
Siluri e… silurati
7 Agosto 2012
Stranieri e cittadinanza
9 Agosto 2012Giorni fa mi trovavo su una linea della metropolitana milanese e ho assistito, attonita, a una chiacchierata tra due adolescenti. Tre cose mi hanno colpito in particolare: la ripetitività ossessiva, quasi parossistica, di alcuni intercalari, l’enorme difficoltà ad esprimere dei brevi pensieri, l’assoluta incapacità di costruire una sia pur semplice impalcatura dialogica. I due ragazzi, tra un “bella-fratello”, un “cioè” , un “tipo” e un “c…” e un “f…” si parlavano addosso, sovrapponendosi l’un l’altro e ignorando le più basilari norme di interazione. Se non si fossero serviti di energiche pacche sulle spalle e di “fraterni” spintoni, tra i due ci sarebbe stato un dialogo tra sordi.
Mala tempora – mi son detta – per lemmi e vocaboli della nostra lingua! Riscontro, nella mia esperienza quotidiana, una leggerezza, nell’uso delle parole, che ha delle insospettabili ricadute nella vita delle persone. In realtà, le parole sono importanti. Sono, come diceva Galileo, strumento di pensiero. Hanno molteplici funzioni. Servono ad esprimere sensazioni, servono a raccontare e a raccontarsi. Servono a descrivere la realtà, ma anche a trasformarla. Diffondono e producono conoscenze.
La cura delle parole è, quindi, essenziale. Essa, per un verso, allarga la mente, per l’altro, ci aiuta a riconoscere e a dominare le nostre emozioni. Ho notato che i ragazzi violenti, spesso, possiedono strumenti linguistici molto poveri, non fanno uso della metafora e dell’ironia, adottano una scarsa aggettivazione, mentre ricorrono il più delle volte a luoghi comuni per argomentare le loro tesi. Sono privi di capacità narrativa e soffocano, anziché raccontarle, le proprie emozioni. La qual cosa induce, come in una spirale perversa, a comportamenti violenti. Il parlare scorretto, dunque, non è solo cosa sconveniente, ma fa male – come suggerì Socrate in punto di morte – all’anima.
Non mi stanco mai di far notare ai miei studenti, attraverso esemplificazioni, come i totalitarismi, invece, abbiano consolidato la propria forza sulla manipolazione delle parole. La forza del fascismo si è fondata infatti sulla costruzione di frasi fatte, sulla loro ripetizione ossessiva e sull’accettazione meccanica e inconscia di esse da parte delle masse.
Ma veniamo ai giorni nostri. Per anni siamo stati tormentati da slogan che, a poco a poco, hanno creato una cultura. Un’intera generazione se ne è nutrita. Ne cito alcuni dei più ricorrenti: “ l’Italia è una repubblica giudiziaria”, “siamo il governo del fare”, “hanno imbastito un processo mediatico”, “evviva il partito dell’amore”, “abbasso le toghe rosse”. È difficile, purtroppo, resistere all’incanto e alla seduzione dei luoghi comuni. Il ricorso incessante a metafore forti e a slogan iperbolici è una strategia persuasiva che ha il preciso scopo di indebolire e di cancellare la capacità critica, da parte della gente, di opporsi ai soprusi e alle prevaricazioni. Si tratta di prendere a prestito poche parole, manipolarle e spararle come proiettili. Sarà anche questo il segreto di tanta gloria e di tanti fasti di un passato ancora pericolosamente recente? Questo non è che un esempio. Che fare allora? Rinforzare, irrobustire, corroborare il pensiero critico e, come misura prudenziale – non si sa mai – ripristinare un uso più metodico e sistematico della grammatica e del dizionario!



