
LA SFIDA DEL RIFORMISMO ITALIANO. Alleanze di scopo per non compromettere l’identità politica?
25 Ottobre 2026LA SFIDA DEL RIFORMISMO Oltre il ricatto del voto utile c’è un riformismo radicale
Mauro Grassi e Franco Vianello Moro hanno esposto su questa pagina le ragioni per cui i riformisti italiani dovrebbero optare per due diverse alleanze, centro destra o centro sinistra, l’una o l’altra s’intende. Le due tesi nei loro articoli, va detto, non sono simmetriche: quella di Grassi è più tendenzialmente politica, mentre quella di Vianello Moro è più tattica e di scopo, come recita il titolo stesso.
Constato intanto che si ripropone anche in questo caso una regola che vede, ormai da almeno due secoli, l’opinione liberaldemocratica e riformista spaccata e risucchiata verso progetti e ipotesi altrui. In prestito, si potrebbe dire — eternamente in prestito — e costretta ad adattarsi a cose non sue. È sempre andata così. E non è solo una questione di sistema elettorale maggioritario: accadeva anche col proporzionale, accade in molti altri paesi d’Europa ed è accaduto sin dagli albori della democrazia moderna. Gli esempi storici vicini e lontani si sprecano; l’elenco sarebbe interminabile.
La liberaldemocrazia che ha generato il riformismo gradualista ha avuto all’origine un pensiero unificante; la sua ispirazione nasce da un solo ceppo, eppure nella pratica politica non è mai riuscita, in Italia di sicuro, e anche in Europa, ad avere un’espressione rappresentativa unificante, di largo consenso e soprattutto autonoma e autosufficiente — non fosse altro che per il suo essere identificabile con la democrazia moderna senza bisogno di puntelli. Non è mai riuscita a mettersi in proprio. Ci sono evidentemente delle buone ragioni perché questo non sia accaduto e continui a non accadere, ma è una sorte che rischia di annullare ed estinguere un pensiero forte e chiaro, mai messo autonomamente alla prova dei fatti perché condizionato da compagni di strada — forzatamente di strada — di altri umori politici e soprattutto con altri obiettivi, a volte opposti.
A quando, dunque, una prima volta per un’autonomia vera in qualche angolo del continente o magari in Italia? Al cospetto di poli che si compiacciono identitariamente della loro radicalità, potrà mai il riformismo esprimere una propria riconoscibile radicalità autonoma?
L’anno di grazia elettorale italiano 2027 non sembrerebbe essere quello più adatto ad un cimento del genere: troppi elementi vi concorrono contro, sia per il condizionamento pesante della legge elettorale appena varata, sia per la consistenza e la credibilità (al momento) di chi quell’area ambisce a rappresentare, come singoli e come compagine. E d’altra parte i due interventi citati in questo dibattito sembrano al contrario improntati — pur di segno diverso — a buon senso e realismo, dinanzi ai quali i voli di fantasia che prevedono una discesa in campo dell’area riformista per conto proprio appaiono come esercizi da anime belle, tutto il contrario di quel pragmatismo con cui il riformismo stesso vorrebbe accreditarsi.
Ma andiamo per un attimo oltre gli scenari che si manifestano a prima vista e osserviamoli soprattutto per le conseguenze che possono derivare se, come pare e come auspicano in direzioni opposte i due interventi, l’area riformista si incanalerà — spaccandosi — verso alleanze opposte. Sarebbe, questo è chiaro, uno snaturamento forzato, se si pensa che i giudizi e le analisi politiche (e le soluzioni), a larga e a piccola scala geografica, nella ampia fascia che va dai riformisti del PD all’area laico liberale di Forza Italia, sono assolutamente le stesse, con sfumature minime.
Infatti, il punto è stare a vedere che cosa c’è in gioco con le alleanze e, soprattutto, che cosa c’è veramente da guadagnare se si opta per l’una o per l’altra. A parer mio il riformismo non ci guadagna nulla: i governi e le maggioranze che si delineano, qualunque esse siano, hanno un segno molto diverso, se non opposto, al riformismo democratico. In entrambi i casi è assicurato il prevalere della demagogia — populista/sovranista da una parte e pauperista/populista/dogmatico-ambientalista dall’altra —, in entrambi i casi per diverse ragioni è assicurato lo stallo dell’economia, in entrambi i casi sono assicurati l’antieuropeismo, l’euroscetticismo o, peggio, l’europeismo di facciata. Nulla, ma proprio nulla da guadagnare se ci si accoda di qua o di là. Tutto, ma proprio tutto da perdere della propria identità. Sono molto sensibile alla validità vincente della cosiddetta “massa critica” in tutti campi, nella società, nella competizione dei territori e delle loro istituzioni e, si capisce, vincente se realizzabile anche in politica. Ma la massa critica non puoi farla con i corpi estranei, ti si ritorce contro.
Ne consegue che, con questa perfetta simmetria del danno certo con qualsiasi alleanza, c’è all’opposto, per il riformismo, solo da guadagnare, se una volta tanto si avrà il coraggio e l’orgoglio di presentare una piattaforma propria chiara, riconoscibile e autonoma, senza cadere ancora una volta nella spirale del voto utile: quell’ aut aut letale, che ricorre da decenni nella democrazia, non solo italiana, che la contraddice perchè annulla le possibilità di una scelta libera da parte dell’elettore, messo regolarmente con le spalle al muro. Quella del voto utile è una formula vagamente ricattatoria, che fa leva sull’irrilevanza presunta di chi non si schiera con i campi ritenuti vincenti in partenza.
