
Vannacci e il fascismo da operetta
11 Settembre 2026
CONO DI LUCE Le parole delle montagne. Con Marianna Corona.
14 Settembre 2026Ink di Danny Boyle ●●
Rupert Murdoch nel 1969 era considerato, dal sussiegoso mondo dell’editoria britannica, un bovaro australiano, nulla più che un parvenu. In quell’anno acquista il Sun, all’epoca una testata di seconda o terza fila, ingaggia come direttore Larry Lamb, un redattore al Daily Mirror poco valorizzato ma ambizioso, con l’obiettivo di fare del Sun un campione di tiratura. Lamb ingaggia una serie di underdog, tutti soggetti messi ai margini e mette in piedi una squadra che farà nascere un fenomeno editoriale probabilmente irripetibile. È la parte migliore del film, l’epopea della costruzione di un prodotto assolutamente commerciale, i dati di vendita che si impennano, la rivincita della sporca dozzina e del bovaro.. Poi il film si trascina tra dialoghi un po’ troppo sopra le righe cercando, senza molto riuscirci, di indagare sul senso e la missione della stampa, tra business commerciale, strumento di svago o informazione. Colpisce il dato delle tirature dei giornali negli anni ’70; al confronto con l’oggi fantascientifiche (anche nello stesso Regno Unito).
La ragazza con la leica di Alina Marazzi ●●
Docufilm su Gerda Taro, compagna di vita e collega del famoso fotografo Robert Capa, morta nel 1937 documentando la guerra civile spagnola. Marazzi dipinge la comunità di expat ebrei dalla Germania e dall’Europa dell’est che aveva trovato temporaneo rifugio a Parigi. Un mondo bohemienne, idealista, antifascista ed ebbro di voglia di vivere, nonostante il momento tragico (o forse proprio a causa di questo). Accompagna il film con foto e filmati dell’epoca e strazia lo spettatore con continui e inutili salti temporali. Su tutti la protagonista del titolo, irrequieta e fascinosa, balla, ride, seduce amoreggia e illude (lei stessa dichiara che un uomo solo non le basta), vessa amabilmente l’amica di sempre Ruth e impara a fotografare dal suo mentore e compagno di vita Robert Capa fino a diventare una vera professionista. Ne esce un ritratto tanto agiografico da risultare stucchevole.
Wild horse nine di Martin McDonagh ●●●●●
Siamo nei giorni precedenti il golpe di Pinochet, direttamente organizzato dalla CIA e Chris, un vecchio agente, affetto da un cancro allo stato terminale, viene accompagnato nell’ultimo viaggio all’isola di Pasqua da un collega che ha il mandato dal suo superiore di verificare che non lasci memoriali del suo passato torbido rivelando segreti inconfessabili. Chris è affetto da perdita di memoria e, in qualche modo, anche da rimorsi che bucano il disincanto e il cinismo costruiti in anni e anni di nefandezze. E soprattutto non ha nulla da perdere e si lascia allegramente andare scombinando i piani di molti.. Mix di commedia nera e spy movie con dialoghi puntuti e surreali, merito di una sceneggiatura clamorosa, e strepitosa prova attoriale dei due protagonisti, in particolare un sontuoso John Malkovich (Coppa Volpi credo mai in discussione). Caldamente raccomandato.
Nessun dolore di Gianni Amelio ●●
Un libraio che gestisce una bancarella di libri usati si trova ad aver incolpevolmente contribuito alla morte di un bimbo immigrato e gestisce il rimorso accogliendo a casa una comunità di derelitti extra comunitari senza casa. Narrazione con un registro volutamente surreale (praticamente la totalità delle situazioni è inverosimile) che si pone onestamente il tema dell’attenzione per gli altri, o meglio per gli ultimi, con strizzate d’occhio al politically correct (vedasi l’insistenza sul valore dei libri e della lettura). Ma l’inverosimiglianza delle situazioni soffoca l’obiettivo di fondo. Anzi, finisce paradossalmente per essere uno spot involontario per le peggiori suggestioni vannacciane.
