
24 Agosto 1926, oggi un secolo, nasce il Comune di Venezia allargato alla terraferma
24 Agosto 2026Venezia 2026: la crisi del centrosinistra
1. Il problema: venticinque anni di vittorie e la dissoluzione di una coalizione sociale
Per spiegare la sconfitta del centrosinistra veneziano nel 2026 non basta contare i voti perduti o guadagnati rispetto alla consultazione precedente, né attribuire l’esito alla debolezza di un candidato, alla crescita dell’astensione o a un’errata impostazione della campagna elettorale. A conti fatti, qualunque fosse stato il candidato, in presenza di qualsiasi altra strategia comunicativa, con ogni probabilità non sarebbe cambiato il «finale di partita». Del senno di poi sono piene le fosse – recita un noto proverbio –, ma far finta di niente e rinunciare a un’analisi approfondita appare una scelta ancora più funesta. Per questo si è provato a capirne qualcosa in più.
Forse il dato da cui partire è lontano nel tempo (vedi tab. 1) e riguarda la lenta, sotterranea eclissi delle ragioni che avevano aperto una stagione, ormai trascorsa, di vittorie: per quasi venticinque anni, dalla prima elezione diretta del sindaco nel 1993 fino alla crisi della sindacatura Orsoni, provocata dall’inchiesta giudiziaria sul Mose (2014), la sinistra ha governato Venezia vincendo cinque competizioni elettorali, due al primo turno e tre al secondo. In tutte queste sfide l’affermazione si deve non a una maggioranza autosufficiente della sinistra, ma alla costruzione di un accordo strutturale con il centro: centro politico, come è ovvio, ma anche sociale, economico e culturale, composto dai variegati mondi del turismo e degli affari, dai ceti professionali, dalle imprese portuali e industriali, dal commercio, dai mondi cattolici, dalle reti civiche e dall’opinione popolare moderata di terraferma. I successi ripetutisi per quasi un quarto di secolo con Cacciari, Costa e Orsoni furono il prodotto di questa alleanza, non di una prevalenza numerica della sinistra in quanto tale. La vicenda dello scontro Casson-Cacciari appare emblematica delle forze in campo, per quanto in larga parte sotterranee, delle quali bisogna sempre tenere conto nell’agone veneziano.
Quell’accordo tra sinistra e centro politico-sociale svolgeva una funzione elettorale precisa. Consentiva, come una sorta di passerella, a una quota di elettori centristi e di centrodestra di attraversare il confine fra gli schieramenti quando si votava per il Comune. Di qui la costante presenza di accordi – a volte impliciti e non ufficializzati – utili non come orpello ornamentale, ma come baricentro strategico. Basti pensare alla convergenza tra gli elettori dell’ex rettore Giovanni Castellani e Massimo Cacciari nel 1993, in funzione anti-Lega; alla corsa separata di Costa al primo turno nel 2000 e alla successiva confluenza di Rc, Verdi e Città nuova al secondo turno; oppure a un analogo flusso di voti da Forza Italia e dai centristi nel 2005, di nuovo su Cacciari in funzione anti-Casson. Di più: nei casi delle due vittorie di Paolo Costa e Giorgio Orsoni, la rinuncia della sinistra a un proprio candidato autoctono a favore di due esponenti esplicitamente centristi rendeva plateale questa strategia tenacemente perseguita dai gruppi dirigenti ex comunisti. Strategia che funzionava anche nelle elezioni regionali, nazionali ed europee, consegnando a Venezia il primato veneto del voto di centrosinistra. Voto nazionale e voto municipale erano costantemente allineati nel confermare la fiducia a una coalizione di centrosinistra percepita come competente, affidabile e, soprattutto, non ostile ai principali interessi economici della città. È stato questo corridoio elettorale tra gli interessi dell’elettorato moderato e le classi dirigenti di sinistra, assai più della somma aritmetica dei partiti, a dare in passato solidità alla maggioranza di governo del Comune di Venezia. Qualcosa di molto simile si è visto a Padova a partire dalle giunte Zanonato e in mille altri comuni del Nord Italia, a cominciare da Milano, Roma e Napoli. Ad esempio, nelle elezioni del 1995 a Padova, in vista del secondo turno, avvenne l’apparentamento tra la coalizione di Zanonato (31,9%) e la quasi totalità delle liste della coalizione giunta terza al primo turno, guidata dall’ex preside di Ingegneria Luigi Mariani (22,3%): Popolari, Patto dei Democratici e Federazione dei Verdi, con la sola esclusione della quarta lista, quella della Lega Nord.
