
Livello del debito e politiche per lo sviluppo
16 Aprile 2026Trumpofobia
Il direttore di questa testata si lamenta perché non si può parlare sempre di Trump.
In teoria avrebbe ragione se non fosse che da quando questo re Lear contemporaneo si è insediato alla Casa Bianca non è passato giorno che le sue “uscite” non abbiano provocato tensioni, sconvolgimenti e paure a livello globale.
Purtroppo non si tratta di semplici e sporadici “colpi di matto” ma di decisioni concrete che prendono il via dalla sua testa e da quella dei suoi più stretti collaboratori e che hanno ripercussioni in tutti i segmenti in cui si esercita il potere politico: geopolitica, finanza, economia e di cui le azioni di forza con le quali si esprime sono la manifestazione più evidente e pericolosa.
Quello che sconvolge tutte le persone dotate di un minimo di equilibrio e ancor più quelli che studiano i fenomeni geopolitici è che le decisioni che escono dallo Studio Ovale sembrano non tenere nel minimo conto le ripercussioni e le conseguenze che generano a livello mondiale.
Quasi fosse una partita a Risiko o, come si usava una volta, un gioco con i soldatini.
Non credo serva ripercorrere tutte le follie di questo populista, arruffapopoli, mentitore seriale, impunito affarista. Ormai le abbiamo metabolizzate e ne stiamo pagando le conseguenze nella vita di tutti i giorni.
Certamente quest’ultima “avventura” iraniana le batte tutte: il dispregio del diritto internazionale, l’avventatezza, il pressapochismo, la sottovalutazione della reazione del regime degli ayatollah ha portato il sistema mondiale in una situazione di tensione e di sofferenza complessiva che ha pochi riscontri nella storia contemporanea. Nemmeno ai tempi della Baia dei porci, perché quella fu “solo” una pericolosa minaccia e lì si fermò.
E allora sarebbe il caso di mettere in atto una reazione pacifica ma globale per contrastare la politica di questo pericoloso autarca: come ai tempi della guerra del Vietnam, quando il mondo democratico transnazionale era sceso nelle piazze per far sentire la propria insofferenza e avversione verso la politica guerrafondai del Governo degli Stati Uniti dell’epoca.
Le democrazie europee, prime fra tutte, devono reagire ben al di là della consueta azione diplomatica e di tutti i tentativi di moral suasion che non stanno dando nessun frutto perché l’uomo è pieno di sé e non si fa scrupolo, nella sua totale paranoia, nemmeno di attaccare direttamente e frontalmente Papa Leone XIV, americano come lui, tanto che, di sorazonta, per ribadire il concetto, si paragona persino a Gesù Cristo.
Meloni – Schlein
Sottotitolo: il gioco delle ambiguità tra politica estera e consenso interno
La marcia indietro nel posizionamento meloniano di queste ultime settimane ha provocato reazioni inaspettate da parte proprio del suo “faro ideologico”: Trump che bacchetta Meloni è stata una sorpresa per molti.
Da qui la presa di posizione “istituzionale” di Elly Schlein. Ma facciamoci qualche domanda: Trump ce l’aveva con l’Italia? O piuttosto con Giorgia personalmente? Attaccare il governo equivale ad attaccare il Paese?
Non è detto. È un equivoco affermare che il governo rappresenta tutti gli italiani. Il governo è solo una parte. Il Presidente della Repubblica e il Parlamento rappresentano l’Italia. Forse Schlein, mentre manifestava tutta la sua riprovazione per il boss di Washington, avrebbe potuto ricordare alla Presidente del Consiglio le sue contraddizioni, che poi sono all’origine dello sbrocco del presidente statunitense. Il “tradimento” di Giorgia, perché Giorgia era una fedelissima. Questo andava detto.
Dopodiché Elly andrà in piazza, la manifestazione è in programma, contro la stessa presidente del Consiglio a cui ha dato solidarietà. Non facile da spiegare come si concilino la Elly di lotta e la Schlein di governo. Fu difficile persino per Enrico Berlinguer. Ma lei ci prova, avventurandosi sul terreno del fair-play istituzionale, anche a rischio di fare arricciare il naso a qualcuno.
Perché forse il punto vero è la competizione dentro l’opposizione, con Conte alle calcagna e le primarie che paiono inevitabili sullo sfondo. I sondaggi delle ultime settimane, che mostrano un Movimento 5 Stelle competitivo e in crescita su alcuni temi chiave, rendono questa tensione ancora più evidente.
