
ARTE E CULTURA Los restos di Oriol Vilanova al padiglione spagnolo. Quel che rimane della nostra storia
31 Luglio 2026Le cronache di queste ultime settimane fanno emergere che l’autodefinita sinistra e l’autodefinita destra, in Italia, ma non solo, soffrono entrambe la legalità e le regole della democrazia liberale, sembrererbbe in egual misura su temi diversi, in modo complementare; quel che soffre l’una non soffre l’altra e viceversa, a seconda della convenienza propagandistica, prima di tutto, e, sullo sfondo, a seconda delle convinzioni ormai radicate della propria cultura politica che quella propaganda alimenta. Personalmente conosco bene questo tipo di idiosincrasia per regole, leggi, lacci e lacciuoli, perché è comune e diffusa più di quanto appaia anche nei comportamenti della gente normale nella società cosiddetta civile. Di più: ho amici e conoscenti che nei comportamenti ordinari si pongono con disinvoltura fuori dalle regole, anche minimali, alcuni persino teorizzando la loro avversione in quanto valore etico.
Eppure, quantomeno in Europa, gli assetti istituzionali e partecipativi, che con un patto scritto e sancito ci siamo deliberamente scelti con larghissime maggioranze di consensi, su questo elementare principio si basano. Regole, leggi, norme, codici comportamentali vanno a costituire, nazionalmente e in prospettiva globalmente, lo Stato di Diritto. Ed è l’unico assetto che sancisce i doveri verso l’altro e garantisce i diritti e la libertà di tutti, difendendo in particolar modo coloro che senza colpe si trovano in una condizione di maggiore debolezza. A corollario ci sarebbe anche il controllo di regole e leggi del loro rispetto e soprattutto la sanzione se rispettate non sono, ma questo è un altro discorso.
Sembra elementare, da non doversi neppure ricordare, ma evidentemente non lo è. È chiaro che nelle regole e nella loro applicazione il rischio sempre in agguato è l’eccesso di burocrazia e la schiavitù della sovrabbondanza di legiferazione. L’Unione Europea, per esempio, con le sue regole sovranazionali è spesso accusata dai suoi detrattori di eccesso di burocrazia, con qualche ragione e molto uso strumentale, un comodo alibi . È chiaro che ci vuole equilibrio e non eccesso. Tuttavia, siamo onesti e realisti, c’è un livello ineliminabile di burocrazia, connaturato alla democrazia. Senza non sussisterebbe. Anche se, altra faccia della medaglia, accade che chi aspira a detenere il potere in modo autoritario può essere tentato di eccedere in burocrazia per zavorrare la partecipazione e la piena fruibilità dei diritti.
E’ l’equilibrio che, come in tutte le cose, va cercato, nell’equilibrio c’è la chiave.
Offro alla riflessione un racconto per immagini su come provare a trovarlo. Sembra una storiella ma credo che possa offrire qualche spunto. Il mai dimenticato amico e filosofo del diritto Salvatore Veca in un suo libro che ho riletto volentieri, “Questioni di giustizia”, mi ha prestato un esempio di partenza, una metafora folgorante nella sua semplicità: il semaforo rotto. Ci dice molto sulle regole e i loro eccessi.
Immaginiamo allora un grande incrocio urbano nell’ora di punta del traffico automobilistico. Le auto si incrociano da quattro direzioni, i pedoni affollano i marciapiedi, i ciclisti cercano un varco. In questo scenario, il semaforo è il custode silenzioso del patto che tutti i soggetti della mobilità si sono dati o che comunque hanno accolto. Finché funziona, il traffico scorre, i diritti di precedenza vengono rispettati e l’incolumità di ciascuno è garantita.
Se però quel semaforo si rompe e smette di funzionare neutralizzando i suoi canonici colori, la conseguenza è subito il caos: in questi casi il potere del più forte si sostituisce alla norma, il Suv schiaccia l’utilitaria, ma anche i Suv tra di loro non se la passano bene in una situazione di tutti contro tutti. La paralisi si impossessa dello spazio pubblico. Appartiene alla viabilità stradale, ma può essere l’immagine plastica della politica e ancor di più della società contemporanea lasciate senza norme e senza legge come con un semaforo rotto. Guai se non ci fosse il semaforo funzionante. La sua rottura rappresenta il collasso delle istituzioni democratiche e della convivenza civile.
