
CONO DI LUCE Il vetro : la forma della passione con Giovanni Montanaro.
12 Luglio 2026La Sinistra italiana ha cambiato pelle. Nella sua componente oggi prevalente non è più una forza autenticamente riformista, capace di rappresentare il lavoro che produce, l’Impresa che innova, la Scuola che forma e seleziona, lo Stato che funziona. È diventata una Sinistra rivendicativa: una coalizione sociale e culturale che sembra trovare più facilmente unità nell’individuazione di un torto da denunciare che nella costruzione di una soluzione praticabile.
Il problema non è difendere chi è rimasto indietro. Quello dovrebbe essere uno dei compiti essenziali di ogni politica progressista. Il problema è trasformare la tutela dei più deboli in un sistema permanente di contrapposizione tra categorie: il dipendente contro l’autonomo, il cittadino contro l’Impresa, il contribuente contro il mercato, chi riceve contro chi produce.
In questa rappresentazione chi apre una partita IVA, mantiene in piedi uno Studio Professionale, paga gli stipendi, anticipa imposte e contributi e si confronta ogni giorno con banche e burocrazia non è più un soggetto da sostenere. Diventa quasi una figura da sorvegliare, un privilegiato presunto, talvolta un evasore in attesa di essere scoperto.
La Sinistra rivendicativa sembra avere progressivamente smarrito il linguaggio della crescita e della mobilità sociale. Parla molto di redistribuzione, ma assai meno di ciò che dovrebbe essere prodotto prima di poter essere redistribuito, promette protezione, ma raramente indica un percorso credibile per aumentare produttività, salari, investimenti, competenze e opportunità.
È anche per questo che l’intesa con il Movimento Cinque Stelle è divenuta così naturale. A unire le due culture politiche non è soltanto una convergenza programmatica, è una comune propensione a interpretare la società come una somma di creditori morali, ciascuno dei quali ritiene di avere qualcosa da esigere da qualcun altro o dallo Stato.
Non l’ascensore sociale, ma il condominio assistito. Non l’autonomia delle persone, ma la loro dipendenza da una decisione pubblica. Non la crescita, ma la distribuzione di risorse che si presume possano essere generate indefinitamente per decreto.
Il Grillismo aveva promesso di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, la sua esperienza ha invece dimostrato una verità più ordinaria: non voleva eliminare i meccanismi della politica tradizionale, voleva conquistarli.
Le dirette Facebook, la piattaforma Rousseau, le votazioni online e i sermoni contro la casta hanno accompagnato il Movimento fino al governo con la Lega, poi con il Partito Democratico, infine alla partecipazione al governo Draghi. Non vi è nulla di scandaloso nel modificare le proprie alleanze, è anzi normale in una democrazia parlamentare. Diventa però difficile continuare a presentarsi come forza antisistema mentre ci si adatta con notevole elasticità a ogni configurazione del sistema stesso.
La rivoluzione digitale si è conclusa così: non con la trasformazione delle Istituzioni, ma con la ratifica telematica dell’ingresso nelle stesse.
Anche la Lega ha percorso una parabola simile. Da Roma ladrona ai Ministeri romani, dalla protesta fiscale alla spesa pubblica, dalla secessione al nazionalismo centralista. Il populismo cambia rapidamente lessico e bandiera, ma conserva una caratteristica costante: la promessa che problemi complessi possano essere risolti individuando un nemico semplice.
La Sinistra rivendicativa invece di opporre a questa deriva una cultura della responsabilità ha finito per assorbirne una parte rilevante. Il cosiddetto “campo largo” rischia così di trasformarsi in un contenitore nel quale l’unità viene ricercata non attorno a una visione del futuro, ma nella somma delle rispettive insoddisfazioni.
Si mira a più sussidi, più spesa corrente, più intervento pubblico, più regolazione, più sospetto verso l’Impresa e il lavoro autonomo, non necessariamente perché ciascuna di queste misure sia sempre sbagliata, ma perché viene spesso proposta senza stabilire priorità, coperture, risultati attesi e criteri di valutazione.
