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- Dal libro (“L’inferno sono gli altri” edito lo scorso anno per i tipi di Mondadori) al film, peraltro selezionato fuori concorso a Venezia 69 (titolo “Sfiorando il muro”, diretto con Luca Ricciardi, prodotto da DocLab di Marco Visalberghi), a cosa ha dovuto necessariamente rinunciare?
Il libro e il film sono due progetti cresciuti assieme. L’idea del documentario è venuta cronologicamente prima, ed era mia intenzione farlo uscire in libreria con allegato un libretto di cui avevo iniziato la stesura. Quando Mondadori ha manifestato interesse per il libro che stavo scrivendo, le strade si sono separate, ed è finito che il libro è uscito prima del documentario. Posso aggiungere che il documentario non è una trasposizione del libro, ha un percorso e un racconto suo, anche in personaggi sono in buona parte diversi. Mi piace il racconto per immagini – di per sé di grande ricchezza – soprattutto perché i giovani sono abituati alla cultura visiva e attraverso di esse passano direttamente alcuni messaggi relativi agli anni Settanta.
- Rivivere la storia della sua famiglia, di suo padre in particolare, quali ‘corde’ le ha mosso?
Né il libro, né il film in realtà sono la storia di mio padre. Ho recuperato invece le vicende accadute a Padova negli anni della violenza diffusa tra il ’77 e il ’79. La mia città natale vanta un record: quello del numero di attentati in proporzione al numero degli abitanti. In tre anni ci sono stati 500 atti di violenza tra attentati incendiari e aggressioni a persone.
Io sono stata duramente colpita dalla violenza di quegli anni, ma quella ferita non è solo mia, è la ferita della nostra comunità civile. Per quanto riguarda mio padre, il lavoro del documentario mi ha portato a incontrare e scoprire diverse persone che facevano parte della sua comunità politica, ex ragazzi del Fronte della Gioventù. Sono stati begli incontri, che umanamente mi hanno dato molto.
- Com’è riuscita a giustificare la violenza che lei in un’intervista ha definito come “normale”, riprendendo un sentire comune, durante gli anni di piombo?
Penso che non si possa mai giustificare la violenza; ho tentato di capire come fosse possibile considerare normale la violenza all’interno della dialettica politica. Le risposte che ho trovato sono tante, ma di fondo in chi pratica la violenza c’è sempre la convinzione di essere autorizzato a farlo in virtù di una violenza precedentemente subita. E’ il titolo del mio libro, rubato a Sartre, “L’inferno sono gli altri”: la violenza considerata è sempre quella subita, mai quella agita. In questo senso l’unica riposta possibile è trovare un’altra strada, che spezzi la catena.
- E’ accesa la polemica con i “cattivi maestri”, quelli che c’erano ma hanno pagato poco per le loro colpe. Un messaggio per loro?
Non si tratta di un film a tesi, ho cercato un confronto e non c’è stato. Non se la sono sentita di parlare con me, non hanno manifestato il coraggio di assumersi la responsabilità delle loro azioni passate, forse per mancanza di una rielaborazione personale. Poteva essere un’occasione per tutti. Uno di loro mi ha chiesto all’inizio dell’intervista quale fosse la tesi del documentario ed io ho risposto che la mia era una ricerca, non un lavoro volto a dimostrare qualcosa di definito a priori e gli ho spiegato che l’unica cosa su cui sentivo di avere una posizione netta era il rifiuto della violenza come metodo di confronto politico. E’ rimasto spiazzato dalla mia risposta tanto che non ha più volto farsi intervistare. “E’ una decisione che non riguarda solo me”, ha spiegato ad una comune amica. Mi è capitato diverse altre volte di incrociarlo per strada: abbassa lo sguardo e non saluta.
- Un progetto molto interessante al quale sta lavorando è la “Casa della Memoria delle vittime del terrorismo del Veneto”. Ce ne può parlare?
In Italia ci sono diverse Case della Memoria; la prima nata è quella di Brescia che organizza incontri nelle scuole e sta curando la digitalizzazione degli atti giudiziari della strage di Piazza della Loggia. A Milano l’attività è concentrata sul recupero della memoria sulla strage di Piazza Fontana e stanno iniziando anche Bologna e Roma. Anche nel Veneto lo stiamo facendo attraverso la cooperativa sociale AltraCittà che si occupa dei detenuti della casa di reclusione Due Palazzi. Grazie a un finanziamento della Cassa delle Ammende stiamo avviando digitalizzazione di tutti gli atti giudiziari dei processi di terrorismo avvenuti in Veneto. L’obiettivo è rendere consultabili questi documenti rilevanti dal punto di vista storico oltre che giudiziario da studiosi e studenti.




