
Dopo la sconfitta del centro sinistra
30 Maggio 2026Dedicato a Teresa e Giacomo.
Vediamo se riusciamo a parlare dell’ottantesimo della Repubblica senza scadere nella retorica, cosa non facile di questi tempi, e mai stata facile per la verità. Perché troppe parole, troppa enfasi, troppa esposizione ottengono l’effetto di anestetizzare l’istituzione che da allora è la massima espressione della sovranità popolare in Italia e di metterlo in una bacheca polverosa privata di un vero senso e buona solo per le commozioni di rito. In effetti, mi rendo poi conto che parlare della Repubblica in occasione della ricorrenza, e per di più con una cifra così tonda, un po’ retorico lo è già. Ma proviamoci lo stesso.
Dico subito che l’unico modo per mantenere vivo e presente l’ottantenne spirito Repubblicano è recuperarne, ovviamente aggiornata, l’etica politica con cui si è espresso allora e la ricostruisco brevemente.
Mi sono sempre chiesto se un referendum allora fosse stato necessario e da dove venisse questo spunto di legalità in una situazione ancora emergenziale.
Certo c’era l’ordine internazionale post-bellico, Gli Stati Uniti che controllavano i processi, abbattere una monarchia, per quanto sputtanata, non è uno scherzo. Un primo apprezzamento va dato ai protagonisti della scelta di questa procedura che ha rischiato di confermare una monarchia compromessa con il fascismo, un rischio che andava corso: un atto unilaterale imposto dopo anni di dittatura sarebbe stato una contraddizione insanabile per una democrazia nascente. La decisione ha avuto il sapore di una scelta consapevole anche se poi gli storici del diritto diranno che era obbligata da vincoli statutari formalmente ancora in corso. Era stata invece una scelta già presa nel 1944, con il CLN da poco insediato al centro sud nell’Italia liberata, e questo dimostra la maturità e la alta consapevolezza politica di quell’organismo e anche la considerazione reciproca tra posizioni politiche che si sarebbero potute ritenere inconciliabili.
Ma in quel momento evidentemente inconciliabili non lo erano, sebbene il governo del CLN andasse dai monarchici ai comunisti, passando per tutte le componenti intermedie. Questo lo spirito unitario non farlocco o forzato che ha permeato la politica antifascista italiana a cominciare già dai primissimi anni di guerra e durato fino al 1° gennaio del 1948, giorno dell’entrata in vigore ufficiale della Costituzione Repubblicana. Nel bel mezzo di questa fase non breve di almeno sei anni si celebrava l’opzione popolare per la Repubblica con una partecipazione al voto straordinaria e per la prima volta anche femminile.
Rendere attuale la festa per gli ottant’anni della Repubblica ha dunque un solo senso oggi: il recupero di questa capacità unitaria ampia neppure contraddetta in quel 1946 da una vittoria risicata nelle urne a favore della Repubblica. Il fronte ampio si era velocemente ricostituito dopo il voto con l’immediato per quanto lacerato riconoscimento da parte dei perdenti dell’opzione repubblicana compiuta dalla maggioranza: pochi giorni dopo il Re abbandonava il paese e un anno dopo la Costituzione veniva votata dall’85% dei Costituenti.
Nasceva una Repubblica che porta iscritto nel suo nome quello che effettivamente è: la cosa pubblica di tutti i cittadini. Qui si che si rischia l’enfasi celebrativa tanto quanto lo è stato ed è ancora, per esempio, il concetto di bene comune, un corollario gonfiato di significati propri e impropri. La cosa pubblica/res pubblica ha invece una sola lettura: l’appartenere ai cittadini e alla loro sovranità per usufruirne pubblicamente attraverso concreti diritti quotidiani, scuola, sanità, lavoro. Per questo l’identificazione allora con tutta la cittadinanza si manifestava con l’amplissima rappresentatività politica della coalizione che ha guidato la Resistenza e ha respinto il nazifascismo.
Si può recuperare oggi questo eccezionale spirito unitario per dare un senso politico e civile alla Repubblica del 2026?
