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Remake dell’indimenticato La femme infidèle (Stéphane, una moglie infedele) di Claude Chabrol di quasi 60 anni fa: un matrimonio che si trascina in una educata e quieta routine, il marito scopre che la bella moglie lo tradisce, affronta il rivale e lo uccide, senza dire nulla alla moglie e questa, dopo un momento di disperazione, scopre che l’omicida è il marito e resta paradossalmente conquistata da questa dimostrazione d’amore.
Nel film francese, quest’ultima circostanza è espressa con felicissima sintesi da un sorriso, appena accennato, che appare sul volto di lei (la fascinosa Stéphane Audran) alla fine del film, quando la polizia porta via il marito avendone scoperto il delitto. Un solo fotogramma che dice tutto. Sintesi estrema supportata dal fatto che il marito (interpretato da Michel Bouquet) è tutt’altro che un maschio alfa, è un omino insignificante e mite, certo non col physique du rôle del killer.
Il film di Andrej Zvjagincev, ambientato in una indefinita cittadina russa, cambia le circostanze. Lui, Gleb, è il direttore di una grossa azienda di trasporti, tra le 4-5 che danno lavoro a tutta la città, e fa parte dell’élite cittadina, sia per censo (la coppia vive col figlio in una magnifica villa appena fuori città) che per potere, testimoniato dalla contiguità col sindaco e le autorità. Siamo all’inizio della famigerata Operazione Militare Speciale e una delle preoccupazioni di Gleb è fornire urgentemente una lista di 14 persone da inviare in Ucraina (pena l’intervento forzato del Commissario Militare). La moglie Galina è una donna dalla elegante e raffinata sensualità che il regista abilmente ci lascia intuire anche solo quando si cosparge le gambe con la crema da notte. È insoddisfatta del ruolo di “moglie di”, rancorosa per un non ben specificato tradimento passato. Ha perso la testa per un giovane fotografo nel cui appartamentino si incontra regolarmente dando libero sfogo al desiderio e alla voglia di essere se stessa senza la maschera della signora altoborghese (strepitosamente seducente la scena in cui si lascia fotografare lasciando lentamente cadere l’asciugamano che la copre).
Il delitto è tutt’altro che perfetto ma al contrario che nel film di Chabrol resta impunito perché la polizia ha ricevuto l’ordine di lasciar cadere ogni indagine dal Sindaco, a cui l’omicida si rivolge per aiuto. Egli, infatti, è protetto da quel labirinto del Potere che dà il sottotitolo italiano, è una persona che conta in un ambiente dominato dal potere assoluto dell’apparato statale nella Russia di Putin.
Il Minotauro del titolo, la creatura mostruosa che si nutre di carne umana, al cui appetito infame ogni anno venivano offerti in tributo 7 giovani e 7 fanciulle ateniesi, è la metafora perfetta dell’obolo, appunto in carne umana, preteso dal regime putiniano per la folle guerra. Che è il vero mostro, che fa diventare tali anche coloro che, forzatamente o meno, vi si piegano. Insomma, il film è anche un’opera politica critica ma ha il pregio di farlo in modo implicito, quasi incidentale, senza la pesantezza didascalica in cui opere a tesi rischiano spesso di cadere. La guerra con l’Ucraina sta sullo sfondo, la si intravede dalla partenza dei più o meno volontari al fronte, dalla disperazione della madre che vede partire il figlio giovanissimo, dalle manovre oblique e ingannevoli con cui Gleb individua il suo contributo alla causa dell’Operazione Militare Speciale (tra cui perfidamente infila anche il solo testimone che avrebbe potuto smascherarlo).
Il film è stato girato in Lettonia, Andrej Zvjagincev è un artista dissidente, si è espresso contro la guerra all’Ucraina e Putin e ha lasciato la Russia da anni. I russi con ogni probabilità non lo vedranno mai. Sarebbe però ingeneroso puntare il dito solo su Putin. Le dinamiche descritte sono, mutatis mutandis, esattamente le stesse in tutti i luoghi dove non vige un sistema democratico e liberale, dove i diritti individuali non sono tenuti in considerazione e i rapporti personali e con il Potere si incistano in un sistema mafioso e connivente. Sarebbe il caso che questo film lo vedessero in molti, magari anche quegli intellettuali (e non) di casa nostra che guardano con simpatia anche alle peggiori dittature purché avverse all’orrendo modello occidentale.
Gran Prix della Giuria a Cannes 2026. Meritatissimo.