Nella storia del pensiero politico, l’analogia tra la legge e i meccanismi di regolazione sociale ha radici profonde. La filosofia ha riconosciuto che l’essere umano, abbandonato allo stato di natura, tende all’anarchia distruttiva, dove la vita diventa brutale. La regola nasce come uno strumento di emancipazione. Il semaforo che proietta la luce rossa non nega il diritto di muoverci; protegge l’incolumità affinché, poco dopo, il movimento possa realizzarsi in sicurezza attraverso la luce verde. In questo senso, la norma è la più grande alleata dei soggetti deboli, ma anche una buona soluzione di convivenza per i soggetti meno deboli. Senza questa mediazione, la libertà si ridurrebbe a un concetto astratto.
Certo il semaforo è un buon sistema, ma ha le sue rigidità e la democrazia è tra l’incudine dell’arbitrio da una parte e il martello della rigidità dall’altra
È vero, la regolamentazione esasperata porta con sé il germe del proprio deterioramento. Nel tentativo di prevenire ogni incidente e di normare ogni segmento dell’agire umano, lo Stato, e gli enti sovranazionali come l’Unione Europea rischiano di trasformare il semaforo in una gabbia burocratica asfissiante. E qui c’è una seconda metafora che suggerisco io, perché mi viene spontanea. L’esempio lampante dell’eccesso di rigidità è il “semaforo rosso alle tre di notte”. Ci troviamo di fronte a un incrocio deserto, la visibilità è buona, non sopraggiungono veicoli, eppure il semaforo proietta una luce rossa che ci ordina l’immobilità. In quel momento, la regola perde la sua funzione di utilità sociale e si trasforma in un non senso ideologico, un comando cieco che esige un’obbedienza fine a sé stessa. Di fatto provoca una pericolosa deresponsabilizzazione. Se a quell’ora fosse introdotto un lampeggiante sarebbe un atto di responsabilità e di non eccesso.
Mi ripeto: questo limite di eccesso appare, per certi versi, inevitabile nelle complesse democrazie di massa. Per garantire l’imparzialità la norma tende a irrigidirsi, a non contemplare la flessibilità del giudizio umano, che quantomeno può essere educato con soluzioni di buon senso. Dunque, l’anarchia del semaforo rotto è distruttiva e il non senso del semaforo perennemente rosso per ventiquattro ore è un invito a non tener conto di nessuna regola. La domanda è: come far vivere la regola sottraendola alla burocrazia?
A me pare che la risposta stia nel provare a spostare il fulcro della convivenza dal concetto di “comando e controllo dall’alto” a quello di “responsabilità condivisa”. Mi viene buona a questo punto una terza metafora qualcosa di più convincente del lampeggiante notturno e valida anche di giorno: la rotatoria. Mi sembra perfetta per le soluzioni intermedie, che sono la maggioranza, pur tenendo conto che in alcune circostanze il semaforo rosso non ha alternative. Ma, a differenza di questo, che impone un ordine rigido e centralizzato, la rotatoria stabilisce un’unica regola di base: chi si immette deve dare la precedenza a chi si trova già all’interno. Così, la gestione del flusso richiede il coinvolgimento attivo dei guidatori. Nella rotatoria si deve rallentare, guardare negli occhi gli altri automobilisti, leggere le intenzioni altrui e adattare la propria velocità al contesto. La rotatoria riduce gli incidenti gravi e fluidifica il traffico perché si fonda sulla fiducia e sulla sussidiarietà. Diventa così la metafora di tutte le soluzioni intermedie ed equilibrate, è una regola flessibile, sancisce il buon senso come norma.
Tradotto in termini politici ciò significa far vivere la regola senza burocrazia e progettare istituzioni e soluzioni “a rotatoria”, in aggiunta a qualche semaforo inevitabilmente fisso e funzionante e in alternativa “al semaforo rosso alle tre di notte”. Lo Stato dovrebbe limitarsi nell’eccesso di normativa per concentrarsi sulla definizione chiara e invalicabile dei fini e dei limiti di sicurezza, e su quelli non derogare: le garanzie costituzionali, i diritti fondamentali e il monopolio della forza. Tutto ciò richiede un massiccio investimento nella cultura della responsabilità a tutti i livelli, dal singolo caso di vita civile, su su fino alle controversie internazionali e alla soluzione dei grandi problemi globali. In conclusione, la salute di una democrazia non si misura dal numero di leggi che riesce a produrre, ma dalla capacità dei suoi cittadini di auto-regolarsi attorno a pochi principi condivisi. Morale: bisogna riparare i semafori rotti per evitare il caos, ma con l’avvertenza di trasformarli in rotatorie ovunque sia possibile, dando all’incrocio la dimensione dell’umanità adulta, la responsabilità.
Fuor di metafora, in questa idea di responsabilità si intravede un disegno politico che oggi non trova adeguata rappresentanza. È uno spazio di riflessione e di proposta che con Luminosi Giorni intendiamo coltivare e proporre come cifra centrale della nostra identità.
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