
Domandarsi cosa vuol dire essere di sinistra
25 Febbraio 2026
Vannacci e il fascino della semplificazione radicale
3 Marzo 2026Questa volta vorrei proporre una riflessione sulla percezione e sui danni che può provocare. Cioè su come percepiamo la realtà e su come, attraverso una conoscenza acquisita quasi soltanto per percezione, orientiamo di conseguenza le nostre scelte. In tutti i campi, ma qui è il campo della politica che specialmente mi interessa.
Con un preambolo e chiedo un po’ di pazienza.
Ho già avuto occasione di definire la politica come la branca pubblica dell’etica. E la nostra personale etica, nello stesso modo in cui guida e orienta le nostre scelte private, guida e orienta di conseguenza anche le nostre scelte che chiamiamo pubbliche e quindi poi anche politiche. In entrambi i casi giudichiamo la realtà e poi compiamo, o crediamo di compiere, scelte conseguenti: sosteniamo questo o quello, appoggiamo determinate azioni, o, semplicemente, votiamo alle elezioni.
la nostra personale etica per giudicare la realtà che ci circonda a sua volta su cosa si basa? Come valutiamo ciò che è bene e ciò che è male nel privato e poi, a cascata, nella sfera pubblica? In entrambi i casi crediamo di essere liberi nel giudicare e poi nell’agire. Eppure, riflettendo onestamente, liberi lo siamo fino a un certo punto. E parlo alla prima persona plurale perché anch’io non sono esente da pre-giudizi. Non siamo del tutto liberi perché partiamo da un’idea semplice e quasi elementare di come dovrebbe andare il mondo, a prescindere dai fatti per come si presentano. Prima viene la nostra idea di come dovrebbe andare il mondo e poi arrivano i fatti. Che finiamo, spesso senza accorgercene, per piegare alle nostre convinzioni, selezionandoli o adattandoli in funzione di esse. Questa molto banalmente è l’ideo-logia, vale molto nelle scelte politiche, ma in buona sostanza vale per le tutte le scelte, anche per quelle che ci riguardano di persona. Le grandi ideologie questo sono state, ma esistono anche micro-ideologie quotidiane, sistemi di idee e valori già pronti, che orientano le nostre decisioni di ogni giorno. Sui guasti che hanno provocato e provocano tutt’ora bisognerà però tornare in modo più approfondito in un’altra occasione. Basti per ora dire che l’ideologia, proprio perché è consapevole di ciò che è, può produrre un inganno volontario: l’adattamento dei fatti a proprio favore, sapendo di farlo. Qui però, tornando a dove sono partito all’inizio, mi vorrei limitare alla percezione. Se lasciata sola, è altrettanto foriera di guasti, tuttavia più innocenti, perché spesso agisce anche indipendentemente dall’ideologia e molto più in buona fede. A prima vista sembra un tema diverso, in realtà converge con l’ideologia nello stesso esito: la distorsione della realtà o, nel migliore dei casi, l’approssimazione della realtà. E quando si tratta di fondare un giudizio e orientare un’azione, distorsione e approssimazione finiscono per equivalersi.
Proviamo allora a immaginare di essere davvero esenti da pre-giudizi ideologici e di essere in grado di valutare i fatti per quello che sono o per come appaiono di essere, ignorando nostre idee pre-concette. Non è l’apparenza che inganna, la realtà appare sempre per quella che è, siamo noi che ci inganniamo, perché ci fermiamo a come percepiamo ciò che appare, con questa retina selettiva, che pure della conoscenza è una prima fase inevitabile e persino necessaria.
Percezione. Il vocabolario mi dice: “acquistare coscienza di una realtà esterna o interna attraverso l’elaborazione organica e psichica di stimoli sensoriali”.
È il primo filtro attraverso cui interpretiamo il mondo. È immediata, intuitiva, è rassicurante, perché siamo noi i soggetti percettori. Ci dà l’illusione di un contatto diretto con la realtà. Ma i soli sensi non bastano, forniscono le prime informazioni, non tutte le informazioni. Ci sono esempi clamorosi di come ciò che appare evidente alla nostra percezione può essere profondamente fuorviante o totalmente errato. Il caso classico è il moto percepito del Sole. La Terra sembrava immobile, il Sole sembrava muoversi nel cielo da est a ovest: la conclusione pareva inevitabile e invece accade l’opposto. Dimostrato, numeri e misure alla mano. Gli errori sono umanamente comprensibili, basta accorgersene, prima o poi. Lo stesso vale per la forma della Terra, camminando, la superficie sembra piatta. Chi ha dimostrato il contrario, cioè che è sferica, non si è fidato della percezione, ha misurato, ha astratto, ha messo in discussione l’evidenza immediata. Non sembrino esempi forzati, sono metafore potenti del modo in cui funziona il giudizio umano, in tutti gli ambiti, e quindi anche in ambito politico.
