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28 Agosto 2026Giudecca, laboratorio per una nuova politica della residenzialità veneziana
Vorrei partire da una considerazione che può sembrare quasi banale, ma che forse oggi a Venezia non lo è più.
Una città non è fatta soltanto dai suoi edifici, dai suoi monumenti e dalle sue attività economiche. Una città è fatta soprattutto dalle persone che la abitano. È quella che i Romani chiamavano civitas: la comunità degli abitanti, con le sue relazioni, i suoi servizi, le sue attività, le sue abitudini quotidiane.
E questa civitas, a Venezia, negli ultimi decenni si è progressivamente ritirata.
È rimasta l’urbs: una città straordinaria, bellissima, visitata da milioni di persone, ma nella quale la funzione residenziale è stata progressivamente sostituita da una funzione prevalentemente turistica.
Non credo sia necessario ripetere qui i numeri dell’overtourism veneziano. Sappiamo cosa è accaduto. Abbiamo visto diminuire i residenti. Abbiamo visto chiudere negozi e servizi di vicinato.
Abbiamo visto trasformarsi abitazioni destinate alle famiglie in alloggi destinati alla ricettività turistica.
Abbiamo visto aumentare i prezzi delle case e degli affitti fino a rendere sempre più difficile vivere in città anche per una parte significativa del ceto medio-E abbiamo visto prodursi una trasformazione forse ancora più profonda: la progressiva perdita della normalità della vita quotidiana.
Una città nella quale per comprare un paio di scarpe, una lampadina, un quaderno, un pezzo di carne o un farmaco bisogna sempre più spesso confrontarsi con un’economia pensata per il visitatore e non per il residente, rischia di diventare una città-museo. Ed è qui che vorrei introdurre la Giudecca.
La Giudecca non è un’isola separata dalla città. La Giudecca è Venezia.
È separata fisicamente dal Canale della Giudecca, ma non è separata dalla città.
Anzi, forse proprio quella separazione fisica ha contribuito, nel tempo, a conservare un equilibrio che in altre parti di Venezia è stato in gran parte perduto. Un equilibrio fragile, certamente.
Ma ancora esistente. Alla Giudecca la presenza dei residenti è ancora sufficientemente forte da sostenere una comunità. E questo si vede soprattutto nelle cose apparentemente più semplici. Ci sono ancora negozi e servizi destinati agli abitanti. C’è l’ufficio postale. C’è la macelleria. Ci sono le cartolerie. Ci sono le tabaccherie. Ci sono le farmacie. C’è il ferramenta. C’è il pescivendolo. Ci sono piccoli supermercati.
C’è il mercato di Sacca Fisola. Sono attività apparentemente normali. Ma oggi, a Venezia, la normalità è diventata un valore da difendere. Perché dietro ciascuna di queste attività non c’è soltanto un esercizio commerciale.
C’è una relazione. C’è un’abitudine. C’è un servizio. C’è un anziano che può fare la spesa senza attraversare la città. C’è una famiglia che può vivere sull’isola. C’è un bambino che incontra persone che conosce. C’è una comunità. La Giudecca ha una storia urbana particolare. Non dobbiamo dimenticare che la Giudecca è stata per molto tempo una parte produttiva della città. Cantieri, fabbriche, distillerie, molini e altre attività hanno costituito una parte importante della sua identità. Poi è arrivata una grande trasformazione urbana.
Negli anni Novanta, durante le amministrazioni Cacciari, la Giudecca è stata interessata da un importante processo di riqualificazione urbana e residenziale. Quella stagione ha prodotto risultati che oggi dovremmo avere il coraggio di analizzare senza pregiudizi. Perché una parte dell’equilibrio che ancora oggi osserviamo nasce anche da quelle scelte. A questo si aggiunge un altro elemento fondamentale: la forte presenza di edilizia residenziale pubblica.È probabilmente uno dei principali fattori che hanno consentito alla Giudecca di resistere meglio alla pressione immobiliare. L’edilizia pubblica, in questo caso, non è soltanto una politica sociale. È anche una politica urbana. Ha impedito che una parte significativa del patrimonio abitativo potesse essere completamente assorbita dalle dinamiche speculative. E oggi sta emergendo un’altra componente. Negli ultimi anni si è sviluppata una significativa presenza di giovani. Ci sono spazi dedicati alla formazione. Ci sono attività legate alle residenze artistiche. Ci sono nuovi spazi dell’Accademia di Belle Arti, che ha la propria sede alle Zattere, proprio di fronte alla Giudecca. Questi elementi possono diventare una straordinaria opportunità. Perché una città non si mantiene viva soltanto conservando gli abitanti che già ci sono. Si mantiene viva anche creando le condizioni perché nuovi abitanti possano arrivare e scegliere di restare. Ecco allora la mia proposta. La Giudecca come laboratorio della residenzialità veneziana
Non propongo di fare della Giudecca un nuovo polo turistico. Ne abbiamo già abbastanza.
Non propongo un nuovo piano di valorizzazione turistica. Propongo qualcosa di diverso: un Piano per la residenzialità della Giudecca. L’obiettivo dovrebbe essere molto semplice e verificabile: nei prossimi dieci anni la Giudecca non deve perdere residenti stabili. Deve aumentarli.