15/18 di Cèdric Kahn ●●●
15/18 è l’intervallo di età degli ospiti del reparto di neuropsichiatria adolescenziale dove si svolge la quasi totalità dell’azione del film, un luogo insieme prigione ma pure casa, ove i ragazzi trovano l’empatia e l’umanità che sovente manca nelle famiglie d’origine (spesso causa stessa dei disagi dei ragazzi). Un luogo di cura, un luogo che risana, A place to heal è in effetti il titolo internazionale con cui è circolato alla Mostra. Per la quasi totalità è di fatto un docufilm, serrato e avvincente con una squadra di attori stupefacente per affiatamento e resa drammatica. Nel finale, un po’ a sorpresa, l’evasione dei ragazzi impone un cambio di marcia e il film prende improvvisamente respiro. La fuga nel bosco, senza meta e senza logica, immersa in una semioscurità che sembra restituire il bianco e nero, evoca in qualche modo le suggestioni del grande cinema francese del passato. Bello e consolante il finale.
Nelson San, Anata Wa Hito Wo Koroshimashitaka? di Shinya Tsukamoto ●●●
Traduzione: Mr Nelson, did you kill people? a buona ragione il vero titolo perché il film è interamente in lingua inglese. Storia vera di Allen Nelson, reduce dal Vietnam e dagli orrori e le nefandezze che ha visto compiere e ha compiuto, mostrate con crudo realismo, perfino con intenti grandguignoleschi, per tutta la prima parte del film. Nelson torna incolume dall’inferno del Vietnam ma minato nell’animo dal rimorso e tormentato dai ricordi. Troverà, con molta fatica, la sua catarsi nel raccontare pubblicamente e senza sconti i risvolti più terribili della sua esperienza. La prima volta di fronte alla classe del suo figliastro. L’opera risente un po’ del registro da docufilm, inevitabilmente didascalico ma i volti e le reazioni dei ragazzi, inizialmente tutt’altro che interessati, man mano che si svolge il racconto, valgono da soli il prezzo del biglietto.
Succederà questa notte di Nanni Moretti ●●
Nanni Moretti si misura con un classico, e per lui inedito, amour fou. E dimostra che è un genere non propriamente nelle sue corde. E peraltro nemmeno del cinema italiano in generale. Moretti ce la mette tutta, arricchisce la vicenda con personaggi secondari gustosi, movimenta la narrazione alternando le location (Roma, Spagna, India, Oslo), improvvisa balletti stile musical, ci fa vedere The Boss in concerto ma il risultato non convince. E meno che meno il finale iper-zuccheroso. Nemmeno i protagonisti sembrano avere il physique du rôle adatto. Insomma, Moretti non sembra a suo agio col genere, gli amour fou meglio lasciarli a un Almodóvar o un Truffaut. Nota di merito: pur se la vicenda si sviluppa nell’arco di molti anni (che peraltro non sembrano lasciare alcuna traccia nei volti dei protagonisti) non ricorre a fastidiosi flashback, di cui ultimamente si abusa.
The echo chamber di Andrea Pallaoro ●
Coautore della sceneggiatura del film è Bernardo Bertolucci e la promozione del film ha molto battuto sulla circostanza nell’intento di nobilitare l’opera come un regalo postumo del Maestro. Visto il risultato, era meglio se la sceneggiatura.. rimaneva in un cassetto. Film statico, prolisso, con situazioni non spiegate, vorrebbe raccontare una storia d’amore sospesa tra le difficoltà relazionali di lui e la (incomprensibile) vocazione da crocerossina di lei ma l’ingaggio emotivo non decolla mai. La regia insiste su silenzi, attese e atmosfere, situazioni ambigue ma questa sospensione non produce tensione. E il coinvolgimento emotivo non decolla nemmeno nel drammatico finale.
Kvinde ukendt di May el Toukhy ●●●●
Siamo nella Danimarca appena liberata dai nazisti e nel paese squadracce di partigiani (così nel film) danno la caccia ai collaborazionisti, riservando alle donne l’umiliazione pubblica del taglio dei capelli, il denudamento e la marchiatura con la svastica. Marie è la governante nella casa di un vedovo benestante e sta per sposarlo, ottenendo un deciso upgrade nel suo status sociale. Ma il passato (che intelligentemente si lascia solo intuire) riemerge nella figura di un conoscente di infanzia e minaccia di rovinare tutto. Ne scaturisce una progressione di mosse e contromosse che mettono la protagonista (bravissima) di fronte a scelte drammatiche e dolorose per la sua coscienza. Molti i temi: il dilemma etico, l’ipocrisia di fondo della società, lo stigma sociale anche solo per una diceria.. un film intenso e che fa pensare. Titolo internazionale Woman unknown che può avere varie chiavi di lettura, la più intrigante delle quali è di una donna “non riconosciuta”, una delle tante vittime delle vicende umane il cui destino resta sepolto sotto la Grande Storia. La “donna sconosciuta” non è soltanto quella che gli altri non conoscono. È la donna che rimane nascosta dietro il ruolo che è stata costretta a costruirsi. Unica donna in concorso. Vince il Leone d’Ora e pure la Coppa Volpi femminile. Quest’ultima premia la brava protagonista ma direi che una più equa ripartizione avrebbe potuto prevedere il riconoscimento a Alba Rochwacher per Un petit bon soldat.
