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24 Ottobre 2026La Francia è alle prese con una crisi politica e sociale che sembra complicarsi di settimana in settimana. Il governo di Sébastien Lecornu, senza una maggioranza parlamentare, cerca un compromesso per approvare la legge di bilancio, mentre il malcontento cresce nelle piazze. Le proteste dei liceali, partite dalla mancanza di insegnanti e dal peggioramento delle condizioni di studio, hanno finito per coinvolgere anche altri settori della società.
Le grandi manifestazioni di ieri (17-18 ottobre, N.d.R.), segnate in diverse città da violenti scontri, hanno portato in piazza rivendicazioni che vanno ben oltre il mondo della scuola: dal potere d’acquisto alle disuguaglianze sociali, fino alla capacità dello stato di garantire servizi pubblici adeguati.
Alle tensioni sociali si aggiunge il deterioramento delle finanze pubbliche. Un problema che pesa sulle scelte del governo attuale, ma che limiterà anche i margini di manovra del prossimo presidente della Repubblica, che sarà eletto il 18 aprile e, molto più probabilmente al secondo turno, il 2 maggio. E proprio sulla prossima presidenza grava un’altra incognita. Alcuni degli ultimi sondaggi indicano la possibilità di un secondo turno tra Marine Le Pen (Rassemblement national), e Jean-Luc Mélenchon (La France insoumise). Anche se si tratta di sondaggi, vista soprattutto la competizione ancora aperta per il secondo posto, dice molto della polarizzazione raggiunta dalla politica francese.
Pensare tuttavia che questa polarizzazione rifletta interamente le convinzioni politiche dei francesi sarebbe sbagliato. Una parte della società si riconosce certamente nelle proposte delle forze più radicali. Ma la richiesta di cambiamento va ben oltre i rispettivi elettorati. Il potere d’acquisto, la qualità dei servizi pubblici, la sicurezza, il ruolo dello stato nell’economia sono questioni che attraversano gli schieramenti. Si possono cioè chiedere risposte forti su questi temi senza condividere necessariamente le proposte di rottura di RN o LFI.
I dati del Baromètre de la République, realizzato da Ipsos e pubblicato in agosto, aiutano a capire di cosa stiamo parlando. Il 79% degli intervistati desidera cambiamenti molto profondi nel modo di governare il paese, mentre il 90% considera importante il principio di uguaglianza. Sono indizi di quanto siano diffuse le aspettative nei confronti della politica e quanto pesi la distanza tra i principi della République e la loro applicazione concreta. Ovviamente, da qui a concludere che esista una maggioranza alternativa ai candidati estremisti in attesa di un candidato riformista ce ne passa.
Il punto è invece un altro: la domanda di trasformazione non appartiene esclusivamente alle forze politiche che propongono le rotture più profonde. Può essere altrettanto forte tra elettori che, pur desiderando cambiamenti importanti sul piano economico e sociale, non intendono mettere in discussione gli equilibri istituzionali o l’appartenenza europea della Francia. In altri tempi qualcuno lo avrebbe chiamato il centro radicale, un elettorato collocato nelle posizioni centrali dello spettro politico ma attraversato da una forte domanda di cambiamento.
Emmanuel Macron aveva in fondo già interpretato una parte di questa domanda nel 2017, sia pure in un contesto molto diverso. Prometteva di rompere con il vecchio sistema dei partiti, modernizzare l’economia e restituire capacità d’azione allo stato, senza abbandonare il quadro liberaldemocratico ed europeo. Il suo successo aveva dimostrato che era possibile conquistare elettori provenienti dalla destra e dalla sinistra attorno a una proposta diversa dalle offerte politiche tradizionali. Il problema è che quella convergenza non si è trasformata in una maggioranza politica stabile, anche a causa di una gestione molto discutibile del suo secondo mandato, con errori politici deleteri come lo scioglimento dell’Assemblée nationale nel 2024.
Una parte delle aspettative suscitate nel 2017 è rimasta, poi, insoddisfatta, contribuendo al malcontento che oggi attraversa il paese. È in questo quadro che si può inserire la candidatura di Raphaël Glucksmann che potrebbe intercettare una parte degli elettori che chiedono cambiamenti importanti senza riconoscersi nelle proposte di Mélenchon o di Le Pen. Uno spazio che non coincide necessariamente con il centro tradizionale e che potrebbe estendersi dalla sinistra riformista a una parte dell’elettorato macroniano.