Questa dovrebbe essere la prima misura del successo di una politica urbana.
Non il numero dei visitatori. Non il numero dei posti letto. Non il valore degli immobili.
Il numero delle persone che abitano l’isola. Primo punto: la casa. La prima infrastruttura di una città è la casa. Per questo occorre creare una vera riserva residenziale della Giudecca. Ogni trasformazione di abitazioni residenziali in attività ricettive dovrebbe essere sottoposta a una valutazione specifica dell’impatto sulla residenzialità. E quando si perde patrimonio abitativo stabile, deve esserci una compensazione. Occorre inoltre:
- recuperare rapidamente gli alloggi pubblici vuoti;
- aumentare l’offerta di edilizia pubblica;
- sviluppare edilizia sociale e affitto a canone sostenibile;
• favorire l’accesso alla casa per giovani coppie e giovani lavoratori;
• destinare una parte degli interventi di rigenerazione a residenze permanenti;
• creare, dove possibile, residenze per studenti, ricercatori e operatori culturali.
La domanda fondamentale da porre a ogni nuovo intervento urbanistico non dovrebbe essere soltanto: “Quanto investe?” Dovrebbe essere: “Quanti residenti stabili produce?” Secondo punto: difendere il commercio di vicinato. Dobbiamo smettere di considerare il commercio di prossimità una semplice questione di mercato. Una farmacia, un alimentari, una ferramenta, una cartoleria, una macelleria sono infrastrutture urbane. Sono parte del welfare quotidiano di una comunità. Propongo quindi un Piano commerciale di prossimità della Giudecca, con:
. incentivi alle attività essenziali;
• riduzione della fiscalità locale per i servizi rivolti prevalentemente ai residenti;
• sostegno agli affitti commerciali delle attività strategiche;
• incentivi per le attività che oggi mancano;
• tutela dei locali commerciali dalla progressiva trasformazione in attività esclusivamente turistiche;
• sostegno al mercato di Sacca Fisola.
E proporrei anche una cosa molto concreta: una mappa dei servizi essenziali dell’isola.
Perché se domani chiude l’unico negozio che vende un determinato bene, non dobbiamo accorgercene quando ormai è troppo tardi.
Terzo punto: cultura e formazione come strumenti di residenzialità.
La presenza dell’Accademia di Belle Arti, delle attività formative e delle residenze artistiche rappresenta una grande opportunità. Ma dobbiamo evitare un errore. Non dobbiamo trasformare la cultura in un’altra forma di attrazione turistica. Dobbiamo utilizzare la cultura per creare popolazione stabile. La Giudecca potrebbe diventare un distretto nel quale siano collegati: formazione + produzione culturale + lavoro + abitazione.
Un giovane artista potrebbe venire alla Giudecca per studiare, avere una residenza, trovare uno spazio di lavoro e avere la possibilità di continuare a vivere sull’isola.
Lo stesso potrebbe avvenire per ricercatori, studenti, operatori culturali, professionisti delle industrie creative. Questo significa usare la cultura non come vetrina della città, ma come strumento per costruire futuro.
Quarto punto: una zona a prevalente funzione residenziale. Credo che sarebbe necessario sperimentare alla Giudecca una disciplina urbanistica specifica. Non un’isola chiusa al turismo. Ma un’isola nella quale sia stabilita una gerarchia delle funzioni:
- residenza;
- servizi;
- commercio di vicinato;
- artigianato e attività produttive compatibili;
- cultura e formazione;
- ricettività turistica.
Non il contrario. Il turismo deve essere compatibile con la città. Non deve essere la città a diventare compatibile con il turismo.
Quinto punto: gli interventi di rigenerazione urbana. La Giudecca offre anche una grande occasione per cambiare il concetto stesso di rigenerazione urbana. Perché recuperare un edificio non significa necessariamente rigenerare una città. Un edificio restaurato che diventa un albergo è recuperato. Un edificio trasformato in appartamenti destinati esclusivamente alla locazione turistica è recuperato. Ma non necessariamente è rigenerata la comunità. La vera rigenerazione dovrebbe essere misurata attraverso altri indicatori:
- più residenti;
- più giovani;
- più bambini;
- più abitazioni in affitto stabile;
- più servizi;
- più negozi di vicinato;
- più posti di lavoro;
- più attività culturali permanenti;
- meno abitazioni sottratte alla residenza.
Questi dovrebbero essere gli indicatori della rigenerazione urbana. Un caso concreto: Trevisan-Scalera.
Gli interventi di trasformazione delle aree Trevisan-Scalera possono rappresentare un’occasione importante.
Ma anche qui dobbiamo cambiare la domanda. Non dobbiamo limitarci a chiedere quanti metri quadrati saranno recuperati. Dobbiamo chiedere: quanti nuovi abitanti produrrà quell’intervento? Quante abitazioni saranno effettivamente destinate a residenti? Quante saranno accessibili a giovani e famiglie?
Quale sarà il rapporto tra residenza, ricettività, servizi, cultura, commercio e spazio pubblico?