A questa (presunta) irrilevanza c’è da obiettare.
L’obiezione più semplice e che viene spontanea è quella che ribalta l’irrilevanza e la assegna proprio a chi spera di riuscire a condizionare, con numeri a una cifra o meno, le due falangi massimaliste e demagogiche in un ipotetico governo, confidando di esprimere ugualmente e tranquillamente i valori del riformismo con chi riformista non è e che, nelle previsioni, avrebbe numeri schiacciatamente maggiori.
Questo è il vagheggiamento — chiamiamolo così — nei due articoli che mi hanno preceduto, e, per quanto argomentato, presente soprattutto in Grassi. L’intervento di Vianello Moro, nella sua parte finale, assegna ai riformisti un’alleanza di centrosinistra con lo scopo invece più pragmatico e disincantato di salvare la vivibilità costituzionale in pericolo (e condivido il pericolo, per altro non assente anche a parti invertite). Tuttavia, se lo scopo unico sembra essere solo questo, per tutto il resto ci si rassegna in partenza a non avere la possibilità di governare con un programma condiviso, in cui tutti — riformisti e non — diventano irrilevanti sul piano delle scelte, tenuti insieme con l’obiettivo minimo della difesa costituzionale e immobilizzati su tutto il resto: la governabilità vera. Nel senso che non si potrà dare rilievo ad alcuna azione politica se non quella meramente difensiva.
L’altra obiezione, più articolata, parte dalla premessa già anticipata che entrambi gli schieramenti radicali hanno una caratterizzazione tale che, qualora esprimessero azioni di governo, queste sarebbero ispirate a programmi ugualmente molto distanti da un pensiero riformista. Pari sono: non c’è un peggiore e non c’è un migliore. Per un riformista questa destra e questa sinistra sono avversari politici senza la prevalenza dell’uno sull’altro, e fare alleanze uccide sul nascere il riformismo. Se le fai, vuol dire che accetti compromessi molto al ribasso sui programmi, quasi rasoterra.
La soluzione del “meno peggio” in cui l’elettore può rifugiarsi ha avuto molti esempi nella storia. Ma in questo caso, nel 2027, non esisterà un polo che sia meno peggio dell’altro. Lo si vede anche attraverso le figure politiche che vengono proposte come leader dei due poli: nessuna ha un profilo anche minimamente capace di avvicinarsi al liberalismo e al riformismo, né quella che ben conosciamo al governo attuale in Italia, né quelle più variegate dell’opposizione.
Se dunque una formazione autonoma non avrà i numeri per incidere negli equilibri di governo restando esclusa, il danno sarà tuttavia equamente ripartito, sia che governi la destra sia che governi la sinistra. Si tratterà allora di valutare se in tali condizioni si riesce ad acquisire autonomamente dei punti di forza.
Provo a delineare l’unico che in questo momento riesco a vedere.
Chiedere e ottenere un voto autonomo mettendo in chiaro che ha probabilità di essere ininfluente può assomigliare a chiedere di deporre la scheda bianca nell’urna. Ma non è esattamente così. La scheda bianca è una neutralità passiva, un voto realmente in-utile (per quanto dignitoso, come tutti i voti validi). Esprimere una rappresentanza autonoma in seggi può al contrario essere un voto utile per dare visibilità e un plausibile potere a una compagine in grado di esprimere la sua coerenza votando le leggi e valutandole di volta in volta, come del resto sta già accadendo in questa legislatura. In un sistema maggioritario con un premio così alto non si sarà mai determinanti per far passare una legge, ma se la si vota si è comunque allineati con la propria espressione programmatica. L’attività politica, infatti, non è solo andare al governo, ma anche lavorare costruttivamente in Parlamento: e in questo, invece, non si è irrilevanti. D’altra parte, si potrà anche dire che qualsiasi legge votata e approvata da una compagine ininfluente sarebbe passata lo stesso, considerando tuttavia che questo vale anche per la presunta folta compagine all’opposizione — . Che, qualsiasi essa potrà essere , voterà invece sistematicamente contro, ridotta ad una ancor maggiore irrilevanza per una legislatura intera, non restandole che le consuete baldorie di frustrazione in aula.
Tutto ciò che ho detto può essere considerata una teoria ancora più astratta se non è incarnata in figure rappresentative e credibili. E’ vero che l’area riformista potenzialmente autonoma in Italia oggi è effettivamente mal rappresentata, per via della sua frammentazione e dei personalismi tra i frammenti. È una constatazione che non si può eludere, che accresce l’impegno e che tuttavia non costituisce, a parer mio, una buona ragione per invalidare la considerazione di fondo: la coerenza riformista vuole autonomia. E se gli attori protagonisti in quest’area sono screditati dal loro stesso personalismo, c’è sempre tempo e modo per provvedere a sostituirli con una proposta migliore e adeguata.
Del resto, credere che un’area logorata dai personalismi possa invece rigenerarsi dentro contenitori altrui è altrettanto un’illusione. I limiti degli attori attuali non cancellano la validità della tesi: le persone passano, le idee restano. E la debolezza contingente della classe dirigente non è una buona ragione per rinunciare all’autonomia, ma semmai la conferma che serve rinnovarla.
Le elezioni del 2027 non dovrebbero perciò diventare l’ennesima caccia al “meno peggio”. La coerenza di un percorso autonomo prevarrà sempre sul fragile peso politico garantito da una presenza subalterna negli schieramenti maggiori. Senza una chiara identità non si ha futuro, e senza il coraggio delle proprie scelte viene meno la natura stessa del riformismo.