Look back di Hirokazu Koreeda ●●
Film delicato e tenero in un Giappone bucolico ma non da cartolina. Due bambine, bravissime a disegnare manga, stringono amicizia attraverso quest’arte e ne ricavano una professione finché una delle due decide di andare all’Accademia di Belle Arti dove sarà vittima di un eccidio. Seguiamo le bambine, poi ragazze, poi giovani donne nella loro quasi maniacale ed esclusiva passione per gran parte del racconto (la prima metà è decisamente prolissa) e fino alla disperazione della superstite per la perdita dell’amica. Stupefacente come le stesse attrici riescano credibilmente a rappresentare sia le bambine delle elementari sia le giovani donne (veramente miracolo). Tenero e delicato, ma pure inconsistente, come il volo dei cigni che, d’estate, dal paese delle ragazze prendono il volo per la Siberia.
L’estranea di Paolo Strippoli ●●●
Un mystery soprannaturale, quasi un horror, in cui una perfida e luciferina Valeria Bruni Tedeschi vessa la povera madre di famiglia Jasmine Trinca proponendole di volta in volta scelte strazianti e dilemmi etici in merito su quale membro della famiglia far accanire tutta una serie di sciagure, in una spirale drammatica (The spiral il titolo internazionale, decisamente più centrato di quello italiano). Non rivelo altro per non spoilerare la curiosità (essenziale nel film). Film volutamente eccessivo, sopra le righe, barocco, di grande vigore sia visivo che sonoro. Rischia a volte di deragliare nel ridicolo ma in realtà tiene fino alla fine, inchiodando lo spettatore fino al finale apocalittico. Bravi tutti gli interpreti, sopra tutti Jasmine Trinca, qui decisamente più nelle sue corde che nel film di Moretti.
Bunker di Florian Zeller ●●●
Una coppia dell’alta borghesia, lui un’archistar, lei un’affermata editrice, villona a Londra, due figlie, un gatto, fighi che più fighi non si può, vive un’esistenza apparentemente perfetta ma i disagi covano sotto la cenere. Un vicino apre abusivamente una finestra nel muro divisorio (tema non originalissimo, già ripreso in parecchi film), un magnate chiede all’archistar di costruirgli un bunker a cinque stelle per l’apocalisse prossima ventura, il gatto di casa scompare. Il film si trascina un po’ stancamente fino alla drammatica acme finale, sfiorando molti temi – le differenze sociali, l’inquietudine per il futuro del pianeta, le dinamiche di coppia – ma tutti in modo superficiale e piuttosto moralista. Film salvato dai due ottimi protagonisti e da alcune indovinate digressioni nella commedia leggera. Penélope Cruz è davvero bellissima..
Company di Casey Affleck ●
Un horror di ambientazione western, strutturato in tre livelli temporali nel più recente dei quali una misteriosa signora racconta di una donna (in realtà una sua precedente incarnazione) che a sua volta rivela una storia precedente di vampiri immortali che attraversano le epoche assetati di sangue e di morte. Ma il meccanismo narrativo non funziona: invece di aggiungere mistero e profondità, ogni nuovo livello allontana ulteriormente lo spettatore da una storia a cui sia possibile affezionarsi. Nelle ambizioni degli autori una metafora di dolore e vendetta, una riflessione sull’esistenza e il desiderio. In realtà, una astrusità senza capo né coda.
Un bon petit soldat di Stéfan Brizé ●●●●
Una manager neoassunta come dirigente delle Risorse Umane in una grande azienda assicurativa, una situazione familiare complicata (separata con un figlio in affidamento congiunto), si trova a fare i conti con le bizzarrie del personale, l’ipocrisia aziendale, la piaggeria verso il capo supremo, la pressione prestazionale talvolta irragionevole ma che lei stessa applica a sé e al figlio. E, alla fine, dovrà piegarsi a una decisione ingiusta come il bravo soldatino del titolo. Un film mai sopra le righe che restituisce con efficacia l’ambiente aziendale che, compresi i bislacchi corsi motivazionali, appartiene tale e quale al vissuto di molti. I colleghi hanno le loro idiosincrasie, sono talvolta ipocriti e ottusi, ma vengono tratteggiati senza caricature né forzature. Rohrwacher perfettamente a suo agio in un ruolo che le consente di recitare in primis con il volto: gli occhi stretti stretti, la mascella serrata quando è in difficoltà, il rossore se in imbarazzo o furiosa (strepitosa la scena in cui si schianta contro l’irrimediabile ottusità matematica del figlio). Evidentemente funziona a meraviglia l’accoppiata col regista Stéfan Brizé, che già ci ha regalato il delicato Hors-saison presentato alla Mostra 2023. Vince il Leone per la migliore sceneggiatura ma, come detto, ci stava senz’altro la Coppa Volpi femminile.
Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo de Angelis ●●
Tratto da un romanzo ma in realtà sembrerebbe più da un testo per il palcoscenico, per la sostanziale unità di luogo e di tempo e l’impianto nettamente teatrale. Siamo tra De Filippo (Natale in casa Cupiello) e Tennessee Williams; la sera della Vigilia di Natale una famiglia accoglie la mamma di lui, una donna terribile che ha devastato il rapporto coi figli (non a caso entrambi fuggiti a Milano da Napoli). Ritmo forsennato, ambientazione soffocante, dialoghi serrati e che strappano più qualche sorriso. Vanessa Scalera dipinge una megera ripugnante (persino troppo, deragliando sovente nella caricatura), eppure capace di ottenere la pietas dei figli quando mancherà. Opera interessante, con qualche forzatura e in cui manca un messaggio conclusivo chiaro. Bella l’immagine delle cappone, scampato alla pentola, che alla fine si lancia nel vuoto, lui che non può volare, a simboleggiare la fuga dalla gabbia claustrofobica dell’appartamento.
Un peu avant minuit di Nicolas Pariser ●●
Il cinquantenne Léo si reca a Parigi per volare in Italia dove un notaio lo ha convocato per il lascito del padre italiano, mai conosciuto in vita. Il notaio però rimanda l’appuntamento di qualche giorno e Léo, non volendo tornare a Nancy dalla compagna con cui è in crisi, resta in città. Ne approfitta per vedere la figlia 19enne e ricontattare amici e amori del passato quasi dimenticati. Lunghi piani sequenza accompagnano Léo che passeggia e chiacchiera con le sue donne (originale scelta registica) in una Parigi in stato d’assedio per proteste popolari (tema che però resta sullo sfondo inesplorato). Ha l’ambizione di essere una riflessione sui rapporti uomo e donna della passata generazione, sulla vita, sulla difficoltà di amare e il mistero dei sentimenti. Così misteriosi che alla fine, lui convinto da sempre di essere il frutto di un rapporto estemporaneo, scoprirà con sorpresa che il rapporto dei suoi genitori era assai più intenso di quanto pensava. Ma il risultato è un film lento e verboso.
Scherzetto di Mario Martone ●●
Un duetto generazionale tra un bambino e il nonno, venuto da Milano a Napoli, nella casa dove egli stesso è cresciuto, su preghiera della figlia per aver cura del nipote durante tre giorni di assenza dei genitori. In quei tre giorni la casa gli parlerà, risveglierà i ricordi, non piacevoli, della sua infanzia e i fantasmi della sua vita. Curiosamente, è il terzo film italiano (dopo “The echo chamber” e “Il fuoco che ti porti dentro”) alla Mostra che si svolge quasi interamente in un appartamento. E anche questo film risente di una certa sensazione claustrofobica. Non a caso, forse, il passaggio più apprezzabile è quando nonno e nipote escono e passeggiano per una Napoli popolare e vitale.
Dio ride di Giovanni Veronesi ●●●
Ambientato nell’Italia del XVII secolo, è una riflessione sulla crudeltà e la follia dell’Inquisizione e segnatamente del sistema di potere, cieco e ottuso, della Chiesa. Non un film perfetto, ad esempio il corollario della vicenda del personaggio femminile è chiuso in modo frettoloso e poco verosimile, tuttavia funziona e coinvolge. Soprattutto nella parte conclusiva, dove si superano i toni da commedia dell’inizio, un po’ incongrui con il tema drammatico. Originale lo spunto: un frate analfabeta che, al contrario dei dotti e sapienti, dimostra coerenza e onestà intellettuale nell’affrontare l’ingiusta accusa di eresia, fino alle estreme conseguenze. Magnifica la mise en scène, gli esterni perfino troppo calligrafici.
Immagine di copertina: manifesto ufficiale Venezia 83, Manuele Fior — © La Biennale di Venezia / ASAC, 2026