A Venezia, sul piano delle politiche pubbliche, l’alleanza poggiava su un compromesso spesso mal digerito a sinistra: promozione del turismo e della funzione internazionale della città insulare; sostegno all’attività portuale; rinnovamento produttivo di Porto Marghera, insieme a politiche di welfare locale e al riconoscimento delle istanze giovanili (centri sociali, verdi ecc.). Ne derivava un circuito di consenso che legava in modo miracoloso due mondi distinti e distanti: il centro storico e la terraferma; i ceti «colti e competenti» e le classi popolari. Ad esempio, le occasioni di lavoro create dal turismo, in crescita a doppia cifra nel centro storico, insieme alle garanzie per le attività portuali e per Marghera,
alimentavano redditi sostenuti e benessere nelle aree residenziali di Mestre, Favaro, Chirignago, Zelarino e Marghera. E il centrosinistra appariva credibile perché veniva visto come il soggetto in grado di tenere insieme sviluppo e redistribuzione, impresa e lavoro, la Venezia elitaria delle grandi mostre e la terraferma dei redditi medio-bassi.
Le tensioni interne a questo compromesso si manifestarono dieci-quindici anni fa soprattutto nell’ala sinistra della coalizione: a fare da detonatore fu lo scandalo del Mose. Siccome sulle dighe mobili il giudizio è ancora oggi divisivo, una cappa di silenzio obbligato viene stesa sull’intera storia del centrosinistra al governo della città, tanto sui moltissimi aspetti positivi quanto sui pochi, eventuali elementi di criticità. Le conseguenze dirette delle indagini della magistratura su alcuni amministratori locali rafforzarono enormemente gli ambienti della sinistra radicale e dell’ambientalismo contrari all’espansione turistica, all’incremento delle attività portuali e a nuovi cicli di sviluppo economico a Marghera. Si aprì allora una frattura non compresa e mai più ricomposta. Finché il centro politico e sociale rimase incorporato nella coalizione, le tensioni erano governabili attraverso un’oculata scomposizione e una gestione amministrativa degli opposti interessi in campo. Quando la passerella di cristallo centrista andò in frantumi, la coalizione smise di parlare a una parte decisiva della città – almeno dal punto di vista elettorale – in particolare ai ceti popolari di terraferma.
2. Dal compromesso di governo alla rottura del 2015
La seconda candidatura di Casson è stata, sotto questo profilo, emblematica. La vittoria di Brugnaro nel 2015 non ha rappresentato un’improvvisa conversione ideologica della città, ma è stata, più semplicemente, la conseguenza della traumatica lacerazione del dispositivo che aveva consentito al centrosinistra di prevalere. Nel 2015 la candidatura Casson esprimeva un asse politico tutto spostato a sinistra e verso l’ambientalismo, cioè verso i settori più critici nei confronti del turismo, del porto e della continuità economica di Marghera. Non è casuale che lo stesso Casson fosse già stato sconfitto nel 2005, sulla medesima agenda, da un Cacciari sostenuto da una coalizione di fatto centrista e di centrodestra.

Di nuovo, lo scontro non riguardava le persone, ma il baricentro economico-sociale e programmatico della coalizione. Come pure andrebbe ricordato che l’attuale sindaco Venturini era stato eletto nel 2010, a soli 22 anni, nella lista dell’Udc, guarda caso all’interno della coalizione di centrosinistra di Orsoni. Oppure la vicinanza di Brugnaro a Renzi: «homo renzianus» lo definivano i giornali dell’epoca, ad esempio «Tempi» il 30 maggio 2015, il giorno prima del voto.
