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2 Febbraio 2026Screditare. Il vocabolario riporta: “l’azione di far perdere o diminuire il credito, la stima, la reputazione o il prestigio di qualcuno o qualcosa”. Non saprei trovare un verbo più adatto per indicare la prassi abitudinaria nella propaganda politica, direi a tutte le scale. Le prime schermaglie di campagna elettorale per le elezioni comunali a Venezia sono cominciate con questo segno sotto pessimi auspici, e se queste sono le premesse non si può che peggiorare, almeno che non ci sia un colpo d’ala etico, che riporti tutti ad una dimensione ragionevole dei rapporti. Lo screditare infatti è immorale, un’azione di bassa fattura che si utilizza per colpire a freddo una persona e per esporla negativamente al giudizio pubblico. E non ha assolutamente importanza che ciò che viene detto su una persona sia vero o falso. Pessimo è lo screditare anche se si riferisce a cose vere. L’intenzione è malevola e tanto basta, l’immoralità sta qua. Per esempio, un esponente politico oggi al governo della città di Venezia ha sùbito commentato la candidatura di Andrea Martella a sindaco ironizzando sulla sua provenienza da Portogruaro per decretare che è estraneo alla città. Perché lo screditare si accompagna spesso al ridicolizzare l’avversario e renderlo poco credibile ai cittadini. Una replica si è vista sui giornali tre giorni fa sul tema del commercio legato al turismo. E ho letto qualcosa del genere su facebook a proposito di Venturini come potenziale candidato a sindaco, firmata da una seconda linea del principale partito di opposizione e prima ancora che tale candidatura sia ufficilizzata, ma non importa, intanto si comincia e ci si prende avanti con il lavoro.
La nostra testata si appresta ad essere un luogo di riflessione in questo momento importante della vita cittadina come la scelta di una nuova amministrazione. Ci sarà, si spera, dibattito politico a Venezia sui problemi reali. Non si arriva a dire che ci vorrebbe piena convergenza tra tutti i candidati e le formazioni politiche sui grandi temi della città, che la richiederebbero, ma rispetto e ascolto sì. Chi dirige Luminosi Giorni, cioè il sottoscritto, pretenderà da tutti gli autori, qualora scrivessero del dibattito cittadino in vista delle elezioni, una forma accettabile di rispetto per le persone. (E approfitto per lanciare il segnale dicendo che poi la pretenderò non solo su questo tema ma anche in generale, per i vicini e per i lontani di altri continenti, e su qualsiasi argomento, si trattasse anche di ricette di cucina).
Il clima politico e geo politico internazionale e nazionale purtroppo non aiuta. Ma anche il clima che si è respirato a Venezia in dieci anni di scontro tra maggioranza e opposizione, senza distinzione, è stato sulla stessa lunghezza d’onda, per cui la schermaglia preelettorale che va a rinfocolarsi in questi giorni a colpi di screditare non è che la parte terminale e finale di un andazzo dai tempi lunghi. Dieci anni buttati in una infinita, truce, livorosa campagna elettorale permanente, solo con finalità di mera propaganda, con rinfacciamenti e strumentalizzazioni reciproche, con l’aggravante per le azioni in tal senso da parte di chi ha governato, perche ha rappresentato l’Istituzione. Tutto ciò è la forma normale della “politica contro”.
Ho parlato di screditare una persona, ma, attenzione, l’odiosità non consiste solo nell’attacco ad una persona individuale, ma anche nel parlare male di un’entità collettiva, una giunta comunale, un partito, un sindacato. In questo caso non si tratta di dire che tutto va bene, se ci deve essere dialettica politica ovviamente si dissente. Ma si dissente e non si accusa puntando l’indice in faccia alla persona o alle persone. Infatti nessuno prende atto che sulla tal cosa semplicemente si hanno opinioni diverse. Tu la pensi e fai così, io la penso colà. Bon. Ognuno ha le sue ragioni, le conseguenze, i fatti diranno quali sono buone e quali meno buone. No, lo screditare vuole delegittimare persone o gruppi o entità di persone, fare in modo che quella persona o quell’entità agli occhi del pubblico sia una fuori- legge, nel senso letterale del termine, e non semplicemente uno che la pensa e fa diversamente.
È particolarmente importante soffermarsi ancora sul metodo dello screditare in politica, persona o entità collettiva che sia. Per coglierne ancora una volta l’immoralità si può riadattare, rivalorizzandola, la celebre frase di matrice cristiana “si condanna il peccato e non il peccatore”, senza riferirsi necessariamente alla logica del perdono che essa sottende e che ci porterebbe altrove. Per dire che un giudizio negativo, netto nel contenuto e moderato nei termini, può sempre starci, se no non faremmo un passo, ma dovrebbe riguardare in ogni caso l’azione o le azioni e non invece, come accade, identitariamente la persona che le compie. Del resto, il diritto nelle liberaldemocrazie ci insegna che in un processo penale si giudica sempre l’azione criminosa, e non l’esecutore, tant’è che esso è condannato solo perché obbligatoriamente risarcisca. Io stesso in questo articolo avrei potuto cadere nel medesimo atteggiamento che stigmatizzo, ma, rileggendomi, vedo che sono stato ben attento a giudicare negativamente i fatti, soltanto le azioni dello screditare, astenendomi dal nominare o dal giudicare chi scredita, che comunque non è il bersaglio.
Del resto, questo malvezzo in politica è la proiezione pubblica di ciò che avviene anche in privato, nelle relazioni normali, in numerosi contesti, al bar, in una cena, in viaggio e non parliamo dei social, che poi tanto privati non sono. In tutti questi luoghi ricorre il fatto che ad un certo punto di una conversazione, o anche per cominciarla e per trovare argomenti gustosi, ci sia qualcuno che attacca la tiritera su qualcun altro assente. Parlandone malissimo e ricoprendolo di insulti, a cui l’interessato non può ovviamente rispondere, e senza citare le ragioni di tanto disprezzo. Quel qualcuno vuole che io condivida il suo disprezzo, con l’aggravante rispetto alla politica, di cui nel disprezzare si individua almeno chiaramente la finalità, che nei casi privati si fa più fatica a capire il perché di questo sentimento negativo, il cosiddetto ‘cui prodest’. Poi però lo si coglie più celato il ‘cui prodest’ ed è l’identità di chi sta disprezzando. La sua identità si rafforza e a ben vedere torna il parallelismo con la politica, nella quale le identità dei soggetti si concepiscono come alternative tra loro e non complementari. E quindi vanno fatte emergere per contrario e per contrasto, se tu sei cattivo io sono buono. In ogni caso ovunque nelle relazioni private mi trovi davanti quel qualcuno che dà inizio alla solfa del parlar male di tizio o caio, specie se a me sconosciuti, immediatamente lo fermo, dicendogli di lasciar stare, che con me non attacca.
Si sappia.