Resta però da capire quanto sia ampio e, soprattutto, se Glucksmann abbia gli strumenti politici per conquistarlo. La vittoria alle primarie socialdemocratiche dell’11 ottobre, con oltre il 66% dei voti, gli ha dato certamente una legittimità che prima non aveva. Anche i sondaggi hanno registrato una progressione. Secondo lìultima rilevazione OpinionWay, Glucksmann ha guadagnato tra quattro e cinque punti rispetto alla precedente indagine, raggiungendo tra il 13% e il 16% delle intenzioni di voto. Per il momento è dunque nella partita per il secondo posto, insieme a Mélenchon ed Édouard Philippe. Ma i rapporti di forza sono ancora incerti.
Da dove potrebbero arrivare i voti necessari a consolidare questa posizione? Un primo bacino è quello degli ex elettori socialisti passati a Macron. Uno studio della Fondation Jean-Jaurès , pubblicato nel 2022, a poco prima delle elezioni presidenziali, e dedicato agli elettori di François Hollande del 2012, mostrava che il 46% di questi aveva votato Macron nel 2017. Cinque anni dopo, il 36% dello stesso elettorato dichiarava ancora l’intenzione di sostenere il presidente uscente. L’aspetto più interessante è che non possiamo spiegare questi dati soltanto con la debolezza dei candidati socialisti delle successive elezioni. La ricerca mostrava infatti quanto quell’elettorato fosse cambiato nel frattempo. Il 32% si collocava nella sinistra tradizionale, il 21% nella sinistra moderata e il 20% al centro, mentre un quarto dichiarava di non sentirsi vicino ad alcun partito. Ancora più interessante è il fatto che, tra gli ex elettori di Hollande intenzionati a votare nuovamente Macron nelm2022, il 74% si collocasse nelle posizioni centrali della scala ideologica.
Non si trattava, insomma, di socialisti che avevano momentaneamente prestato il proprio voto a Macron, in attesa di tornare al partito d’origine. Una parte di loro aveva cambiato collocazione politica e affinità partitiche. Probabilmente ha pesato anche la progressiva trasformazione del Partito socialista e il suo rapporto con la sinistra di Mélenchon, anche se sarebbe difficile attribuire a questo fattore, da solo, uno spostamento così ampio. Si potrebbe parlare, almeno in parte, di electoral realignment, un riallineamento elettorale, per riprendere un concetto spesso utilizzato negli Stati Uniti per descrivere uno spostamento di voto che non è necessariamente una parentesi. È un concetto utilizzato per spiegare come elettori che abbandonano un partito possono finire per modificare anche la propria identificazione politica, le priorità e il modo in cui percepiscono le diverse forze politiche. E quella che inizialmente sembra una scelta dettata dal momento, o un voto di protesta, può trasformarsi nel tempo in una nuova fedeltà.
Naturalmente, il caso francese è diverso da quello americano. Ma il problema che si pone oggi a Glucksmann è simile. Una parte degli ex elettori socialisti passati a Macron non si considera più necessariamente di sinistra (o di questa sinistra) e ha costruito nel frattempo una diversa identità politica. Riconquistarli sarà quindi più complicato che riproporre un’offerta socialdemocratica autonoma da Mélenchon. Ciò significa che non è sufficiente ricostruire il partito o lo spazio politico che quegli elettori hanno abbandonato, perché nel frattempo sono cambiati anche loro.
Questo non comporta, però, che la scelta di Glucksmann di escludere qualsiasi accordo con La France insoumise, anche alle elezioni legislative, sia irrilevante. Al contrario, potrebbe rappresentare un primo elemento di riconoscibilità per quegli ex elettori socialisti che hanno sostenuto Macron e continuano a non identificarsi nella linea di Mélenchon. La sua candidatura offre loro la possibilità di tornare a votare per una forza socialdemocratica senza dover accettare un’alleanza con LFI.
Ovviamente non basta. Come abbiamo visto, una parte di questi elettori ha ormai modificato la propria collocazione politica. Glucksmann dovrà quindi offrire ragioni concrete per preferirlo a Édouard Philippe o Gabriel Attal, dimostrando che la sua proposta non è semplicemente una versione più sociale del macronismo. Allo stesso tempo, dovrà convincere gli elettori della sinistra riformista che l’autonomia da Mélenchon non si traduce nell’irrilevanza politica della sua candidatura.