La risposta si può intanto cominciare a darla mettendo in chiaro che cosa non è e non può essere lo spirito unitario su cui si è fondata: la guerra civile permanente che, a tutti i livelli territoriali, la pseudopolitica del bipolarismo mette in scena in Italia ogni santo giorno; sia da parte della cosiddetta opposizione sia da parte del governo, cosa più grave dell’altra perché dovrebbe invece rappresentare tutti ed è fazioso fino alle cariche più alte delle istituzioni. Ma come si può appartenere alla “cosa pubblica”, giurando tutti sulla stessa Costituzione, come si può essere comunità di cittadini, se poi si confligge con violenza in modo insanabile tra due fronti alternativi, provocando scientemente l’astensione dal seggio elettorale? La Repubblica non vive di fronti alternativi e la sua etica politica è una sola. Ottant’anni dopo ricordiamocelo, se no la celebrazione è una parata finta. L’unico a cui non c’è bisogno di ricordarlo è chi la presiede nella carica più alta, un esempio inascoltato che per fortuna nostra non si lascia chiudere in bacheca.
Una postilla finale. La storia deve molto agli Stai Uniti e alla Francia che hanno per primi inaugurato questa istituzione repubblicana, richiamando nobili esempi storici del passato remoto, classici, medievali, rinascimentali, rivisitati e rafforzati dal pensiero moderno. La modernità inizia in chiave politica con questa istituzione, nata a sua volta dal pensiero e dalla riflessione filosofica che vi ha immesso lo Stato di diritto e la Democrazia.
Vero è che l’istituzione repubblicana non è una formula data per sempre, ma ovunque va tenuta viva e coerente. Anche negli stessi citati paesi fondatori. Contraddizioni non mancano e per l’Italia ne ho già più sopra indicate due di pesanti. Ne lascio altre tre per una riflessione più ampia che travalica i nostri confini.
La prima. Può sembrare un paradosso, ma Il paese fondatore della prima Repubblica democratica, gli Stai Uniti, non sempre ha onorato nella dialettica politica e nella sua vita sociale l’istituzione che esso stesso ha per primo creato e fornito come modello al mondo. Come per l’Italia, anche lì: bipolarismo ancora più esasperato con conseguente partecipazione elettorale non alta, e diritti democratici a lungo violati da un razzismo duro a morire. E ce ne sarebbero altre. Andrebbero risolte velocemente, pena la credibilità dell’istituzione. Che perde credito, ed è la seconda riflessione, anche in molte altre situazioni che la adottano come paravento di dittature, come era già avvenuto per la Germania nazista e la repubblica sociale italiana, oppure di stati inegralisti confessionali e per questo doppiamente autoritari (ha senso “Repubblica Islamica” con un Dio come sovrano?). Situazioni da smascherare nell’uso improprio del nome istituzionale.
Venendo poi all’Europa, ed è la terza, c’è un tarlo che ancora mi rode, forse per ingenuità o per scarso realismo: Il fatto che per l’Unione Europea la forma repubblicana è ancora un’opzione e non un vincolo assoluto, visto che ben sei tra i paesi che le appartengono repubblicani non sono. So bene che tutti e sei sono un modello di democrazia e Stato di diritto, ma la forma in questo frangente ha un suo peso simbolico non indifferente che impatta sostanzialmente in quanto controsenso politico evidente: la sovranità in una democrazia sta nel popolo e non in un monarca, che poi la concede al popolo. So altrettanto bene che l’Unione Europea ha poteri di imposizione sugli stati pari allo zero se è vero che non può neppure imporre il voto a maggioranza. In definitiva so già che la Repubblica europea come Repubblica di Repubbliche, che ho sognato da adolescente visionario in tempi non sospetti, sarà irrealizzabile nel tempo della mia vita. Ma è un sogno che lascio in eredità a chi vivrà più a lungo di me, ai miei nipoti Teresa e Gicomo, per esempio. Qualcosa che restituisce un senso anche al nostro 2 giugno, evitando di farne un mito retorico, o solo una data buona per un ponte vacanziero come quest’anno.