Questa dovrebbe diventare la modalità con cui il Comune valuta ogni grande intervento di trasformazione urbana.
Un Osservatorio permanente sulla residenzialità. Propongo inoltre la costituzione di un Osservatorio della Giudecca. Un organismo semplice, pubblico, trasparente, che ogni anno renda disponibili alcuni indicatori fondamentali:
- residenti;
- età media;
- bambini e giovani;
- abitazioni occupate stabilmente;
- abitazioni vuote;
- abitazioni destinate alla locazione turistica;
- prezzi degli affitti;
- patrimonio pubblico disponibile;
- negozi di vicinato;
- servizi;
- studenti;
- posti di lavoro;
- attività culturali;
- presenze turistiche.
In questo modo potremmo finalmente misurare una politica urbana non attraverso le intenzioni, ma attraverso i risultati.
E qui arriviamo al turismo Non credo che la risposta possa essere semplicemente: meno turismo.
La questione è più complessa. La domanda dovrebbe essere: quale turismo è compatibile con una città abitata?
Il turismo può produrre ricchezza. Ma quando diventa la funzione dominante della città, comincia a consumare le condizioni che rendono quella città interessante. Il rischio è di arrivare al paradosso di una Venezia talmente turistica da distruggere progressivamente ciò che i turisti vengono a vedere. Per questo il turismo deve diventare una funzione della città. Non la città una funzione del turismo.
Il modello Giudecca. Ed è qui che ritorno alla metafora dalla quale sono partito. Abbiamo parlato dell’overtourism come di un’epidemia. La Venezia insulare ne è stata profondamente colpita. La Giudecca, per una serie di condizioni storiche, urbanistiche e sociali, sembra aver sviluppato una sorta di barriera. Non è guarita. Non è immune. È semplicemente riuscita a contenere meglio il fenomeno. E questa barriera è fatta di: residenza pubblica, comunità, servizi, commercio di vicinato, attività produttive, cultura, formazione e una certa distanza fisica dal cuore turistico della città.Questa è la cosa che dobbiamo proteggere. Ma dobbiamo fare anche qualcosa di più. Dobbiamo studiare perché ha funzionato. Perché se riusciamo a capire quali meccanismi hanno consentito alla Giudecca di conservare una comunità, possiamo provare a trasferirne alcuni anche in altre parti di Venezia. Non possiamo riportare indietro il tempo. Ma possiamo impedire che il futuro sia semplicemente la prosecuzione del processo che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. Una proposta politica. Io proporrei quindi al Comune di Venezia di assumere la Giudecca come progetto pilota di nuova politica urbana. Un vero: PIANO GIUDECCA 2035 con un obiettivo politico preciso: fare della Giudecca il primo quartiere veneziano nel quale la crescita della residenzialità diventi il principale indicatore della qualità delle politiche urbane. E con cinque obiettivi fondamentali:
- Difendere e aumentare le abitazioni destinate alla residenza stabile.
2. Difendere e rafforzare il commercio e i servizi di prossimità.
3. Utilizzare cultura, formazione e attività produttive per creare nuovi residenti e nuovi posti di lavoro.
4. Orientare la rigenerazione urbana verso la comunità e non esclusivamente verso la valorizzazione immobiliare.
5. Rendere il turismo compatibile con la residenza e non la residenza compatibile con il turismo.
E proporrei che il Piano fosse costruito insieme ai residenti, alle associazioni, agli operatori economici, alle istituzioni culturali, all’Accademia, agli enti pubblici proprietari di immobili e agli altri soggetti presenti nell’isola.
Non un piano calato dall’alto. Un progetto di comunità. Perché la Giudecca può interessare tutta Venezia
Infine, credo che dobbiamo evitare di considerare questo discorso come una rivendicazione della Giudecca.
La Giudecca non deve chiedere privilegi. Deve offrire un modello. Se riusciremo a dimostrare che è possibile conservare una comunità residente in una parte di Venezia sottoposta alla stessa pressione turistica, allora potremo utilizzare quell’esperienza anche altrove. E allora la Giudecca potrebbe assumere un significato che va molto oltre i suoi confini. Potrebbe diventare il luogo nel quale Venezia sperimenta una nuova idea di città. Una città nella quale il turismo c’è, ma non occupa tutto. Una città nella quale la cultura produce conoscenza e lavoro, ma non soltanto eventi. Una città nella quale il patrimonio pubblico produce abitazioni e servizi, non soltanto rendita. Una città nella quale il valore di un quartiere non viene misurato soltanto dal prezzo al metro quadrato. a dal numero di persone che riescono ancora a viverci. Perché, alla fine, il vero indicatore della salute di una città è molto semplice: se ci sono ancora persone che scelgono di viverci, allora quella città è viva. Se invece rimangono soltanto edifici, monumenti, attività economiche e visitatori, abbiamo conservato l’urbs. Ma abbiamo perso la civitas. La sfida della Giudecca è impedire che questo accada.
E, forse, dimostrare che Venezia può ancora scegliere un’altra strada.
Immagine di copertina @ DivertiViaggio



