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Il 10 febbraio è stato il “Giorno del ricordo”: qui a Venezia, ma non solo, sono state numerose le manifestazioni promosse per non far cadere in un nuovo oblio la tragedia dell’esodo istriano-giuliano-dalmata a cavallo della fine della Seconda Guerra Mondiale.

A Roma, ci ha pensato lo stesso Presidente della Repubblica a stigmatizzare il lungo silenzio che ha avvolto quegli eventi. Oltre alla visione manichea capace di bollare come “fascisti” e basta i fuggitivi. Insomma, per farla breve, nelle giovani generazioni si sta facendo largo l’idea che a quel tempo i comunisti jugoslavi abbiano proceduto allo scientifico annientamento della comunità italiana, per secoli presente lungo la costa orientale adriatica.

In sostanza, si tende a iscrivere l’intera vicenda tra i drammi del “libro nero del comunismo”, parte dello scontro ideologico apertosi in modo drammatico al termine della guerra. Il tutto mentre la politica nazionale, fortemente influenzata dal PCI di Palmiro Togliatti, taceva per ragioni di vario opportunismo.

Una lettura, diciamolo subito, che niente ha a che sparire con la realtà storica. Cerchiamo di ripercorrere la vicenda alla ricerca di chiarezza.

Lo scontro tra comunità slave e latine risale addirittura alla prima metà del VII secolo, quando gli Avari dilagano fin sulla costa e nelle campagne spopolate cominciano a stanziarsi gli “schiavi” al loro seguito. I latini si trincerano nelle città principali. Alcune di queste sono abbandonate, vedi il caso di Salona, capitale dalmata e a un certo punto anche dell’Impero d’Occidente: Spalato, infatti, nasce all’interno del palazzo-mausoleo di Diocleziano trasformato in imprendibile fortezza.

Da questo momento inizia l’antagonismo città-campagne e latini-slavi. Continuerà senza fine. Con le città costiere in lotta per difendersi dai potentati dell’interno e pronte a cercare l’aiuto di chiunque in grado di fornirlo.

Venezia si espande da queste parti per proteggere le vitali rotte commerciali, sfruttando i varchi lasciati aperti dall’antagonismo città-campagne. Ed è utilizzando la medesima rivalità che sull’Adriatico si affaccia, tra XII e XV secolo, la grande potenza balcanica del momento: l’Ungheria. Sarà l’avversaria di Venezia per almeno tre secoli. Minacciosa al punto da riuscire a impadronirsi in diverse riprese dell’intera linea di costa con le essenziali basi navali.

Fino al XV secolo il problema demografico si presenta in termini abbastanza semplici. Le campagne sono popolate da vari gruppi di slavi, croati ma non solo, le città da latini la cui lingua corrente ha subito svariate trasformazioni, diventando l’italiano medievale parlato da queste parti.

Tra il 15 giugno 1389 e il 20 ottobre 1448, però, le due battaglie di Kosovo Poljie cambiano in modo radicale la situazione. I trionfi ottomani, infatti, portano alla conquista da parte dei sultani di buona parte dei Balcani. In particolare delle zone subito a ridosso della costa dalmata. Il 29 agosto 1526, poi, la prima battaglia di Mohacs produce la conquista turca di quasi tutta l’Ungheria.

È a partire da questo arco cronologico che si assiste a successivi movimenti migratori di popolazione, dall’interno verso la costa. Ovviamente slavo il primo e latina la seconda. Le città “italiane” vivono una condizione sempre più precaria e, in virtù anche delle sconfitte veneziane contro i turchi, riducono i territori controllati e le loro stesse dimensioni. In sostanza, assistiamo al loro spopolamento.

Alla metà del Seicento, la presenza latina è ormai residuale. Sembra destinato a scomparire anche il dominio veneziano, ristretto alle sole città di Zara, Sebenico, Spalato e poco altro. In Istria le cose vanno un po’ meglio, ma centri come Pola sono borghi abitati da un esiguo numero di “resistenti”.

A cambiare le cose ci pensa un geniale stratega e lungimirante uomo di stato, il provveditore generale di Dalmazia e Albania Leonardo “Lunardo” Foscolo: nella prima fase della Guerra di Candia, in particolare tra gli anni 1645-49, grazie a una serie di strepitose vittorie ricostruisce il dominio veneziano, allargandolo fino al displuviale della Alpi Bebie, là dove non era mai stato.

Come ci riesce? Grazie alla sua abilità personale, tattico-strategica e politica, ai superiori moschetti della fanteria professionale europea, italiana e tedesca in pari misura, e all’alleanza politico-militare con le popolazioni slave, i celebri morlacchi chiamati anche schiavoni.

Il patto sottoscritto con i capi morlacchi è semplice: collaborazione militare in cambio di terra. Funzionerà benissimo. Porterà grandi frutti sul campo e ai maggiori trionfi per il leone marciano ma… il suo principale difetto è di “importare” ulteriori aliquote di genti parlanti lingue slave. Foscolo non aveva scelta e ha fatto benissimo, sia ben chiaro, però il lascito di lungo periodo della sua opera è stato il definitivo sorpasso numerico degli slavi sugli italiani. Irreversibile.

