
COSTUME E MALCOSTUME Elogio paradossale (ma non troppo) della noia
22 Agosto 2025
Il dilemma dei riformisti
1 Settembre 2025Recentemente in una conversazione apparsa sul Gazzettino circa l’imminente voto regionale in Veneto il politologo Paolo Feltrin ha citato un dato che mi pare molto plausibile. L’85% del voto nella nostra regione è in anticipo ‘bloccato’, usa proprio questo termine. Quella percentuale di votanti, l’85%, andrà a votare in un certo modo e si sa già in anticipo che tipo di voto sarà, distribuito in modo non uniforme e sbilanciato tra centro destra e centro sinistra, in un rapporto di circa 2 a 1 a favore del centro destra. I giochi per ribaltare le maggioranze uscenti si fanno, secondo Feltrin, sul restante 15% non garantito per nessuno in partenza. E pare che nel Veneto al riguardo anche questa volta, come si dice, non ci sarà partita, si sa già adesso chi vincerà sicuramente, troppo basso quel margine per riaprire i giochi. Il dato del resto non stupisce, si sa non da oggi che i valori sono più o meno quelli, ma vederselo quantificato in modo preciso, con la cifra percentuale, effettivamente impressiona. Anche i rapporti numerici interni al voto già ‘bloccato’ sono da lungo tempo più o meno gli stessi. Dalle cronache di questi giorni si apprende che la stessa cosa, ma a parti politiche invertite, varrà anche per le contemporanee votazioni in Toscana, Puglia e Campania, anche se in quelle regioni il voto già ‘bloccato’ probabilmente ha una percentuale inferiore a quella del Veneto.
Facendo un facile calcolo, se si arriva ad avere numeri bloccati così alti in alcune regioni significa che anche nelle situazioni più in bilico, nazionali, regionali e comunali che siano e forse non solo in Italia, il voto già ‘bloccato’ è comunque considerevole.
Questa condizione è un dato di fatto. E la spiegazione di tale ‘blocco’ precostituito di voti viene da sé in tutta evidenza: la stragrande maggioranza degli elettori, un po’ dappertutto, vota ‘per appartenenza’. A prescindere. E’ un voto solo identitario. Non curandosi troppo di programmi e di persone candidate, per altro queste in Italia non decise dagli elettori ma dalle segreterie dei partiti. Oppure i più avveduti se ne curano, ma poi alla fine in cabina elettorale prevale l’appartenenza, comunque. In alcuni casi il voto di appartenenza si volge nel suo contrario, il voto di non-appartenenza. In questi casi l’apparetenenza non è troppo marcata, ma lo è molto di più l’escludere a priori di poter appartenere e votare per una certa area politica considerata nemica e da ostacolare in tutti i modi, e il voto è un modo facile e diretto per contribuire alla causa: per quell’area politica e i suoi partiti non si vota comunque. E si sa che le identità, e non solo in politica, si creano e si rafforzano molto per contrarietà a qualcuno o a qualcosa. Posso immaginare, ma questa è opinione mia, che di fronte a un bravo candidato dell’area politica opposta e uno mediocre della propria, la maggioranza degli elettori scarta per principio quella opposta e si tiene il mediocre. Certo, oltre al voto c’è poi, per una fascia più ristretta, anche una gamma di motivazioni, di idee guida per intenderci. A sentirle in giro tra la gente comune, ma anche tra le persone più addentro alla politica, mi paiono altrettanto standardizzate, idee guida di appartenenze, mandate a memoria.
Nelle situazioni già bloccate le campagne elettorali possono sembrare perciò una sceneggiata un po’ inutile. Tuttavia, le si fa lo stesso perché gli altri le fanno ed anche perché sono un’occasione propagandistica che può servire per altri scenari più contendibili. Ma anche nei casi più contendibili c’è sempre un consistente zoccolo bloccato precostituito. E le campagne elettorali vere, quelle non inutili, ma per questo ancora più radicalizzate, le si fa nelle situazioni dove c’è da contendersi la piccolissima minoranza oscillante che può fare la differenza e ribaltare la situazione. Guai però se non ci fosse anche in questi casi il corpaccione di voti già bloccato e garantito.