Da questo punto di vista è politicamente rivelatrice la recente presa di distanza della capogruppo Pd Giulia Albanese dal modello delle giunte Cacciari. Presentata come il congedo da una stagione ormai irripetibile, quella dichiarazione rischia di trasformare in un residuo del passato il meccanismo politico che ha consentito al centrosinistra di governare Venezia per anni e anni. Va ripetuto ancora una volta: il problema è l’alleanza fra sinistra e centro, fra amministrazione pubblica e forze produttive, fra cultura riformista e società moderata. Dopo il voto, Albanese ha riconosciuto che «qualcosa non ha funzionato nella capacità di leggere la società», ma poi ha affermato che «bisogna avere il coraggio di dirsi che stiamo ancora combattendo con il superamento del modello Cacciari, sia perché un pezzo anche della sinistra quel modello e i suoi epigoni continua a rinfacciarceli, sia perché purtroppo non siamo più riusciti ad avere un’elaborazione alta del modello Venezia dopo il fallimento di quella fase».
Il problema è tutto qui. Se una coalizione perde in terraferma, a Marghera e nell’elettorato mediano, non può rivendicare come rinnovamento l’abbandono della formula che per venticinque anni le aveva permesso di conquistare il municipio veneziano. Il punto critico non è una generica lode alle giunte Cacciari, ma una comprensione approfondita delle loro dinamiche politiche interne, per tradurle, magari in forma aggiornata, in una versione oggi potabile. Dichiarare quell’esperienza superata senza dare vita a qualcosa di diverso, ma altrettanto capace di attrarre voti, non è innovazione, ma soltanto l’inevitabile premessa della sconfitta, quantunque non prevista. In verità, andava riconosciuto che Brugnaro aveva occupato uno spazio politico lasciato libero al centro da una sinistra tramortita dalla vicenda Mose. La sua offerta politica combinava decisionismo, sviluppo, porto, industria, sicurezza e una lista civica personale capace di raccogliere elettori non disponibili a identificarsi stabilmente con i partiti del centrodestra. La vittoria del 2015 inaugurò così un nuovo modello di coalizione municipale: non la semplice somma di Lega, Forza Italia e destra, ma l’integrazione di quei partiti dentro una rete civica più larga, socialmente radicata e capace di presentarsi come amministrazione prima ancora che come schieramento politico. Il 2026 conferma la persistenza di questo schema di gioco anche dopo l’uscita di scena del suo ideatore. Venturini perde oltre diecimila voti rispetto a Brugnaro nel 2020, mentre Martella ne recupera più di settemila rispetto a Baretta; e tuttavia il candidato del centrodestra conserva la maggioranza assoluta al primo turno (vedi tab. 1). Il divario si restringe da 30.658 a 13.050 voti, ma resta sufficiente a chiudere la competizione senza ballottaggio. Qualcuno ha valutato positivamente questi numeri, ma si tratta di un effetto ottico dovuto al confronto tra due elezioni strutturalmente diverse, dal momento che in tutti i casi di ricandidatura dell’incumbent – tranne le eccezioni dovute a drammatici errori del sindaco uscente – l’esito è quasi scontato, perché alterato dall’enorme vantaggio derivante dall’inevitabile presenza continuativa del sindaco sulla scena pubblica durante i cinque anni di governo della città. Il centrosinistra migliora e tuttavia perde, ma non vi è contraddizione, visto che, per quanto appena detto, ha poco senso prendere come termine di confronto il 2020. Se la comparazione viene fatta con il 2015 o con il 2010, la musica cambia in modo drammatico. Rispetto al 2015 il centrodestra aumenta di circa 2.000 voti, mentre il centrosinistra ne perde circa 4.500, nonostante le inchieste giudiziarie abbattutesi sulla giunta Brugnaro e nonostante un candidato in apparenza non fortissimo. Ma è rispetto al 2010 che il confronto diventa sconcertante: il totale dei voti validi scende di 37.000 unità tra il 2010 e il 2026; di queste, appena 6.500 sono imputabili al centrodestra (-10,3%), mentre il centrosinistra subisce un vero e proprio tracollo, passando dai 75.403 voti ottenuti da Orsoni nel 2010 ai 43.294 raccolti da Martella nel 2026 (-32.109, pari al -42,6%). Nel 2010 il centrosinistra superava il centrodestra al primo turno di 12.570 voti; nel 2026 le parti si invertono e il centrodestra supera – sempre al primo turno – il centrosinistra di 13.050 voti. Se il calo dei votanti di centrosinistra fosse stato proporzionale a quello del centrodestra (-10,3%), nel 2026 Martella avrebbe dovuto aggiudicarsi la vittoria con un margine di circa 10.000 voti su Venturini. Mancano all’appello – qui sta l’arcano – almeno 20.000 voti.
