ma un’eventuale lista di Futuro Nazionale dovrà raccogliere in poche settimane circa 150 mila firme. Nello specifico, la normativa impone alle nuove forze di raccogliere almeno 1.500 firme per ciascuno dei 75 collegi plurinominali previsti, e la soglia può arrivare a scalare fino a 2.000 firme per collegio, determinando così il totale complessivo indicato se le Camere saranno sciolte anticipatamente, un’impresa non da poco in particolare per un partito appena nato. Anche i liberaldemocratici di Luigi Marattin e Più Europa sono nelle stesse condizioni, così come le aggregazioni civiche come la lista centrista di Alessandro Onorato di cui i giornali parlano da settimane
Soltanto a giochi fatti si potrà capire se i poli che si scontreranno alle elezioni saranno due o tre, oppure addirittura quattro o cinque (centrodestra, Vannacci, centro, centrosinistra e Di Battista), nel qual caso il pareggio parlamentare sarebbe pressoché certo se si votasse con l’attuale legge elettorale. Ma il pareggio potrebbe arrivare anche se si votasse con il premio di maggioranza previsto dal Melonellum, perché con cinque poli in campo diminuirebbero le probabilità che uno dei cinque superi la soglia del 42 per cento che fa scattare il premio di maggioranza. Se nessuno raggiungesse il quorum, infatti, la ripartizione degli eletti diventerebbe proporzionale e aprirebbe le porte allo smantellamento delle coalizioni preelettorali e a nuovi scenari parlamentari.
Insomma, senza conoscere quando, come e chi si vota è azzardato prefigurare schieramenti definiti, partite chiuse e maggioranze di governo certe.
E in tutto questo la situazione del “centro-riformista-progressista” appare ancor più ingarbugliata e scarsamente attrattiva per un elettorato che si troverebbe di fronte a torsioni maggioritarie/presidenzialiste (il nome del capo della coalizione in bella evidenza sulla scheda elettorale) oltretutto diviso e “sparpagliato” in qualcosa come dieci fra partiti(ni), associazioni, movimenti, sigle.
La visione (utopistica) che si basa su un ragionamento politico vorrebbe un centro politico che avesse un’ambizione culturale oltre che elettorale, che rimettesse al centro la crescita invece della distribuzione del declino. Che difendesse l’economia di mercato senza trasformarla in un dogma. Che tenesse insieme libertà economiche e diritti civili. Che proponesse un fisco semplice, una giustizia efficiente, uno Stato più leggero ma più autorevole, una scuola che premiasse il merito, un’università competitiva, un grande piano europeo per la ricerca, l’energia, la difesa, l’ambiente l’innovazione.
Anche perché l’impressione è che il conflitto politico italiano sia sempre meno uno scontro fra destra e sinistra e sempre più una competizione fra due forme di conservatorismo. Una è nazionalista. L’altra è giustizialista.
E in questa logica la contrapposizione populista prevale sul ragionamento e sul voto responsabile, che presupporrebbe un approccio più costruttivo e meno ideologico (nazionalismo vs giustizialismo, con viraggio “costituzionalista” – la Costituzione più bella del Mondo – preconizzato da Giuseppe Conte alla ricerca di una denominazione che superi il cosiddetto Campo largo).
E intanto il Parlamento smette di essere il luogo della sintesi e diventa semplicemente la cassa di risonanza dello scontro generale. Non è questo il bipolarismo che era stato immaginato, e che non si è mai realmente concretizzato, nel nome di un più limpido esercizio del mandato popolare. La cosa strana, dentro questo andazzo, è che gli esponenti di centro che sono dentro e fuori il Parlamento non riescano a offrire un’alternativa seria a questo bipolarismo paralizzante pensando piuttosto, specie in questi giorni, a litigare tra di loro.
Tanta roba di fronte a quello che anche Matteo Montagner vede come una montagna da scalare a mani nude “Il Centro Liberale può contare solo a una condizione: deve smettere di essere un arcipelago di personalismi…quel baricentro non può essere l’ennesima somma di ego”.
Auguri!