Per questo corpaccione già garantito tutto avviene come nelle tifoserie del gioco del Calcio. Si sa che un tifoso, ma anche un semplice appassionato sostiene la sua squadra anche se retrocede dalla serie A in serie B e magari anche in C e persino in D, seppure si debba sorbire partitacce, ma i colori del cuore sono quelli e solo quelli. Così, mutatis mutandis, la maggioranza degli elettori vota per appartenenza, salvo dettagli, che a volte fanno la differenza e altre volte non ci riescono. Il calcio ci presenta poi anche la casistica della non-appartenenza, il tifo “contro”. E in questo caso il parallelismo con le votazioni lo si ha quando gli elettori si acconciano a votare per aree e alleanze politiche più variegate al loro interno pur di sconfiggere l’odiato avversario. Anche gli elettori sovente “tifano contro”. Ma anche in questo caso non è una scelta fatta sul momento, anche il voto ‘contro’ è ‘contro’ a prescindere, e più che una scelta, è una decisione presa una volta e continuamente mantenuta inalterata nel tempo. Gli zoccoli ‘bloccati’ si creano così.
In prima approssimazione si vota per appartenenza ( o non appartenenza) ad aree politiche, due poi, sempre le stesse due, quindi in misura minore per i partiti interni alle aree.
Si sa che in Italia per il centro destra conta maggiormente l’area di appartenenza, che è quasi un partito unico, dove i partiti interni sono considerati dagli elettori come semplici correnti dello stesso partito. Per il centro sinistra forse il discorso è più complesso, con un peso maggiore dei partiti e con una fisionomia, come si diceva, più variegata.
Per comprendere la radicata tendenza sino a qui delineata può servire il confronto con il passato. Chi come me ha vissuto le stagioni politiche dell’ultimo mezzo secolo, se va indietro con la memoria cerca di ricordare se ci fosse nel passato remoto questo voto di sola appartenenza. E conclude che si. È sempre stato così anche nel passato, con attori diversi, ma è sempre stato così. E da quel po’ di storia e di geopolitica che conosco precedente la mia memoria diretta, il voto è stato così bloccato si può dire da quando esistono le democrazie rappresentative a suffragio universale, in Italia e in giro per il mondo dove ci sono.
Certo dove queste non esistono o non sono mai esistite o esistono solo formalmente, ma senza diritti, il discorso è ben diverso, ma se manca la libertà, come in numerosi casi, tutti questi ragionamenti non si possono neppure iniziare. È un altro capitolo. Ma dove ci sono e ci sono state le democrazie rappresentative a suffragio universale come la nostra italiana, a vedere bene è sempre stato così da quando esistono: voti in ghiacciaia garantiti in partenza e solo in qualche caso vittorie e sconfitte determinate da minoranze oscillanti. Un politologo importante come Giorgio Galli scrisse un famoso saggio nel 1967, quasi sessant’anni fa, dal significativo titolo: “Il bipartitismo imperfetto”. Dove l’imperfezione confermava la regola: le aree ‘bloccate’ erano anche allora sempre e solo due e, a differenza di oggi, coincidevano perfettamente con i due partiti dominanti, PCI e DC, con i loro zoccoli elettorali già acquisiti in partenza. E seppure bipartitismo, o bipolarismo che sia, e voto ‘bloccato’ non siano la stessa cosa, spesso si sono tenuti insieme, altro evidente dato di fatto con le dovute eccezioni che ci sono sempre. La sostanza tra il presente e il passato, cioè, mi pare la stessa. Pare che Palmiro Togliatti, il celeberrimo segretario del PCI nel ventennio postbellico, nella famosa disfida del 1948, nella quale per tutta la campagna elettorale aveva ostentato la possibilità di battere la DC, abbia confessato in seguito che in realtà sotto sotto era quasi sicuro, in anticipo, dell’esito a sfavore di quello che allora si chiamava Fronte Popolare, di cui il suo PCI era colonna portante. È un aneddoto, ma è credibile. Perché, certo, lui sapeva fare bene di conto e conosceva perfettamente la portata numerica della sua area di appartenenza. La conferma, infine, che passato e presente su questo versante si assomigliano nella pre-costituzione del voto c’è la dà Feltrin nella citata conversazione sul Gazzettino. Quella percentuale altissima di voto ‘bloccato’, ci dice, è più o meno la stessa che si manifestava in Veneto mezzo secolo fa, sono solo cambiati, almeno due volte i protagonisti partitici, ma la percentuale già ‘bloccata’ è la stessa.
