
IL GRANDE ASSENTE 4 In cerca di un sogno
14 Luglio 2026Io capisco che siamo un popolo di santi, poeti e navigatori – vale a dire che siamo un popolo simpaticamente eclettico.
Capisco anche quest’anno siamo orfani dell’Italia ai mondiali di calcio, e quindi questo eclettismo non si è potuto esprimere nella categoria “allenatori di calcio”.
E capisco che sotto l’ombrellone o al bar – e sui social – sia normale improvvisarsi opinionisti e commentatori delle questioni più disparate.
Ma, ragazzi, per favore: la giustizia è una cosa seria.
Sono state tre diverse questioni, in questi ultimi mesi, a sollecitarmi , direi preoccuparmi, non poco, per l’intervento della pubblica opinione, tanto da muovermi a questo pezzo che – in un mondo non a rovescio – sarebbe addirittura banale.
Ecco le questioni. Premetto che parlo come Voi da ignorante, nel senso che ignoro completamene le carte processuali, e quindi partiamo dallo stesso svantaggio sostanziale; ma parlo conoscendo un pochino come funziona la giustizia, e come funzionano gli istituti giuridici chiamati in causa, vista la professione con cui mi cimento ormai per il trentaquattresimo anno.
Il primo caso: i bambini della “Casa nel Bosco”. Ho letto decine di commenti volti a difendere la (sacrosanta) unità della famiglia, a reclamare la libertà dei genitori di dare ai propri figli l’educazione che ritengono migliore, a sostenere questi genitori cui uno Stato padrone e impositivo avrebbe strappato dei bambini che invece crescevano liberi e felici. Petizioni, raccolte di firme, interrogazioni parlamentari, gogna mediatica per i magistrati. L’imperativo era: restituire i bambini alla libertà e all’amore dei genitori.
Secondo caso: la grazia a Nicole Minetti. Ingiustizia, corruzione, carte truccate, favoritismi, i soliti ricconi che comprano i provvedimenti, addirittura un Presidente della Repubblica “ingannato” da avvocati, Corte d’Appello (di Venezia) e Ministero della Giustizia.
Ultimo caso – ahimè agli onori della cronaca in queste ore: il povero signor Roggero che spara a dei rapinatori uccidendoli e – udite udite – invece che ricevere una medaglia, viene condannato a 14 anni di reclusione e a un risarcimento danni importante (per inciso, non 3 milioni come dicono i giornali, ma una provvisionale di 480 mila euro).
Sapete perché accadono questi che ai nostri occhi possono sembrare scempi?
Perché ascoltiamo una sola versione dei fatti, quella che viene passata ai giornali. Quella, probabilmente, che fa sensazione.
Quindi sentiamo la disperazione della mamma nel Bosco; sentiamo lo scoop contro la (cattiva e ricca e bella) Minetti; sentiamo la moglie del sig. Roggero che piange una vita rovinata per colpa delle rapine (ovviamente, ingiustissime).
Ora vi sottopongo quelle che immagino essere le controposizioni all’esame dei Magistrati: quei bambini non ricevevano le cure, l’istruzione e la socializzazione indispensabili alla loro salute e al loro sviluppo armonioso; la signora Minetti ha prodotto documenti legali e certificati e la grazia le è stata concessa per ragioni umanitarie accertate e onorevolissime; il signor Roggero, uscito dallo stato di pericolo (i rapinatori erano già fuggiti e né lui, né i suoi cari correvano più alcun pericolo attuale), pare aver rincorso i malviventi e averli freddati in parcheggio. Questa non è “difesa”, tantomeno legittima, ma vendetta. E’ la vittima che ritrova il suo carnefice e lo fa fuori. In Italia, non è permesso, e aggiungo per fortuna.
In tutte queste vicende, dunque, i Magistrati hanno dovuto tenere in considerazioni non solo le posizioni “della stampa” passate all’opinione pubblica; ma anche la posizione contraria. E, con l’equilibrio e il rigore che è loro richiesto, hanno dovuto valutare.
Valutare se il bene dei bambini del Bosco fosse così compromesso dall’inettitudine genitoriale da consigliare, a loro stessa tutela, una misura estrema come un allontanamento provvisorio dai genitori (fosse stato fatto nel caso Pifferi, magari, avremmo salvato una piccina…); valutare se i documenti della signora Minetti, simpatica o antipatica che sia, olgettino o meno il suo trascorso, fossero idonei a consentire al Presidente della Repubblica di concedere liberamente l’atto di massima grazia; valutare se il sig. Roggero, pur nella condizione umanamente comprensibile di vittima di una rapina, si sia comportato da cittadino o da pistolero.
Possiamo davvero delegare al privato di decidere il bene comune, per sé e per gli altri? Possiamo lasciare a dei genitori non adeguati dei bambini (indifesi) in nome della libertà dei grandi? Possiamo permettere alla vittima di una sicura ingiustizia di farsi giustizia da sé? (attenti, qui, se la risposta è positiva, perché le ingiustizie, soggettivamente percepite, sono molte nel nostro paese e rischiano di gettare anche il più piccolo dei condomini in un conflitto tale che Russa-Ucraina sembrerà una partita a Risiko).
Possiamo – insomma – ridurre il nostro paese a un far-west dove decidiamo di pancia e a raccolta di firme?
L’istituzione della Magistratura mira proprio ad evitare questo. Mira a far in modo che persone preparate e soprattutto estranee ai fatti possano, con la fatica che ciò richiede, discernere ed entrare nelle pieghe di situazioni il più delle volte complesse e delicate, districando il giusto dallo sbagliato, anche quando un po’ di giusto e un po’ di sbagliato sono presenti in entrambe le posizioni.
Questo è quello che è necessario per un vivere civile: che ci siano delle regole e che a farle rispettare sia chiamato un organo terzo, non la vittima, non i parenti della vittima, tantomeno la stampa e ancor meno l’opinione pubblica.
La volta più celebre in cui l’opinione pubblica ha suggerito un verdetto, ricordiamoci bene che ha scelto Barabba.
Diciamo che una serietà un po’ maggiore, da parte della politica, che quella di Pilato allora, mi piacerebbe poterla leggere oggi.