3. L’illusione del 2026: il campo largo come maggioranza omogenea
Il centrosinistra ha affrontato le elezioni comunali del 2026 ampliando il perimetro coalizionale rispetto alle elezioni politiche del 2022, nella convinzione che ne sarebbe derivata un’espansione meccanica del proprio bacino elettorale. Non è stato così. La presenza di Pd, Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle, Rifondazione, riformisti e liste civiche ha composto una coalizione solo nominalmente larga, ma non poteva garantire un’automatica trasferibilità dei voti, specie in quella parte dell’elettorato abituata da molte tornate elettorali ad attraversare il confine fra centrodestra e centrosinistra nelle elezioni municipali, sulla base di una precisa valutazione degli interessi in gioco.


Un test significativo è offerto dall’analisi dei flussi elettorali tra le elezioni politiche del 2022 e le elezioni comunali del 2026. Si è scelta questa consultazione perché i voti validi sono molto simili: poco meno di 120.000 nel 2022, quasi 110.500 nel 2026. Inoltre, si è attribuito a tutte le sezioni lo stesso numero di elettori del 2022 (totale Venezia: 187.202), per neutralizzare il mancato scorporo, nelle elezioni comunali, dei residenti all’estero iscritti all’Aire: ben 17.807 al 31 dicembre 2025, pari a quasi il 9%. . Va ricordato, a questo proposito, che, al contrario di quanto accade nelle elezioni politiche, i residenti all’estero, se vogliono votare per il sindaco, devono tornare nel proprio comune. Siccome quasi nessuno lo fa, specie tra i residenti nei Paesi extraeuropei, la partecipazione elettorale reale, ovvero non inflazionata dagli iscritti all’Aire, può essere stimata in oltre il 61%, circa sei punti in più.
Come è noto, non si conoscono i comportamenti di voto individuali tra due elezioni, ma vi sono vari metodi per stimarli a partire dai risultati di tutte le sezioni elettorali di un comune (il più noto è il modello di Goodman). Per dare maggiore solidità alle stime si sono testati sei diversi modelli, per poi calcolare la media aritmetica dei risultati ottenuti. Anche così non vi può essere una certezza assoluta circa le evidenze empiriche raggiunte, ma quantomeno le tendenze di fondo dovrebbero essere affidabili. Ciò premesso, il quadro che ne risulta (tabb. 2 e 3) è coerente con la tesi proposta: quella di un’alleanza priva di un solido collante. I segmenti elettorali tradizionali risultano molto stabili: l’elettorato di centrodestra del 2022 confluisce quasi interamente su Venturini (96,4%); quello di centrosinistra «stretto», ovvero della coalizione presentatasi alle elezioni politiche del 2022, si concentra in larga misura su Martella (87,6%), anche se in misura inferiore di circa dieci punti percentuali. Non vota per il centrodestra; piuttosto, si disperde nei mille rivoli delle candidature minori. Il problema, a Venezia come forse su scala nazionale, riguarda la compatibilità tra il centro moderato (Azione-Italia Viva nel 2022) e il Movimento 5 Stelle. Solo il 25% circa degli elettori di Azione-Italia Viva vota Martella, il 13% va a Venturini e il 18-19% a Boldrin. Ben il 30% si astiene. Ancora più grave è la situazione nel caso del Movimento 5 Stelle, dove le stime medie dei sei modelli attribuiscono circa il 36% a Venturini, solo il 14% a Martella e il 45% all’astensione. Lo ripetiamo: i coefficienti di controllo variano molto nei diversi modelli e non autorizzano conclusioni perentorie. Sicure sono invece le dinamiche di fondo: il centrosinistra non è riuscito a evitare le defezioni degli elettori di centro e dei pentastellati, consentendo al centrodestra di capitalizzare, anche questa volta, la propria capacità di attraversare i bastioni tra i due fronti. Una capacità – lo ripetiamo – che costituiva il tratto distintivo delle amministrazioni Cacciari, Costa e Orsoni.