La politica economica finisce allora per ridursi a una sequenza prevedibile. Se un settore è in difficoltà si istituisce un bonus. Se una categoria protesta si apre un tavolo. Se emerge una disuguaglianza si individua un’imposta. Se un servizio pubblico non funziona si richiedono maggiori risorse prima ancora di chiedersi come siano state utilizzate quelle già disponibili.
In questo schema il Professionista rischia di diventare un evasore potenziale, l’Imprenditore un datore di lavoro sospetto, il contribuente una fonte di copertura e la Pubblica Amministrazione un organismo da finanziare indipendentemente dai risultati prodotti.
Eppure all’interno del Centrosinistra persistono ancora alcune fasce di resistenza progressista, riformista e antipopulista, esistono esponenti che continuano a ritenere compatibili solidarietà e responsabilità, diritti e doveri, protezione sociale e crescita economica.
Personalità come Graziano Delrio rappresentano la sopravvivenza di una cultura istituzionale che tenta di tenere insieme progressismo, attenzione sociale e realismo politico, ma queste componenti appaiono spesso relegate al ruolo di foglia di fico utile a rassicurare i moderati: vengono mostrate per ricordare che il Centrosinistra conserva ancora una vocazione di governo, senza però consentire loro di determinarne realmente la direzione.
Altre figure sono state spinte verso una sorta di diaspora politica. Pina Picierno, con il suo europeismo, il sostegno all’Ucraina e la sua posizione apertamente antipopulista, rappresenta una linea sempre più difficile da conciliare con un progetto costruito attorno all’alleanza strutturale con il Movimento Cinque Stelle.
La contraddizione è evidente. Nel momento in cui i limiti del populismo dovrebbero suggerire una sua critica più netta, la Sinistra rivendicativa preferisce incorporarlo. Gli antipopulisti diventano marginali, i riformisti vengono tollerati purché non disturbino e i moderati sono chiamati periodicamente a fornire una patente di affidabilità a una coalizione la cui direzione politica si muove altrove.
Rimane poi il principio di realtà.
L’Italia è un Paese fortemente indebitato, demograficamente vecchio, caratterizzato da una produttività stagnante, da salari deboli e da una crescita insufficiente. In un contesto simile non è possibile finanziare ogni richiesta ricorrendo alla spesa pubblica, scaricando sistematicamente il costo sulle generazioni future.
La questione non è negare le disuguaglianze, esistono, sono profonde e in alcuni casi si stanno ampliando, riguardano il lavoro, la casa, la Scuola, la Sanità, l’accesso alle opportunità e la distanza crescente tra territori e generazioni.
Una politica seria dovrebbe però affrontarle attraverso un programma di emancipazione: Scuola più esigente e inclusiva, formazione continua, concorrenza, investimenti, semplificazione, politiche industriali selettive, servizi pubblici valutati sui risultati, fiscalità meno ostile al lavoro e sostegni concentrati su chi ne ha realmente bisogno.
La Sinistra rivendicativa tende invece a offrire una forma di compensazione. Non dice: “Ti metteremo nelle condizioni di migliorare la tua posizione”. Suggerisce piuttosto: “Individueremo chi deve pagare per il fatto che la tua posizione non è migliorata”.
La politica diventa così psicologica prima ancora che economica. Individua il colpevole, costruisce una narrazione morale, introduce un’imposta o distribuisce un beneficio temporaneo, ma un bonus non è un ascensore sociale e un’imposta non è una politica industriale.
Anche sul tema dell’immigrazione questa difficoltà è evidente. La Sinistra di Minniti, con tutti i limiti e le controversie delle scelte adottate, aveva compreso che i fenomeni migratori non possono essere governati soltanto attraverso dichiarazioni di principio.
L’immigrazione irregolare, quando viene abbandonata alla retorica e sottratta alla capacità di governo, alimenta insicurezza, tensioni sociali e consenso per l’estrema destra. Una politica progressista dovrebbe riuscire a tenere insieme umanità, legalità, integrazione, controllo delle frontiere e cooperazione internazionale.
