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5 Agosto 2026Il taglio dei parlamentari e il rafforzamento delle segreterie dei partiti
Un’analisi lucida e documentata che svela il paradosso del taglio dei parlamentari: una riforma populista nata per risparmiare e avvicinare le istituzioni ai cittadini, finita per rafforzare i partiti e indebolire la democrazia.
“Tagliamo le poltrone, riduciamo i costi della politica!!”
Vi ricordate? Era uno degli slogan della propaganda di parte per il referendum del 2020 sul taglio del numero dei parlamentari.
Al di là della risibile illusione di risparmiare qualche decina di milioni (presentati come una cifra enorme, mentre oggi sappiamo che la spesa complessiva della Camera non solo non è diminuita, ma addirittura è aumentata, nonostante il minor numero di eletti: https://ilgiornalepopolare.it/ taglio-dei-parlamentari-il- risparmio-promesso-non-ce/), la vera promessa del referendum era che, tagliando un terzo dei parlamentari, il Parlamento sarebbe diventato più efficiente, più autorevole e più vicino ai cittadini.
Sei anni dopo possiamo testimoniare senza pregiudizi e con serena certezza: nessuno sostiene seriamente che ciò sia accaduto.
Lo diciamo col senno di poi, ma era evidente già allora (lo sottolineava, per esempio, Sabino Cassese): dal punto di vista del metodo giuridico, modificare la Costituzione con un intervento isolato, senza ridisegnare il funzionamento del sistema, senza una riforma, è un errore.
E, se collochiamo questo intervento in prospettiva, l’assenza di un disegno organico di riforma, con meri interventi puntuali scollegati ed incoerenti, porta conseguenze ancora peggiori. Da questo punto di vista si può dire che il referendum del 2020 ha modificato l’equilibrio del sistema istituzionale, poiché i suoi effetti più problematici stanno emergendo solo oggi, quando si discute della legge elettorale.
Infatti, il dibattito sulla reintroduzione delle preferenze sta facendo affiorare un paradosso che nel 2020 forse nessuno aveva previsto. Con un Parlamento ridotto di un terzo, ogni parlamentare dovrà rappresentare un territorio molto più vasto (ricordate? “Così i cittadini saranno rappresentati meglio”) e, se dovrà conquistarsi le preferenze, dedicare molto più tempo alla costruzione del consenso personale sul territorio. La conseguenza è evidente: meno tempo per il lavoro parlamentare, proprio mentre si pretendeva di renderlo più efficiente.
Ecco il paradosso: abbiamo ridotto il numero dei parlamentari in nome del risparmio, e spendiamo di più; in nome dell’efficienza, e rischiamo di ottenere parlamentari costretti a disertare l’aula per essere ancora più presenti nei collegi, proprio perché ogni seggio è diventato infinitamente più difficile da conquistare.
È uno degli effetti inattesi di un “intervento di sfoltimento” costruito intorno a uno slogan anziché a una riflessione seria sull’equilibrio delle istituzioni.
Ma non è questa l’unica considerazione. Dal punto di vista politico, questo referendum fu un booster per il processo di delegittimazione delle istituzioni, già in atto da anni: in particolare, il Parlamento – che in un sistema parlamentare dovrebbe rappresentare il fulcro dell’indirizzo politico – ha visto nel tempo ridursi in modo significativo le proprie funzioni e il proprio peso decisionale. Che le decisioni vengano ormai prese dall’esecutivo a prescindere dal legislativo è, per esempio, testimoniato da un record assoluto di cui può fregiarsi il governo Meloni: quello dei voti di fiducia, con la rispettabile cifra di 108 alla data del 22 febbraio 2026 (https://www.lacapitalenews. it/politica/governo-meloni- record-di-fiducie-con-il- milleproroghe-si-arriva-a-108- voti-blindati-mai-cosi-tanti- nella-storia-della-repubblica/ ). Un altro aspetto che testimonia il ruolo sempre più marginale del Parlamento è dato dal numero dei decreti legge, aspetto questo – però – che accomuna gli ultimi governi indipendentemente dal colore politico: la media è di poco superiore a 3 decreti legge al mese per i governi Meloni, Draghi e Conte II (https://www.openpolis.it/ numeri/il-governo-meloni- pubblica-in-media-3-decreti- legge-al-mese/), l’ultimo quello che, complice anche la pandemia, ha accelerato il ricorso alla decretazione d’urgenza.
A questo processo la classe politica nella migliore delle ipotesi assiste inerme, nella peggiore lo cavalca; e infatti c’è da dire che i partiti non sembrano molto disturbati da questa perdita di autorevolezza e di ruolo del Parlamento, che, in parallelo, vede aumentare il potere delle segreterie dei partiti stessi. Notava infatti Armando Spataro che il problema, lungi dall’essere il numero dei parlamentari, è la loro qualità, “qualità che finisce con l’essere soffocata o sacrificata dalla concezione partito-centrica che i leader politici perseguono e che li porta a candidare e, grazie ad una legge elettorale che penalizza la libertà di scelta dell’elettore, a far eleggere spesso i più fedeli e non i migliori. Ecco che il Parlamento, che come organo centrale della democrazia dovrebbe guidare e controllare l’Esecutivo, si trasforma in un organismo notarile che certifica ed approva ciò che il Governo decide” (https://www.giustiziainsieme. it/it/costituzione-e-carta- dei-diritti-fondamentali/1301- le-ragioni-del-no-al-taglio- dei-parlamentari).
Vale a dire che il problema è non quanti parlamentari ci sono, bensì come vengono scelti, quali competenze possiedono, quanto sono autonomi dai vertici dei partiti e quanto il Parlamento riesca davvero a esercitare la propria funzione di controllo sul Governo.
E difatti anche le recenti elezioni amministrative di Venezia confermano che “in Italia puoi perdere nel tuo territorio e continuare a vincere nelle segreterie” (come scrive Gabriele Elia: https://www.ilriformista.it/ nuova-legge-elettorale- cittadini-o-segreterie-dei- partiti-chi-deve-scegliere-i- parlamentari-516188/). Con le liste bloccate il baricentro della rappresentanza si è spostato. L’elezione di un parlamentare è dipesa sempre meno dal rapporto costruito con i cittadini e sempre più dalle scelte delle segreterie di partito. Quando il destino politico passa soprattutto attraverso la collocazione in lista, è inevitabile che il rapporto con il vertice del partito assuma un peso maggiore di quello con il territorio.
Ancora più sorprendente è che quasi nessuno oggi rivendichi il taglio dei parlamentari. Eppure, nel 2020, veniva presentato come una svolta epocale, il primo passo verso una politica più efficiente e più vicina ai cittadini. Oggi nessuno sostiene seriamente che il Parlamento funzioni meglio grazie al minor numero dei suoi componenti. È il segno più evidente del fallimento di quella narrazione.
Le istituzioni sono come un ecosistema. Non si può intervenire su un solo ingranaggio pensando che tutto il resto rimanga identico. Il taglio dei parlamentari è stato figlio dell’idea populista che bastasse eliminare qualche centinaio di “poltrone” per migliorare la democrazia. Oggi scopriamo che le istituzioni non funzionano a slogan: ogni riforma produce effetti a catena, spesso molto diversi da quelli immaginati dai suoi promotori. Non si può non notare – con un sorriso amaro – che il Movimento 5Stelle, che della lotta ai partiti aveva fatto la propria bandiera, ha invece finito per rafforzare le segreterie dei partiti ed aumentare la distanza tra politica e popolo come effetto perverso della sua battaglia di bandiera, il taglio dei parlamentari.



