Ci sono vizi e dinamiche che accompagnano da sempre la politica italiana. Alcuni mutano forma, altri si adattano ai tempi, altri ancora sembrano scomparire per poi riemergere sotto nuove vesti.
Ma ce n’è uno che attraversa le stagioni con sorprendente continuità: la tendenza ad attribuire alla propria parte una sorta di “superiorità morale” rispetto all’altra. Non è un fenomeno circoscritto a una sola fase né a un solo campo. Non è patrimonio esclusivo di qualcuno: è una scorciatoia retorica che attraversa l’intero arco politico, pur assumendo accenti e intensità differenti.
Nella tradizione della sinistra italiana, dal Partito Comunista Italiano alle successive evoluzioni nel Partito Democratico, l’idea di una funzione “pedagogica” della politica e di una vocazione egemonica ha talvolta alimentato la convinzione di svolgere un ruolo etico e culturale particolarmente significativo nel Paese. In alcune stagioni, questa impostazione ha contribuito a spostare il confronto anche su un piano morale, oltre che politico.
Ma sarebbe riduttivo non riconoscere che anche la destra italiana, nelle sue diverse declinazioni – da Alleanza Nazionale fino a Fratelli d’Italia – ha talvolta valorizzato una narrazione fondata sulla centralità dei propri riferimenti identitari, nei quali nazione, tradizione e valori “non negoziabili” assumono una dimensione non solo politica ma quasi etica. In questa cornice, il confronto rischia di trasformarsi in uno scontro tra chi difende l’“autenticità” del popolo e chi verrebbe percepito come distante, elitario o addirittura ostile agli interessi nazionali.
Anche in questo caso, il rischio è che la contrapposizione tra visioni etiche considerate alternative, totalmente o largamente inconciliabili , oscurino il confronto politico, di cui parte essenziale è la competizione tra programmi e l’elaborazione dei provvedimenti legislativi.
Un discorso analogo può valere per una parte della cultura cattolica impegnata in politica, che ha rappresentato per decenni una delle colonne portanti della vita pubblica italiana – basti pensare alla lunga stagione della Democrazia Cristiana. In quel contesto, l’ispirazione religiosa ha spesso offerto un contributo rilevante sul piano sociale e istituzionale. Come accade in ogni tradizione culturale forte, tuttavia, non sono mancati momenti in cui l’identità valoriale si è sovrapposta al terreno propriamente politico. Una dinamica comprensibile, ma che richiede equilibrio per non trasformarsi in chiusura. Inoltre negli anni successivi una parte significativa della gerarchia ecclesiastica ha assunto un ruolo pubblico più esplicito nel dibattito politico. Durante il pontificato di Benedetto XVI (Joseph Ratzinger), il richiamo alla “verità” come fondamento non negoziabile dell’agire pubblico ha rafforzato l’idea di un primato morale della dottrina cattolica, manifestando un’affermazione di superiorità etica rispetto a un sistema politico ritenuto relativista o privo di punti fermi. In parallelo, la lunga stagione di guida della Conferenza Episcopale Italiana da parte del cardinale Camillo Ruini si è contraddistinta per un marcato interventismo sui temi eticamente sensibili, portando il confronto politico ad una contrapposizione tra superiorità dell’ortodossia e deviazione morale.
Ancora più accentuata nel richiamo a giudizi valoriali (o pseudo-valoriali, in quanto largamente fondato su pregiudizi) si è inserita l’esperienza del Movimento 5 Stelle, che ha costruito una parte della propria identità sulla contrapposizione tra “puri” e “corrotti”. Un’impostazione semplicistica che ha intercettato un diffuso bisogno di trasparenza, ma che ha talvolta contribuito a spostare il baricentro del confronto più sulle persone che sulle proposte. Infatti, dalla rivendicazione della propria esclusiva superiorità etica si passa facilmente al moralismo, cioè al giudizio del comportamento degli avversari politici, da considerare quasi costantemente come vergognoso, eticamente riprovevole, che è tale anche quando semplicemente non rispecchia i propri canoni.