Cosa è mancato? È mancata, in primo luogo, una lista civica importante del candidato sindaco, in grado di funzionare da passerella per l’elettorato di centro e di centrodestra. La passerella è stata invece messa in campo dagli avversari, tanto che la lista «Venturini Sindaco» raccoglie ben 32.046 voti, il 30%, più del Pd, compensando ampiamente il forte arretramento dei partiti nazionali della coalizione. In
secondo luogo, Venturini ha evitato di nazionalizzare il voto, strategia che nelle elezioni degli ultimi due decenni infastidisce sempre di più gli elettori e che è stata accuratamente evitata sia da Tommasi a Verona nel 2022, sia da Possamai a Vicenza nel 2023.
Una terza fragilità è costituita dalla mancata attenzione alle preoccupazioni della terraferma, comprese quelle di una parte dell’elettorato di centrosinistra. La regolazione dell’overtourism, la critica al contributo d’accesso, le cautele sul porto e sull’industria sono apparse convincenti nel centro storico; in terraferma si sono tradotte nel timore di ciò che avrebbe fatto la sinistra al governo. Pochi ne parlavano in modo esplicito, ma quel programma veniva avvertito come una minaccia ai circuiti di lavoro e di reddito che connettono turismo, porto, Marghera e servizi. Il problema non era la sensatezza di ogni proposta in quanto tale, ma il significato politico complessivo attribuito a un eventuale governo municipale di centrosinistra: per una quota di elettori moderati (centristi) e popolari (5 Stelle), il timore che una coalizione con quel programma potesse bloccare o ridurre le attività che generano il benessere della terraferma ha pesato molto di più delle tradizionali appartenenze politiche. Il programma del centrosinistra conteneva proposte innovative su casa, servizi, affitti brevi, porto, sicurezza e diversificazione economica. Non era in alcun modo un programma vuoto; mancava, però, una gerarchia capace di rendere immediatamente visibile il compromesso fra sviluppo e regolazione e di distinguere la posizione del candidato sindaco da quella dei settori più ostili alle attività economiche strategiche.
Cosa si fa quando si è in disaccordo con la propria parte politica? Si tradisce, in silenzio, perché un po’ se ne prova vergogna. In gergo tecnico si chiama «bias di desiderabilità sociale» e spiega perché nessun intervistato, in un sondaggio, dichiari di tradire la moglie o di non pagare le tasse. C’è perfino un libro sull’argomento, tradotto in italiano nel 2002, dal titolo evocativo La spirale del silenzio. Da questo punto di vista, Venezia 2026 verrà ricordata come un esempio da manuale di questa trappola, al pari del clamoroso errore dei sondaggi sulla vittoria di Cacciari nelle elezioni regionali del 2000.
4. Una verifica territoriale: il voto della terraferma
La distribuzione territoriale del voto conferma quanto fin qui detto. Martella vince nel centro storico con 4.003 voti di margine; Venturini prevale nell’estuario di 2.616 voti e, soprattutto, nella terraferma di 14.437 voti. Poiché lo scarto complessivo è di 13.050 voti, la sconfitta è interamente da attribuire alla terraferma ed è soltanto attenuata dal vantaggio del centrosinistra nel centro storico.

Tabella n. 4: Scomposizione territoriale della differenza Venturini-Martella, 2026.
Tabella n. 5: Il voto ai candidati sindaco Venturini e Martella nelle sei municipalità.