Tralasciamo la parentesi francese del Regno Italico, perché di poca influenza, e passiamo direttamente al dominio austriaco. Perché qua s’inserisce un altro aspetto del problema. Gli imperiali di Vienna, infatti, tornano a giocare gli uni contro gli altri italiani e slavi. Lo faranno a lungo, mettendo ancora città, italiane, contro campagne, slave. In buona sostanza, però, tendendo a favorire l’elemento slavo ritenuto a ragione più fedele.

L’equilibrio un po’ incerto, spezzato nel 1848 e nel 1859 dalle prime due Guerre d’Indipendenza italiane, ha un termine drammatico: il consiglio della corona del 12 novembre 1866. Qui, per disposizione personale di Francesco Giuseppe d’Asburgo, si decide di procedere «nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno».

Tradotto: gli infidi italiani vanno sradicati, snazionalizzati, privati della loro identità. Meglio se vanno via, comunque ci si accontenta della loro assimilazione in altri gruppi etnici.

Dopo tre guerre nello spazio di diciotto anni, di cui due perse in modo catastrofico, l’espulsione dalla Penisola e profonde crepe aperte da questi conflitti nel corpo vivo dell’Impero, non è una reazione incomprensibile. Comunque, la persecuzione organizzata dell’elemento italiano sulla costa orientale adriatica acquista vigore e sistematicità proprio in questo periodo.

Non si è più, insomma, in presenza di un “confronto” cioè della dialettica tradizionale, a volte dura, tra città e campagne popolate da gruppi diversi. Adesso, per la prima volta, viene avviata una politica di eliminazione dell’etnia indesiderata. L’italiana.

Tale approccio continua, pur con tutti gli alti e bassi del caso, fino alla dissoluzione della neonata Austria-Ungheria. Dopo è storia recente. Il regno di Jugoslavia continua nella persecuzione anti-italiana, basti pensare alla “notte dei Leoni” del dicembre 1932 con la distruzione dei leoni di San Marco da parte di nazionalisti panslavisti a Traù, prodromo di tante altre derive a sfondo etnico-religioso di epoca successiva.

Al resto penserà la Seconda Guerra Mondiale, combattuta da queste parti con formidabile ferocia e incredibili frammentazioni etnico-politico-religiose. Non si contano gli episodi di gratuita violenza a danno di tutti e perpetrati da chiunque. Gli eccidi di italiani non sono certo gli unici: il massacro di Bleiburg ne rappresenta l’esempio perfetto. Una cifra impossibile da determinare, 35/60.000 circa, tra ustascia, domobranci, soldati regolari con cetnici, cosacchi, civili e famiglie al completo vengono sterminati nel maggio 1945 grazie alla connivenza inglese.

Si trattava di “fascisti” e “nazisti” macchiatisi di crimini? Ce ne saranno stati di sicuro, così come in mezzo sono finiti chissà quanti innocenti. Per lo più croati e sloveni ma anche, come detto, cosacchi e cetnici, cioè serbi.

Avviene lo stesso nei territori tedeschi annessi da polacchi e russi, ma anche in quelli già romeni e ungheresi: dalla Pomerania alla Slesia, dalla Livonia alla Prussia, dalla Transilvania al Balaton sarà una teoria senza fine di eccidi, stupri e via dicendo. Adesso lo sappiamo. Solo adesso?

No, non solo adesso. In verità in molti hanno raccontato e descritto con ampiezza, anche allora quando tutto stava avvenendo. È falso che non si sapesse. Come è falso affermare si sia trattato di odio ideologico: definire “fascisti” o “nazisti” le vittime serviva solo a coprire la realtà. Quella di una pulizia etnica portata a fondo per cambiare i connotati culturali di intere regioni. Per evitare che, domani, gli elementi “alloglotti” potessero complottare contro il nuovo ordine. Cioè per le stesse identiche ragioni addotte dall’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo nel consiglio della corona del 12 novembre 1866.

Perché mai in Italia, allora, si preferì tacere? Per colpa del PCI di Palmiro Togliatti? Fosse stata questa la ragione, si sarebbe trattato al contrario di un formidabile argomento in più da lanciare contro i “comunisti”: niente di meglio per i loro avversari.

È evidente, il motivo fu un altro e per la precisione si trattò di uno “scambio”: perché nelle segrete stanze del nostro potere esisteva fino a ieri un armadio, chiamato non a caso “della vergogna”. Lì dentro si trovavano le prove che inchiodavano i nostri vertici militari per le stragi compiute durante la guerra. Le quali non furono poche e neppure limitate.

Lo “scambio”, allora, fu silenzio su quanto avveniva ai civili abbandonati laggiù per non dover consegnare i generali  per un processo. Meglio far passare per “fascisti” gli infoibati e i fuggitivi che correre il rischio di portare sulla forca, per esempio, il celebre generale di corpo d’armata Mario Robotti. «Galli, [Capo di Stato Maggiore ndr] chiarire bene il trattamento dei sospetti, perché mi pare che su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio è un po’ troppo. Cosa dicono le norme della 3C e quelle successive? Conclusione: SI AMMAZZA TROPPO POCO!»

Si sapeva tutto, nulla escluso, già al tempo. La politica, però, fece la sua scelta: gli istro-giuliano-dalmati non interessavano, contava salvare le stellette riciclatesi con strepitosa rapidità, vedi l’incredibile caso del generale Mario Roatta. E sulle foibe e il resto si preferì tacere.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.