In politica, la percezione è spesso molto più influente della realtà misurabile. Se un comune cittadino, anche in assenza di pre-giudizi ideologici, percepisce attraverso narrazioni, magari realistiche ma parziali, un generale declino economico, e di conseguenza sociale, del suo comune o della sua regione, giudicherà negativamente il luogo in cui vive. E di conseguenza chi lo governa. E se a smentire la narrazione parziale ci saranno incontrovertibili dati macroeconomici e sociologici che invece indicano una crescita o un miglioramento, semplicemente non ci crederà o li rimuoverà. La sua percezione regna sovrana e, a quel punto, ha già deciso. Si pensi alla sicurezza tanto invocata. I dati, i numeri mostrano un generale calo dei reati? Se il cittadino, sotto casa o in tutti i posti da lui frequentati vede il singolo reato, o scruta la potenzialità di un reato attraverso i suoi minacciosi potenziali esecutori, quell’esperienza peserà più di mille statistiche e invocherà politiche più restrittive.
Gli esempi, a tutte le scale geografiche anche le più ristrette, si potrebbero moltiplicare, ma ci siamo capiti. La percezione individuale in tutti i campi diventa così una lente che seleziona e interpreta le informazioni in modo parziale.
Il cervello umano, del resto, non è progettato per analizzare grandi quantità di dati complessi, li incamera ma non li sa sistemare. Si affida allora a scorciatoie della conoscenza: esperienze personali, racconti ascoltati, immagini forti. Un solo episodio particolarmente drammatico o particolarmente repulsivo, anche se limitato nello spazio e nel tempo, può pesare più di migliaia di dati anonimi. Le emozioni – paura, rabbia, soprattutto indignazione – hanno più forza persuasiva di grafici e tabelle.
Accade poi che le percezioni possono essere amplificate e rafforzate all’interno di comunità omogenee, dove, come si dice, ce la si canta e ce la si suona da soli. Torniamo per un attimo alla terra piatta: si parte da un’evidenza intuitiva (“la Terra è percepita piatta”) e si selezionano solo e soltanto le informazioni che la confermano, ignorando totalmente le prove contrarie. In questi contesti omogenei si tende a confermare le convinzioni già esistenti. E qui torna in ballo l’ideologia che si intreccia con la percezione, creando una realtà coerente, ma quasi mai aderente alla complessità dei fatti. Il guaio è che le comunità omogenee non sono solo gruppi virtuali o minoranze eccentriche come i terrapiattisti, ma anche le comunità cittadine, i corpi intermedi di ogni specie, e poi i partiti e i movimenti politici, anche i fronti più ampi delle loro alleanze e delle macro-appartenenze politiche.
Le percezioni sono umanamente inevitabili, ma vengano scambiate, più o meno in buona fede, per dati oggettivi. In politica, questo può portare a decisioni pubbliche (o anche a non-decisioni) basate sull’onda emotiva piuttosto che su analisi strutturate. Di cui ci sarebbe bisogno come il pane. Un classico campo d’azione dell’onda emotiva si ha nei casi in cui la politica, per compiere o non-compiere delle scelte, ha a che fare con il territorio e con le sue dinamiche, sempre ingannevoli se solo percepite. Oppure con le identità territoriali, che si basano sulla percezione di sé e/o sulla percezione dell’altro, quasi mai in accordo.
Vi è poi un altro elemento che aggrava le distorsioni: il localismo della percezione. Una condizione negativa in quel determinato luogo delimitato viene così vissuta come molto più grave e unica nel suo genere, un male assoluto, e si invocheranno come rimedi interventi solo locali, circoscritti o tematicamente univoci. Senza accorgersi che il fenomeno è più generalizzato e che gli interventi per porvi rimedio devono necessariamente avvenire ad una scala più vasta. Le soluzioni localistiche inoltre non tengono mai conto di tutti i fenomeni in gioco. Così come l’osservatore terrestre non percepisce direttamente la rotazione del pianeta, il comune mortale, ma a volte anche l’intellettuale e l’esperto settoriale, non percepiscono direttamente l’insieme delle variabili che insistono, per esempio, su ambiente, inflazione, occupazione o flussi migratori. Senza strumenti adeguati di analisi, è naturale attribuire cause ed effetti semplici di fenomeni complessi, mentre servirebbero soluzioni compatibili e integrate per tutti i fattori in campo.
Non c’è bisogno di drammatizzare, questi limiti sono umani. Ciò che conta è riconoscere la percezione come un primo passo che va sostenuto da conoscenze più strutturate. Se guardiamo il cammino dell’umanità dovremmo anzi essere cautamente ottimisti: nel lungo periodo si è affermata progressivamente una razionalità sempre maggiore.
L’obiettivo da raggiungere e continuamente perseguire senza sosta è una maturazione progressiva della società. In cui la percezione di partenza e l’ascolto delle sensazioni e delle emozioni collettive non si neghino, ma si affianchino a indagini basate su dati oggettivi, anche se sempre perfettibili. Come procede la scienza o anche una semplice indagine poliziesca, in cui il reato e il suo autore non si possono solo intuire, ma si devono sostenere con prove certe.
L’inganno del Sole che “si muove” e della Terra che “sembra piatta” ci ricorda una verità fondamentale: l’esperienza immediata non basta a comprendere il mondo. Solo attraverso fatti concreti, dati certi e misurabili possiamo correggere le illusioni della percezione. Vale per l’astronomia, vale per la politica, vale per la vita quotidiana.