Il dettaglio municipale esclude che il risultato dipenda da poche sezioni anomale. Il centrosinistra prevale soltanto a Venezia-Murano-Burano. Venturini vince al Lido, supera il 52% a MestreCarpenedo, il 57% a Chirignago-Zelarino, il 58% a Marghera e sfiora il 62% a Favaro. Marghera è il punto politicamente più grave: il luogo simbolo del rapporto fra sinistra, lavoro e industria consegna al candidato della continuità amministrativa un vantaggio di ventiquattro punti. Addirittura, a Favaro il vantaggio di Venturini supera i trentuno punti percentuali. Ancora una volta va ribadito che il voto dei ceti popolari non si colloca automaticamente a sinistra; il più delle volte si allinea alle preferenze degli elettori che afferiscono al centro economico-sociale-culturale, a causa delle maggiori garanzie offerte in termini di sicurezza e benessere. Questo voto popolare, non elitario, accetta però di buon grado di votare anche a sinistra, purché sia rassicurato circa le proprie principali preoccupazioni quotidiane. Le mappe sezionali confermano la frattura, anche se impediscono di ridurla a una contrapposizione elementare fra la «Venezia progressista» e la «terraferma reazionaria». Nella terraferm erenze rilevanti fra i diversi quartieri; in laguna convivono sezioni fortemente favorevoli al centrosinistra e aree di maggiore equilibrio tra le coalizioni. Tuttavia, la direzione generale è chiara: il centrodestra domina nella parte demograficamente decisiva della città e il centrosinistra non riesce a trasformare il vantaggio nel centro storico in una coalizione urbana maggioritaria. L’affluenza scende dal 62,2% del 2020 al 55,9% del 2026.
Siccome il Pd ottiene 26.444 voti nel 2026, una cifra pressoché identica a quella delle elezioni politiche del 2022 (26.447 voti), il problema non è lì, ma nel rattrappimento dell’area esterna al partito, cioè proprio in quello spazio politico nel quale avrebbe dovuto intervenire la capacità attrattiva di un’alleanza larga. La leadership conta nello stesso senso. Venturini, cresciuto a Marghera e assessore per undici anni, combina continuità amministrativa, radicamento in terraferma e ricambio generazionale. Martella possiede esperienza e conoscenza istituzionale, e non manca l’apprezzamento nei suoi confronti, visto che la differenza fra i voti al candidato e quelli alle liste è simile a quella di Venturini.



Come pure il problema non sta nei candidati davvero radicati nel territorio e portatori di preferenze, visto che la somma delle preferenze espresse è simile nelle due coalizioni (26.686 per il centrodestra; 23.986 per il centrosinistra), ma nella loro capacità di allargare i consensi oltre la cerchia ristretta delle rispettive simpatie. Va osservato, a questo proposito, che alla richiesta a gran voce del voto di preferenza non segue un’effettiva disponibilità a utilizzarlo. A Venezia sono state espresse complessivamente 54.127 preferenze su 110.416 voti validi; ipotizzando – per essere generosi – che un terzo degli elettori si sia avvalso dell’opzione per la doppia preferenza di genere, si può stimare in appena il 33% circa il tasso di utilizzo delle preferenze.

La difficoltà nasce altrove. Cacciari, Costa e Orsoni erano espressione di un milieu elitario,universitario e professionale della Venezia insulare, ma erano in grado di offrire garanzie di benessere e sicurezza ai ceti medio-bassi di terraferma, tanto da essere votati, a volte in forma plebiscitaria, in municipalità e in mondi a loro lontanissimi. Nel 2026, fuori dalla Venezia insulare, Martella vince soltanto in 10 sezioni su 189, di cui 4 al Lido e 6 nel centro di Mestre (vedi tab. 6). È evidente la rottura di un modello, senza che sia stato messo al suo posto qualcosa di analogo; esso ha finito per essere sostituito dal suo esatto contrario, vale a dire da candidati di periferia, non elitari, di centrodestra (Brugnaro, Venturini). Non disponiamo di dati certi. Ma un ulteriore elemento, segnalatoci da alcuni osservatori locali, è la frattura generazionale visibile nelle iniziative dei due candidati, con i giovani a destra e i vecchi a sinistra. È difficile dire quale sia il peso effettivo di questa variabile, ma sappiamo bene che il «tono» di una campagna elettorale si misura anche attraverso il grado della partecipazione giovanile.
Infine, come si è detto, l’aver nazionalizzato la campagna elettorale, facendo diventare Venezia una sorta di anteprima delle prossime elezioni politiche, con tutti i leader nazionali in campo, ha mobilitato l’elettorato più fidelizzato, ma ha spaventato moltissimi altri elettori in astratto disponibili a valutare il voto al centrosinistra. Da ultimo, le polemiche finali su immigrazione, sicurezza e moschea hanno favorito l’agenda del centrodestra; attribuire a esse l’intera responsabilità della sconfitta appare però, a chi scrive, soltanto una scorciatoia retorica. Certo, anche quelle controversie hanno contato, ma solo perché si inserivano in una competizione già strutturata in modo irreversibile.
