By

“E’ il nostro paese, giusto o sbagliato”, suona più o meno così la frase divenuta celebre “our country, right or wrong”, attribuita a Stephen Decatur, ufficiale della marina statunitense del XIX secolo. E io vorrei che più di ogni altra cosa contingente fosse questa la ragione principale per cui votare il 26 maggio i candidati che difendono l’ancora fragile costituzione dell’Europa.

Vedo che chi sta organizzando dibattiti e attività di propaganda a favore dei partiti europeisti sta cercando di mettere in campo tutte le ragioni pratiche e di convenienza a favore dell’unità europea. E’ comprensibile perché far riflettere su cosa già l’Europa in termini politici ha dato, ed è molto, per esempio, ma non solo, nel campo della promozione sociale e dei diritti ha una sua valenza non secondaria. Lo stesso dicasi per quel che può ancora dare di meglio un’Unione Europea riformata e altrettanto per il peggio che può prospettare un’uscita con i disastri che stanno già incombendo sulla Gran Bretagna. Tutto giusto

Tuttavia, per tornare alla citata frase iniziale, deve essere messa avanti anche e soprattutto la ragione principale, che è quella identitaria, quella che fa risalire la giustezza dell’unità europea al fatto che l’Europa è, e in ogni caso deve essere, la casa comune di una cultura unitaria già costituita e semmai da rafforzare ancora dall’Atlantico a Capo Nord e dall’Atlantico al Mar Nero. A prescindere dal bilancio vantaggi-svantaggi. Quando una coppia vuol mettere su casa colloca gli svantaggi economici possibili di tale scelta, se ci sono, in secondo piano perché quella casa, giusta o sbagliata, è il loro nuovo paese di vita e la vogliono metter su comunque. O no? E la volontà di tenerci e di rafforzare la casa comune europea, perché è la nostra casa identitaria, deve avere la precedenza e che poi venga il resto e meglio ancora se è conveniente.

L’Unità europea avviata nel dopoguerra non ha fatto altro che rendere giustizia a un processo comune dei popoli europei che ha tremila anni di vita. E i fenomeni storici unitari in tremila anni non si contano, alcuni attraverso la geopolitica, altri per influenza e contaminazione culturale e sociale altri ancora per l’uno e l’altro e nominarli per ricordarli offenderebbe il lettore, perché troppo noti.

Abbiamo in Europa una pasta comune e questo non sta a significare chiusura identitaria, perché a sua volta l’etnia europea è frutto di migrazioni dall’esterno a cominciare dalla prima migrazione che li ha portati ad ovest dal Caucaso, ed è frutto di meticciato interno tra le varie componenti. In più la cultura europea ha costituito un modello per le democrazie di tutto il mondo che si fondano sullo Stato di Diritto. Anche questa è apertura. Certo c’è anche una comune storia in Europa fatta di tragedie, di massacri e di genocidi nel novecento. Ed è una storia comune con il resto del mondo che l’ha subita alla pari. Ma l’Unione Europea non è sorta per un riscatto collettivo dalle abominevoli vicende della seconda guerra mondiale?

Ricordo la prima volta che ho varcato in automobile la frontiera tra Italia ed Austria priva finalmente, per l’applicazione del trattato di Schengen, dei consueti controlli doganali e polizieschi. Poteva essere il ’98 o il ’99 e l’emozione per me era stata davvero tanta. Anche perché era il luogo, quella frontiera, attraversato molte volte con code e attese, per andare in gita in Austria a Lienz, una frontiera che i miei amici ‘fungaroli’ in modo analogo attraversavano per andare a funghi, di cui i boschi attorno alla valle della Drava sono ricchi. Oppure la si attraversava semplicemente per il rifornimento di benzina in Austria, lì meno caro che in Italia. E la sensazione di sentirsi ospiti intimidiva ed era palpabile proprio per quel doppio passaggio tra occhiute guardie. E non alleviava la sensazione il fatto che negli ultimi anni ti facevano passare velocemente con un benevolo e tollerante, ma paternalistico, gesto del braccio. Transitare da una certa data in poi in modo disinvolto la frontiera segnalata dal semplice cartello ‘Osterreich’ mi faceva all’improvviso sentire veramente nella stessa casa, anche se rimanevano in piedi minacciose le strutture e le guardiole per i gendarmi.