In questi anni è emerso spesso il timore che la democrazia, nelle situazioni governate da partiti marcatamente di destra, venga svuotata attraverso un autoritarismo legalizzato. Ma a me pare che il meccanismo dell’appartenenza ‘cieca’ nel voto ( e della non appartenenza contro) abbia già inficiato fin dall’origine un valore portante della democrazia. Che è quello della scelta libera da condizionamenti e da schieramenti precostituiti. Non tutti se ne rendono conto o non vogliono renderesene conto. Anzi c’è chi considera la contesa tra appartenenze il sale della democrazia, compreso il voto “contro”. Per tutti questi va bene così, nessuna crisi dalle origini, il gioco politico è ineluttabile, “è la democrazia, bellezza”, ti fanno notare. Per chi la pensa così, e sono in molti, tornando al sempre disponibile paragone con il gioco del calcio, è un po’ come per le partite: hanno senso perché c’è da vincere il campionato o non retrocedere. Se fossero tutte amichevoli non avrebbe senso neppure la singola partita. Che quando c’è si regge su squadre contrapposte e, appunto, precostituite. Il senso è anche questo.
A farci caso con il meccanismo delle appartenenze la politica, per i militanti, per gli esponenti di spicco e per i semplici elettori, oggi come ieri sembra una rappresentazione teatrale dove ognuno recita a soggetto un canevaccio mandato a memoria, quello della propria fazione. Se si osserva un’espressione pubblica della politica come quella televisiva non cambia molto se in questi anni ci sono urlati talk show e un tempo compassate tribune politiche. Il copione è lo stesso e lo si vede nella assoluta prevedibilità delle esternazioni di ogni protagonista del passato e del presente. Vale anche per gli elettori.
Per questi poi Il copione si completa con il voto. In Veneto, appunto, e torniamo da dove eravamo partiti, per l’85% sempre lo stesso. Il sondaggista poi ti studia i flussi elettorali, ma sono flussi tutti interni alle appartenenze e non cambiano la sostanza. Ogni tanto spunta un Mario Draghi fuori dal copione a dare un segnale che forse esiste una possibilità diversa, un altro mondo in un’altra dimensione in qualche anfratto dell’universo. Ma poi viene subito espulso dal sistema, come un ‘rigetto’ e si torna alla routine di sempre. A dire il vero anche la benefica coincidenza astrale della Resistenza al nazifascismo, nata per conquistare quella poi agognata democrazia rappresentativa, aveva regalato agli Italiani una possibilità diversa, vale a dire una unica onnicomprensiva appartenenza democratica in cui far riconoscere un’intera comunità nazionale. L’unica appartenenza a priori sensata, a parer mio, se il discrimine è appunto tra democrazia e autoritarismo. E in quel caso l’essere ‘contro’ e il ‘non appartenere’ agli attentatori della democrazia aveva ben altro significato. Questa merce rara resistenziale è durata miracolosamente per un breve periodo postbellico. Ma poi De Gasperi e Togliatti hanno velocemente inaugurato anche in Italia la politica delle appartenenze radicalizzate e contrapposte. Il germe era messo e la pianta è cresciuta rigogliosa con i suoi frutti fino ad oggi.
L’ho già detto: c’è a chi questa cosa piace. A me invece onestamente no. Alla fine, lo posso anche dire.
Non mi piace adesso, e forse anche prima, anche se prima non me ne rendevo conto e mi convincevo che mi piaceva. Semmai vedo che una coscienza diversa qualche segnale lo sta mandando e costituisce l’unica vera differenza con il passato. Ed è questa la differenza: nel passato remoto democratico votava quasi la totalità degli aventi diritto (arrotondo per eccesso), adesso, da qualche decennio, con graduali passaggi intermedi, quasi la metà degli aventi diritto (arrotondo molto per difetto). È l’unica vera differenza palpabile tra il passato e il presente, nella continuità ininterrotta di tutto il resto. Nel passato era evidentemente maggiore la dipendenza dalle ideologie e dai centri di potere nell’indirizzo e nel condizionamento etico politico. Anche in questo caso lo dicono i fatti, se no l’affluenza elettorale sarebbe rimasta alta oggi come ieri, e non è così.
La lettura del fenomeno astensionista è sicuramente complessa e lungi da me trarre conclusioni. Nell’astensionismo ci sta dentro di tutto, dal teorico del menefreghismo al qualunquista cronico (“sono tutti uguali”), dall’anziano che sta di casa al quarto piano senza ascensore a molte altre casistiche. Ma forse, dico forse, dentro al non voto c’è anche chi comincia a rendersi conto che una democrazia bloccata in anticipo da un voto a prescindere, con scarse possibilità di incidere se non per caso, qualche problema ce l’ha nei suoi meccanismi rappresentativi. In definitiva nel mazzo del disimpegno elettorale aumenta la quota dei ‘consapevoli’, coloro che, comprensibilmente, non ci stanno più a questo gioco e perciò non ci partecipano solo per questa ragione. Non è una soluzione, ma bisogna tenerne conto e c’è da meditare.



