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L’ultima testimone, edito da Garzanti, prima prova di narrativa di Cristina Gregorin (già saggista colta e curiosa) è un cold case. Una vera e propria indagine simil-poliziesca su fatti e misfatti avvenuti molti decenni prima. Con la gustosa particolarità che i fatti che rivanga si situano in due livelli temporali, a loro volta distanti tra loro più di trent’anni.

Ma non aspettatevi un poliziesco.. tutt’altro genere. L’indagine è un pretesto per tratteggiare un affresco di luoghi (Trieste e l’Istria) e di un momento storico preciso (la fine della seconda guerra mondiale) che poco spazio hanno avuto nella storiografia e nell’immaginario collettivo del nostro Paese (anzi per decenni sono state vicende sepolte da una specie di damnatio memoriae). E ci riesce senza alcuna pedante inserzione didascalica, senza note a margine, solo tramite la forza della vicenda narrata e del faticoso dispiegamento dei ricordi dei testimoni dell’epoca.

Ma andiamo per ordine. In punto di morte un vecchissimo reduce della seconda guerra mondiale lascia al nipote Mirko una missione “Avevo un amico, tanti anni fa. Era come un fratello. Si è suicidato nel 1976. (…) L’unica che può conoscere la verità sulla sua morte è Francesca Molin, se ancora lo ricorda, era solo una bambina”.

L’autrice, Cristina Gregorin
© Nikolaus Haeusgen

Da qui, si dispiega la lenta, complicata ricostruzione delle vicende di quegli anni lontani e di altre più recenti che coinvolgono la protagonista Francesca, nipote essa stessa di una testimone chiave (la nonna Alba), che alla fine rivive l’epilogo tragico del 1976.

Ricostruzione condotta attraverso protagonisti a cui l’autrice non ammicca, che non fa nulla per rendere gradevoli; poco empatico Mirko, fredda Francesca: puntuta, spigolosa, perfino antipatica, rinchiusa in un volontario stato di atarassia dei sentimenti (che pure, molto lentamente, si sgretola). Fredda Trieste, sferzata dalla bora impietosa, eppure si intuisce città amatissima dall’autrice (triestina trasferitasi a Venezia da circa trent’anni). E forse proprio grazie a questo rigore, a questo meccanismo di sottrazione, a Cristina riesce il piccolo capolavoro di proiettare il lettore in un’epoca poco raccontata dalla storia, perché eccentrica rispetto alla narrazione “eroica” prevalente della Resistenza e perché legata a un solo luogo specifico e sostanzialmente periferico e forse per altri motivi inconfessabili (si legga l’ottimo Federico Moro http://www.luminosigiorni.it/2018/02/foibe-tragedia-dimenticata/). Lo dice in un passaggio rivelatore il libro: Trieste era ”il Porto” per l’impero austro-ungarico, per l’Italia è solo un piccolo sbocco sul mare irrilevante in un Paese con km e km di costa. Insomma un unicum storico e geografico per la storia d’Italia. Basti pensare che in pochi km quadrati coesistono l’unico campo di concentramento nazista in Italia e le foibe. Purtroppo per nulla affatto unico nella storia del pianeta (e meno che meno del nostro Continente). Perché troppo spesso, anche in tempi recenti (la stessa dissoluzione della Yugoslavia) si sono verificati incroci orrendi di feroci fazioni contrapposte. E dove l’esito quasi necessitato è la perdita generalizzata della pietas, la negazione dei diritti naturali, il macero della solidarietà umana. Nella fattispecie – tra titini, nazisti, partigiani comunisti e non, fascisti regolari e fascisti in fuga – non è facile mantenere un orientamento morale, una bussola valoriale. Quanto questo abbia inferto ferite non cicatrizzabili nella città e la regione circostante è cosa difficile da immaginare. Credo a questo proposito che le parole della stessa autrice siano magnificamente significative. Riporto qui quanto la stessa Cristina mi ha cortesemente voluto testimoniare:

I punti che personalmente mi hanno coinvolto di più sono stati: 

– gli strascichi a lungo termine di una mancata giustizia. I protagonisti del libro sono ragazzi sconvolti dalla guerra che non erano in condizione di discernere torti e ragioni in modo chiaro e questo ha condizionato tutta la loro esistenza. A Trieste, molti giovani dell’epoca hanno portato un tale fardello

– come una generazione possa ereditare il dolore di quella che l’ha preceduta e farsene testimone (o staffetta) ma essendo priva di riferimenti e di un sentimento collettivo che inevitabilmente si disperde. Questo genera inquietudine, tanto più insidiosa proprio perché inconsapevole 

– come un territorio possa ancora portare i segni di una lacerazione. Va detto che per fortuna le cose sono migliorate da quando la Slovenia è diventata indipendente e i confini alle spalle di Trieste sono diventati più morbidi, ma c’è ancora in città un rancore verso il mancato risarcimento morale dopo la guerra che per gli altri italiani è, mi rendo conto, incomprensibile 

Francamente, meglio non si sarebbe potuto dire.

Mi fermo qui, per non cedere alla tentazione di rivelare altri particolari e rovinare la sorpresa ai possibili lettori. Che il libro meriterebbe davvero siano numerosi.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.