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25 Gennaio 2026SerenDPT, la sfida di ripopolare Venezia: intervista a Luca Giuman
SerenDPT (Serenissima Development and Preservation trought Technology) nasce nel 2018 con un obiettivo tanto ambizioso quanto raro: contribuire al ripopolamento di Venezia. Non è uno slogan, ma una missione scritta nero su bianco nello statuto della società benefit fondata da Fabio Carrera che poi ha coinvolto Luca Giuman e Andrea Marcon. Una realtà che, nel cuore della città lagunare, prova a invertire una tendenza che da decenni sembra inarrestabile.
A raccontare questa esperienza è Luca Giuman, manager di lungo corso e oggi anima operativa del progetto insieme al professor Fabio Carrera.
Le tre leve per invertire lo spopolamento
Secondo gli studi di Carrera che è docente al Worcester Polytechnic Institute (WPI) ed ha un Phd al MIT di Boston, Venezia può tornare ad attrarre residenti solo intervenendo su tre fronti:
lavoro qualificato, accesso alla casa e un sistema di trasporti rapido ed efficace.
«Una giovane coppia difficilmente può permettersi di comprare casa a Venezia» spiega Giuman. «E se da molti punti della città in un’ora si arriva appena a Piazzale Roma, il raggio di ricerca di un lavoro si restringe drasticamente».
Startup e MIT: un ponte tra Venezia e il mondo
La prima leva, quella del lavoro, è il terreno su cui SerenDPT ha scelto di agire con maggiore continuità. Nel tempo il progetto ha sviluppato collaborazioni con reti accademiche internazionali, tra cui MITdesignX, attive a partire dal 2022.
«Nel corso degli anni abbiamo accompagnato numerosi progetti imprenditoriali» racconta Giuman. «Una parte di questi si è trasformata in imprese operative, con i primi riscontri in termini di fatturato e occupazione, un risultato significativo se confrontato con la fisiologica mortalità delle startup nelle fasi iniziali».
Per favorire l’insediamento in città, SerenDPT offre alle startup più promettenti un anno di ospitalità gratuita.
Un modello che si regge sul volontariato dei fondatori
Ma come si sostiene economicamente una struttura di questo tipo?
«Il progetto si fonda su un contributo diretto dei fondatori, che mettono a disposizione competenze e tempo» spiega Giuman. «Ognuno porta un apporto diverso e complementare: il network accademico internazionale, l’esperienza manageriale, la capacità di relazione istituzionale».
Le entrate arrivano da tre fonti:
- servizi logistici per università americane che inviano studenti in città;
- contributi per l’utilizzo di alcuni spazi;
- partecipazione a bandi europei di ricerca.
Queste risorse consentono di sostenere una struttura operativa essenziale e le spese di gestione.
Startup selezionate: Venezia come laboratorio
Le idee imprenditoriali non sono libere, ma devono rientrare in quattro aree strategiche per la città:
conservazione dei beni artistici, turismo sostenibile, ecosistema lagunare, soluzioni di smart city.
«L’obiettivo è mantenere una coerenza forte con il contesto urbano e ambientale veneziano» precisa Giuman.
Tra i progetti sviluppati figurano, ad esempio:
- Rehub una startup di Murano che ha brevettato un sistema per il riciclo del vetro di scarto delle vetrerie;
- Sea the Change, che integra la tutela degli ecosistemi marini nelle strategie di sostenibilità aziendale.
Perché Venezia non è diventata la “città dell’immateriale”
Nei primi anni Duemila si parlò molto della possibilità di trasformare Venezia in un hub dell’economia immateriale. Ma il progetto non decollò.
«Le grandi organizzazioni tendono a privilegiare contesti con collegamenti rapidi e infrastrutture facilmente accessibili» osserva Giuman. «Venezia, per sua natura, presenta complessità che richiedono modelli diversi».
Eppure, proprio la natura “immateriale” di molte attività innovative potrebbe essere la chiave.
«Quando ciò che veicoli sono idee e pensieri, non hai bisogno di grandi infrastrutture fisiche. Lo smart working e la ricerca possono trovare qui un terreno fertile».
Una sfida generazionale
Guardando al futuro, Giuman è lucido: «Se nei prossimi anni il Comune farà un nuovo bando, servirà un ricambio generazionale che abbia la forza di portare avanti il progetto. Io e Fabio non possiamo impegnarci per un traguardo a lunga scadenza: è una questione anagrafica. Ma se siamo arrivati fin qui è perché volevamo dimostrare che si può fare qualcosa per la città che ami, e che può anche sostenersi economicamente».
SerenDPT, insomma, non è solo un incubatore di startup: è un esperimento civico, un tentativo concreto di immaginare un futuro diverso per Venezia.
Università, casa e politiche pubbliche: le sfide ancora aperte
Nel percorso di SerenDPT, uno degli aspetti più complessi è stato il rapporto con le università del nostro territorio. Nonostante l’esperienza di Luca Giuman — per oltre dieci anni referente in Confindustria Padova per ricerca, università e startup — il dialogo con gli atenei non è stato semplice.
«Le nostre università preparano bene gli studenti, ma quando esci sei lontanissimo dal mondo del lavoro» osserva Giuman. «Manca il ponte che ti permette di atterrare nel mercato. Per questo abbiamo proposto a IUAV, Ca’ Foscari e all’Università di Padova un percorso complementare, non alternativo, con i docenti del MIT e con i nostri mentori, che vengono dal mondo dell’impresa».