5. Alcune conclusioni sul caso veneziano e sulle elezioni locali
La sconfitta del centrosinistra sembra avere cinque cause: 1) il centrosinistra non ha ricostruito il rapporto fra sinistra e centro politico, sociale, economico e culturale che aveva reso possibili le vittorie di Cacciari, Costa e Orsoni; 2) è mancata una solida passerella civica in grado di offrire agli elettori moderati un percorso autonomo dai partiti di riferimento; 3) una parte dell’elettorato legge la coalizione come troppo condizionata dai settori contrari all’overtourism, all’espansione portuale e allo sviluppo di Marghera, e ne teme gli effetti su sicurezza e benessere; 4) vi è un’asimmetria organizzativa per cui si rifiuta l’eredità del modello Cacciari-Costa-Orsoni, mentre il centrodestra trasferisce il vantaggio dell’incumbency da Brugnaro a Venturini attraverso reti municipali, candidati e preferenze, nonostante le vicende giudiziarie; 5) il centrosinistra interpreta fin troppo bene la città insulare, ma interpreta male i bisogni della terraferma, vale a dire del bacino elettorale decisivo.
La sconfitta del 2026 non dimostra che Venezia sia diventata irrevocabilmente una città di destra. Dimostra piuttosto che il centrodestra possiede oggi una coalizione municipale, mentre il centrosinistra possiede soltanto un perimetro partitico, teorico e astratto rispetto agli effettivi comportamenti di voto degli elettori. Questo perché non è stato capace di ricostruire un rapporto con i mondi moderati, produttivi e popolari che avevano sostenuto il lungo ciclo precedente, né di formulare un nuovo compromesso fra turismo e vivibilità, porto e ambiente, industria e sicurezza del lavoro, Venezia e terraferma. Senza questi passaggi, ogni allargamento resterà soltanto nominale.
Lo ripetiamo: strutturata la competizione così come si è andata strutturando, con ogni probabilità nessun altro candidato sarebbe riuscito a fare di meglio. Il nodo da sciogliere, infatti, non era il candidato, ma la necessità di mandare all’aria quel quadro competitivo attraverso un profondo riadattamento alle condizioni attuali degli schemi di gioco che avevano portato alla vittoria le coalizioni di Cacciari, Costa e Orsoni. Si è trattato di tre esperienze in parte simili, in parte molto diverse tra loro, ma tutte imperniate sulla proposta di un compromesso tra i «colti e competenti» del c entro storico e le mille sfaccettature del multiverso popolare che vive in terraferma. Tuttavia, a causa degli strascichi della vicenda Mose, su quei ventidue anni di governo della città sembrano essere caduti il silenzio e l’oblio: nessuno ne parla, nessuno ha il coraggio di raccontare le ragioni di quei successi, quasi sperando che tacerne possa rappresentare una strategia politica.
6. Infine: da Venezia a Roma, quali lezioni?
Si parla a nuora (Venezia) perché suocera (Roma) intenda. Il caso veneziano suggerisce di rovesciare la domanda con cui il centrosinistra si prepara alle prossime elezioni politiche: non soltanto quale coalizione possa superare il centrodestra, ma se convenga davvero presentarsi come coalizione quando la nuova legge attribuisce il premio solo a chi supera il 42% e, in caso contrario, riporta la distribuzione dei seggi a un criterio perfettamente proporzionale. La rilevazione Ipsos-Doxa pubblicata sul «Corriere della Sera» del 25 luglio offre, da questo punto di vista, una verifica quasi sperimentale. Quando gliintervistati scelgono i singoli partiti, Pd (20,1%), M5s (14,5%), Avs (6,3%), Italia Viva (2,3%) e +Europa (1,4%) sommano il 44,6%, senza contare il 3,1% di Azione; quando invece gli stessi partiti, esclusa Azione, vengono presentati come coalizione organica, il consenso scende al 42,7%, appena sette decimi sopra la soglia e comunque entro il margine di errore campionario dichiarato: almeno 1,9 punti perduti a causa delle difficoltà reciproche fra gli elettori del Pd e del M5s e del rifiuto, in una parte dell’area, della presenza di Renzi. La perdita è inferiore ai sette-otto punti registrati a Venezia, ma il meccanismo è identico: la somma dei bacini potenziali non coincide con il voto effettivo alla coalizione e, anzi, l’unità formale può far evaporare una parte del consenso che pretende di aggiungere. Si tenga anche presente che una campagna elettorale al fulmicotone può aumentare di molto la propensione ad abbandonare il campo largo – forse fino al 5-6% di voti in meno – in almeno tre direzioni: astensione, partiti minori non coalizzati, centrodestra. Proprio come è accaduto a Venezia.