Ed è qui che entra in gioco il voto utile, che potrebbe diventare uno dei principali ostacoli alla sua candidatura e il punto centrale delle prossime settimane. Anche un elettore vicino alle posizioni di Glucksmann potrebbe decidere di votare per un altro candidato, se ritenesse quest’ultimo meglio collocato per raggiungere il secondo turno.
Il rischio è che una parte dei consensi potenziali venga attratta verso Mélenchon a sinistra o verso Philippe al centro, prima ancora di trasformarsi in intenzioni di voto consolidate. Per Glucksmann la questione diventa allora duplice: convincere gli elettori di avere qualcosa di diverso da offrire rispetto ai suoi concorrenti e, contemporaneamente, dimostrare che la sua candidatura può avere un peso effettivo nella competizione presidenziale. La crescita registrata negli ultimi sondaggi gli offre un primo argomento, ma sarà la capacità di consolidarla a determinare quanto il suo spazio elettorale potrà resistere alla logica del voto utile.
In questo contesto, le difficoltà interne al suo stesso campo politico sono tutt’altro che secondarie. La sconfitta di Olivier Faure alle primarie non ha cancellato le divisioni del Partito socialista. Glucksmann dispone dell’investitura, ma non controlla il PS, con la sua organizzazione territoriale, i suoi dirigenti e le sue diverse sensibilità politiche. Il rapporto con LFI resta il principale terreno di scontro. Per Glucksmann, non allearsi con Mélenchon è una condizione essenziale della propria autonomia, mentre una parte dei socialisti (e degli ecologisti) continua a ritenere necessaria una qualche forma di unità della sinistra per contrastare il Rassemblement national. La vittoria alle primarie, insomma, ha risolto la questione del candidato, ma non quella della strategia politica.
Su queste divisioni potrebbe inserirsi anche François Hollande. L’ex presidente, che avrebbe preferito un esito diverso delle primarie, non sembra aver del tutto accantonato l’ipotesi di una propria candidatura, presentandosi come possibile punto di riferimento per un voto utile socialista. Un eventuale rallentamento della candidatura di Glucksmann nelle prossime settimane potrebbe riaprire una partita che le primarie sembravano aver chiuso.
Ed è probabilmente sul programma che si misurerà la consistenza della sua candidatura. Glucksmann ha costruito gran parte della propria identità politica sull’europeismo, sul sostegno all’Ucraina e sulla difesa delle istituzioni democratiche. Queste posizioni gli hanno permesso di distinguersi all’interno della sinistra francese. Ma una campagna presidenziale si gioca soprattutto sulla capacità di rispondere alle preoccupazioni quotidiane degli elettori. Salari, potere d’acquisto, scuola, sanità, fiscalità, industria, debito pubblico: sono questi i terreni sui quali Glucksmann dovrà ancora precisare la propria proposta. E sui quali dovrà mostrare una competenza e una capacità di elaborazione che finora sono rimaste meno visibili rispetto alle sue posizioni internazionali.
Non sarà semplice conciliare una maggiore ambizione redistributiva con i vincoli di bilancio, la transizione ecologica e gli impegni europei della Francia. Tanto più in un paese dove la difficoltà a trovare un compromesso sulle finanze pubbliche – e un compromesso in generale – è già diventata uno dei principali fattori di instabilità politica.
Senza risposte convincenti su questi temi, Glucksmann rischia di rappresentare soprattutto un’alternativa identitaria elettorale per chi non vuole votare né Mélenchon né un candidato del centro macroniano. Ma una posizione che potrebbe non bastare a ottenere un risultato significativo al primo turno.
C’è poi, forse, anche una questione più ampia della sua vicenda personale. E riguarda forse le forze riformiste e di centrosinistra di molti altri paesi europei. Si tratta di capire se la socialdemocrazia in salsa francese possa ancora proporsi come una forza capace di cambiare profondamente il paese senza fare della rottura permanente il proprio metodo politico. Glucksmann proverà a dare una risposta. Ma per riuscirci dovrà dimostrare di non essere soltanto un’alternativa più moderata agli estremi o una continuazione più sociale del macronismo. Dovrà convincere gli elettori che il riformismo può ancora cambiare le cose, e non soltanto amministrare quelle che esistono. Una sfida ancora più difficile in un paese alle prese con finanze pubbliche deteriorate, dove la necessità di ridurre il deficit rischia di entrare in conflitto proprio con quelle ambizioni di trasformazione sociale sulle quali una nuova proposta socialdemocratica dovrebbe fondarsi.
Ardua impresa.