Il modello di SerenDPT, infatti, combina la visione accademica dei professori del MIT con l’esperienza pratica di una mezza dozzina di imprenditori e manager che seguono gratuitamente le startup.
Secondo Giuman, il problema è strutturale: «Le università italiane sono abbastanza chiuse. Il loro rapporto con il mondo del lavoro spesso si traduce ad uno scambio economico utile per fare ricerca. La cosiddetta terza missione, il trasferimento tecnologico, resta in Italia meno sviluppata rispetto ad altri contesti, e richiede uno sforzo congiunto tra università e sistema produttivo».
Casa Peota: un modello per rendere la città accessibile ai giovani
Accanto al lavoro, SerenDPT aveva provato a intervenire anche sulla seconda leva del ripopolamento: l’accesso alla casa. Da qui nasce il progetto Casa Peota, ideato da Fabio Carrera.
«L’idea era semplice: usare parte della ricchezza generata dagli Airbnb per restituirla ai giovani veneziani» spiega Giuman. Si articolava su più livelli funzionali, con un equilibrio economico pensato per sostenere l’accesso all’abitare:
- uno per residenti, con formule di rent to buy;
- uno per studenti;
- uno per Airbnb, gestito in modo da sostenere economicamente gli altri due livelli.
«Non pensiamo che Venezia debba eliminare il turismo. Ma non può esserci un turismo che soffoca chi ci abita».
Il business plan di questo progetto era stato sviluppato con attenzione – con un ritorno sull’investimento stimato al 7-8% – ma non si sono create le condizioni per la sua attivazione su scala operativa.
Il rapporto con il Comune: un’occasione mancata
Il progetto Casa Peota, come altre proposte elaborate nel tempo, è stato presentato all’Amministrazione comunale, senza però arrivare a una fase di sperimentazione.
«Non sempre è semplice trasformare idee progettuali in politiche operative» racconta Giuman. «Serve una convergenza di visione e tempi che non dipende da un solo attore».
Gestire un edificio, tra burocrazia e paradossi
Oltre al lavoro con le startup, SerenDPT si trova a gestire anche il grande complesso edilizio dell’ex chiesa di san Cosma e Damiano – ottenuto tramite bando comunale – che un tempo era appartenuto alla Manifattura Herion che produceva maglieria di qualità e che il Comune di Venezia aveva acquisito dopo la chiusura della fabbrica e poi aveva finemente ristrutturato. Un compito tutt’altro che semplice.
«Di fatto faccio anche l’amministratore di condominio» racconta Giuman. «Raccolgo le spese, rispondo agli inquilini, gestisco problemi tecnici. Abbiamo impianti tecnologici e utenze uniche per tutti i servizi di tutto l’edificio».
La gestione quotidiana dell’edificio assegnato tramite bando comunale è solo uno dei tanti aspetti che rivelano la complessità del lavoro di SerenDPT.
Prospettive future: tra ricambio generazionale e limiti culturali
Guardando avanti, SerenDPT si trova davanti a un bivio. «Se il bando verrà rinnovato, valuteremo se proseguire. Ma il nostro obiettivo era anche favorire un ricambio generazionale, non solo per Venezia ma per SerenDPT stessa».
«Abbiamo tre giovani collaboratori — Gianluca, Aurora e Mihaela — tutti capaci e molto motivati.
Io sono del ’62: la mia generazione sognava di cambiare il mondo. Oggi nelle nuove generazioni vedo meno slancio, meno visione. E senza sogni grandi, non si cambia il tessuto economico di una città».
Secondo Giuman, questo è uno dei nodi più critici: «Per trasformare Venezia in una sorta di “Lagoon Valley” servono 20-25 anni. È un orizzonte che io e Fabio, per ragioni anagrafiche, non possiamo coprire. Servono persone tra i 30 e i 45 anni che abbiano voglia di incidere davvero».
Un tessuto economico sordo e un territorio poco appetibile per i talenti
“L’altra grande criticità riguarda la dinamicità del mondo del lavoro. Tutti dicono che mancano talenti, ma non si fa nulla per rendere il territorio appetibile.”
“Se vuoi attrarre giovani, non puoi offrire solo stipendi bassi e un ambiente poco dinamico. Lo dicono tutti gli istituti di ricerca accreditati.”
«Se i giovani vanno all’estero è perché non stiamo costruendo un territorio che li trattenga. Non basta dire “gli pago lo stipendio”. Le nuove generazioni hanno obiettivi diversi».
Università e imprese: le due alleanze che mancano
Per Giuman, le due condizioni indispensabili per far decollare un progetto come SerenDPT sono chiare:
stabilire un rapporto aperto e collaborativo con Università e contare su un tessuto economico lungimirante.
«Offriamo un percorso gratuito, con docenti del MIT ma abbiamo difficoltà ad aprire un canale stabile con chi dovrebbe essere il nostro alleato naturale».
Una conclusione sospesa
SerenDPT resta un laboratorio prezioso, un tentativo concreto di immaginare una Venezia diversa: più viva, più giovane, più innovativa. Ma il suo futuro dipende da fattori che vanno oltre la buona volontà dei fondatori.