Se questa è la situazione, una scelta basata sulla corsa separata di ogni partito, o quasi, non sarebbe necessariamente la confessione di una rottura, ma potrebbe diventare una strategia esplicita: ciascuno cerca di massimizzare i propri consensi facendo appello al «voto del cuore»; tutti dichiarano che l’obiettivo comune non è conquistare un premio artificiale, bensì impedire che qualsiasi coalizione superi il 42%, così che ogni voto torni a pesare in misura eguale nell’assegnazione proporzionale dei seggi. Il precedente più istruttivo resta quello del 7 giugno 1953. La legge n. 148 del 31 marzo 1953 attribuiva il 65% dei seggi della Camera al gruppo di liste apparentate che avesse superato la maggioranza assoluta dei voti validi. Dc, Psdi, Pli e Pri si presentarono collegate, ma si fermarono al 49,8% e mancarono l’obiettivo per circa 55.000 voti. Decisivo fu non soltanto il voto delle opposizioni di sinistra e di destra, ma anche i voti raccolti, ai margini dell’area governativa, da Unità
Popolare e Alleanza Democratica Nazionale, nate proprio per impedire che scattasse il premio e che ottennero circa 300.000 voti, pari all’1%. Il premio non venne assegnato e i seggi vennero distribuiti con il metodo proporzionale. Anche allora non esisteva una coalizione alternativa in grado di conquistare la maggioranza assoluta dei voti ma esisteva comunque un obiettivo negativo -esplicito e comprensibile: far fallire il premio- e quell’obiettivo fu raggiunto. La condizione, tuttavia, è molto stringente e rende l’operazione realmente avventurosa. Ipsos stima il
centrodestra tradizionale al 40,2% come coalizione, dunque sotto la soglia; ma con Futuro Nazionale di Vannacci salirebbe rispettivamente al 45,4%, conquistando il premio. Tuttavia una campagna elettorale incentrata sul pericolo Vannacci potrebbe spingere una parte significativa dell’elettorato moderato di centrodestra a votare i partiti di centro (Renzi e/o Calenda). La scelta delle liste separate perciò non è razionale soltanto se Vannacci corre autonomamente, ma anche nel caso di un suo ingresso a pieno titolo nel centrodestra. A patto che le forze di centrosinistra trasformino la separazione elettorale in coordinamento politico: patto di non aggressione, pochi impegni programmatici comuni e disponibilità dichiarata a costruire una maggioranza parlamentare dopo il voto. Non si tratterebbe, in altri termini, di scegliere tra unità e divisione, ma tra una coalizione preventiva che perde voti e un impegno per una alleanza successiva, provando prima di tutto a
conservare i propri voti. Tra il rischio di perdere voti nel tentativo di raggiungere la soglia in coalizione e tentare di cambiare lo schema di gioco puntando al non raggiungimento del 42% da parte del centrodestra, la seconda ipotesi merita almeno di essere discussa. E’ rischiosa? Certo. Ma l’alternativa è la sconfitta pressoché sicura del ‘campo largo’. Inoltre, non si tratta come viene detto di puntare al pareggio, ma di porporzionalizzare il voto per impedire cinque anni di governo di una coalizione più spostata a destra di sempre. Per funzionare una strategia di questo tipo va proposta apertamente, perché ciò che altrimenti apparirebbe come impotenza o litigiosità sia compreso dagli elettori per ciò che vuole essere: una campagna per disinnescare il premio, riportare la competizione sul terreno proporzionale e impedire ad una coalizione con poco più del 42% di ottenere la maggioranza assoluta di seggi, con l’aggravante di avere Vannacci come kingmaker.
da RIFORMISMO E SOLIDARIETA’
Immagine di copertina © Il Gazzettino