Il risultato è una linea che oscilla: istituzionale nei momenti ufficiali, conflittuale quando si torna alla dinamica politica quotidiana. E allora vale tutto: anche provare a essere, nello stesso momento, Elly di lotta e Schlein di governo.
Tornando alla Meloni: è vittima di sé stessa, delle sue idee, e della presunzione di essere più furba degli altri. Il risultato è che l’Italia di Meloni non è considerata affidabile dagli alleati europei, è il paria dei grandi Paesi dell’Unione anche perché fino a ieri l’hanno vista genuflessa davanti a uno squilibrato come Trump e a uno scriteriato come Netanyahu, per non parlare dei balletti con Steve Bannon, delle scampagnate con i fascisti spagnoli, dell’intervento al CPAC 2025 (Conservative Political Action Conference) il 22 febbraio, del sostegno fino all’ultimo momento a Viktor Orbán.
La grottesca, maldestra e surreale sterzata meloniana, arrivata con fatica e imbarazzo dopo la débâcle orbaniana in Ungheria, la sconfitta di Trump in Iran e l’inaccettabile attacco della Casa Bianca a Papa Leone, non è il risultato di una svolta strategica ponderata né di un ripensamento ideologico, ma appare come la conseguenza diretta del risultato del Referendum sulla Giustizia.
A maggior ragione proverà a sfruttare a suo vantaggio questo endorsement di Elly, confidando sul fatto che quasi tutta l’opposizione (tranne i renziani) si sta già operando per farla passare con tanto di applausi a scena aperta come una statista che si ribella al “padre”, quando invece da quasi due anni è stata la politica più trumpiana e orbaniana del pianeta.
Vota Antonio, vota Antonio!
Ci siamo quasi, alle ultime battute finali che vedranno comporsi magicamente, nelle ultimissime ore disponibili, le liste di tutti i candidati alle prossime elezioni comunali di Venezia: fra Consiglio Comunale e Municipalità saranno abbondantemente più di millecinquecento (1.500) i concorrenti.
Gli schieramenti però sono chiari da tempo: Andrea Martella guida una coalizione larga di CentroSinistra, Simone Venturini ripropone la coalizione di CentroDestra che ha governato la città negli ultimi undici anni; la sua lista personale mette assieme tutto il mondo ex Fucsia che nel frattempo, a seguito delle vicende di Brugnaro, si è squagliato come neve al sole. Molti degli ex assessori della giunta uscente sono nella sua lista.
Poi ci sono le cinque “Civiche” che proveranno a entrare in Consiglio superando la soglia di sbarramento del 2%. Probabilmente non tutte ce la faranno.
Dei programmi si può dire poco perché, per il momento, quasi tutti si tengono sulle generali, al massimo qualche titolo per indicare la direzione che si vuol prendere, ma in particolare lo schieramento di Venturini si caratterizza per una sostanziale continuità con la gestione brugnariana – è difficile fare diversamente quando per undici anni sei stato assessore di quella giunta e hai sempre alzato la mano per approvare ogni cosa.
Martella predilige il posizionamento valoriale, rappresentato dai diritti che sono un tema importante ma che possono costituire solo la cornice dentro la quale innestare le scelte amministrative più significative che devono saper “mettere a terra” le decisioni (delibere, nel caso specifico) che riguardino i cardini di una visione della città che sappia pensarsi proiettata nel futuro.
Non è un esercizio facile, ma i capisaldi li conosciamo tutti e molti sono sui tavoli della discussione pubblica ormai da almeno vent’anni.
L’auspicio è che il prossimo sindaco sappia innanzitutto circondarsi di persone competenti, motivate e preparate ad affrontare le sfide che si troveranno a gestire.
E poi abbia il coraggio di assumersi tutta la responsabilità delle scelte da compiere, sapendo che non si potranno accontentare tutti e che molti sono gli interessi stratificati in città, molte sono le lobby e molte sono le rendite di posizione che cercheranno di condizionare, al di là della normale dialettica democratica, gli orientamenti dell’Amministrazione.
La bussola deve puntare in un’unica direzione: l’interesse generale per il bene pubblico, la qualità della vita dei residenti, lo sviluppo sostenibile, la salvaguardia di Venezia.
E allora, tutti a votare il signor “Antonio”.