Il successivo momento emozionante riguardava l’Euro pochi anni dopo, già nei primi 2000. Dal treno sbarcavo alla Wien Hauptbahnhof, la Stazione ferroviaria di Vienna, con una comitiva scolastica che, senza grande entusiasmo, accompagnavo in ‘viaggio d’istruzione’ nella capitale austriaca. Appena fuori ecco una gelateria e l’acquisto insieme agli allievi del cono gelato, pagandolo in euro, così semplicemente con facilità , tirando fuori le monetine dalla tasca. Non me l’ero preparata questa scena e la soddisfazione era stata doppia.

Ci si chiederà il perché di questa mia soddisfazione emozionata per cosucce in fondo irrilevanti.

Ed è presto detto. Il pensiero galoppa e può permettersi costruzioni anche ai limiti dell’assurdo e con questa disinvoltura ho sempre fantasticato di una mia geopolitica tutta personale per la quale gli Stati, se proprio ancora necessari, dovrebbero nel pianeta quantomeno ridursi di numero e corrispondere ad aree macroregionali omogenee. Per esempio se non ci fossero ostacoli politico economici, nella mia fantasia tutto il mondo arabo dal Marocco fino all’Iraq avrebbe potuto essere uno stato unico e la stessa cosa per l’America Latina ispanica, andando ad omologarsi con Stati storici di queste stesse grandi dimensioni che senza scandalo esistono enormi ed omogenei da secoli come gli Stati Uniti, la Cina, la Russia. E’ chiaro che uno Stato Unico arabo unito me lo immaginavo democratico secondo il modello europeo che dopo la decolinizzazione andava prendendo piede anche da quelle parti; e non in mano all’Isis che ha più o meno la stessa ambizione minacciosamente unitaria e che però ai tempi delle mie fantasticazioni giovanili non esisteva proprio. Sia come sia fantasticavo con maggiore contezza degli Stati Uniti d’Europa di cui si parlava già cinquant’anni anni fa sulla scia delle intuizioni profetiche di un padre dell’Europa come Altiero Spinelli. Per ciò avere in testa uno stato federale di nome Europa era un po’ meno assurdo e, per quanto anch’esso ai limiti dell’utopia, con qualche base concreta. Ed ecco che vedermi davanti tutti insieme simboli in negativo crollare, le frontiere, e simboli in positivo affermarsi come una identica monetina in tasca a trecento milioni di europei per me significava un mattone di una costruzione che ho sempre – si può dire? –  sognato. Un mattone che andava ad aggiungersi a quello politicamente rilevante, ma troppo formale e distaccato, come il Parlamento di Strasburgo.

La considerazione finale può riguardare l’autoreferenzialità di un pensiero del genere. Mi si può chiedere a bruciapelo perché mai un mio sentire, quello identitario europeo, debba essere per forza un valore assoluto. Dove sta il suo fondamento visto che vuoi porre tale sentimento come caposaldo delle ragioni oggettive a favore dell’Europa? La domanda imbarazza e posso rispondere solo con una serie di passaggi logici. E’ in discussione che l’Europa abbia oggettivamente matrici culturali comuni che la distinguono dal resto del mondo? A me pare di no, pur con tutte le eccezioni che si possono fare. Mi si dirà che però questa delle matrici comuni interessa il passato e in più che gli elementi culturali identitari sono sempre frutto di sensibilità diverse e di interpretazioni, e questo è vero visto che un terzo almeno degli europei coltiva un sentimento del tutto opposto. Veniamo allora al presente e in questo caso il presente rafforza il passato. Nel presente l’Europa è di fatto un sistema sociale ed economico del tutto integrato, nella mobilità delle persone, negli scambi di beni e merci, persino, come eredità delle migrazioni interne, nelle costituzioini dei nuclei familiari. Ed è peraltro un sistema integrato ben individuato anche dal punto di vista geografico, questo in verità da sempre. Ed è proprio in virtù del passato e della sua identità culturale che si è formato un sistema integrato, la qual cosa ridà significato fondativo agli elementi identitari del passato. E la forma Stato si applica proprio ai sistemi integrati che determinano una sola comunità di donne e di uomini. Gli stati nazionali sono anacronismi anche da questo punto di vista e non solo per ragioni meramente economiche.

La comunità europea deve essere dunque prima di tutto un’esempio di inclusione al di là ed oltre gli ostacoli che una simile costruzione comporta. In un mondo diviso un processo inclusivo può innescare un meccanismo virtuoso a tutte le scale in cui invece le divisioni ci propongono una dimensione localistica ed egoistica. Alla scala planetaria, me nel nostro piccolo anche alla scala dello Stato italiano e persino alla scala degli enti locali.

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.