Oggi, invece, questa posizione sembra difficilmente praticabile. Si preferisce spesso evitare il conflitto interno, anche al prezzo di consegnare sicurezza e periferie alla propaganda della destra. Si enunciano principi condivisibili, ma si rinuncia a governarne le conseguenze concrete.
Il risultato è un circuito prevedibile: la Sinistra rivendicativa sottovaluta il problema, il Centrodestra lo esaspera, i cittadini si polarizzano e nessuno costruisce una risposta credibile.
Perché anche il Centrodestra, nel frattempo, ha smesso da tempo di essere una forza autenticamente liberale o conservatrice nel senso più serio del termine. È diventato prevalentemente una forza reazionaria: vive di identità minacciate, paure collettive, nostalgie, protezioni corporative e ricerca continua di un nemico.
La Sinistra rivendicativa identifica il colpevole nel mercato, nell’Imprenditore e nel presunto privilegiato. Il Centrodestra reazionario lo cerca nel migrante, nell’Europa, nelle minoranze, nella modernità o in qualche élite indistinta. Entrambi utilizzano il maglio della retorica per evitare il lavoro assai più faticoso della riforma.
Da una parte vi è lo Stato assistenziale come risposta universale, dall’altra lo Stato identitario e protettivo, da una parte la nostalgia per la redistribuzione senza crescita, dall’altra quella per un ordine sociale che non tornerà. In mezzo vi è un Paese che avrebbe bisogno di concorrenza, innovazione, infrastrutture, istruzione, responsabilità fiscale e istituzioni credibili.
Sinistra rivendicativa e Centrodestra reazionario sono così diventati due elementi complementari dello stesso sistema. Si combattono quotidianamente, ma hanno bisogno l’una dell’altro. Ogni eccesso dell’una legittima l’eccesso dell’altro. Ogni slogan produce lo slogan contrario. Ogni fallimento viene utilizzato non per correggersi, ma per radicalizzare il proprio pubblico.
Il campo largo non rompe questo meccanismo, lo consolida, la destra identitaria non lo supera, lo alimenta.
Il problema non è soltanto scegliere chi governerà la prossima legislatura, è decidere se continuare a sostenere forze che sembrano non avere più molto da dire, salvo agitare paure, risentimenti e appartenenze.
Il vuoto più grave è forse la fine dei Liberali, non intesi come una piccola tribù elettorale, ma come funzione politica e culturale capace di opporsi agli assistenzialismi. Quello della Sinistra rivendicativa redistribuisce senza creare abbastanza valore; quello del Centrodestra reazionario protegge rendite, corporazioni e categorie amiche. Manca una forza che sappia dire che lo Stato deve aiutare chi è in difficoltà senza trasformare l’aiuto in dipendenza, che il mercato va regolato senza essere demonizzato e che la libertà economica comporta anche responsabilità, concorrenza e regole uguali per tutti.
Per chi vuole davvero rompere questo sistema forse è arrivato il momento di votare altro.
Non per testimonianza, non per estetica centrista e nemmeno per nostalgia di una stagione politica trascorsa, ma per costruire uno spazio progressista, liberale, europeista e antipopulista che torni a parlare di crescita, merito, responsabilità, emancipazione e qualità delle Istituzioni.
Uno spazio nel quale la giustizia sociale non significhi punire chi produce, ma consentire a più persone di produrre, lavorare e migliorare la propria condizione, nel quale la sicurezza non venga regalata alla destra reazionaria e la solidarietà non venga ridotta a una distribuzione occasionale di bonus, nel quale l’Impresa non sia un nemico, lo Stato non sia un datore di lavoro di ultima istanza e il cittadino non sia trattato alternativamente come un suddito da proteggere o un contribuente da spremere.
La Sinistra rivendicativa ha smesso di emancipare e ha cominciato ad amministrare il disagio. Il Centrodestra reazionario ha smesso di proporre libertà e ha cominciato a sfruttare la paura.
Entrambi dicono di voler cambiare il Paese, entrambi sembrano soprattutto interessati a conservare il proprio posto nel sistema.
Per rompere questo equilibrio non serve una retorica ancora più violenta, serve finalmente una politica diversa.



