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Le guerre in tempo di pace.

Bandire la guerra dalla storia è un vecchio sogno che assomiglia tanto a un’illusione o ad una prospettiva utopica. Al tempo stesso sembra che la storia dell’umanità sia stata solo una storia di guerre e che la guerra sia un elemento ineludibile della condizione umana. Ogni trasformazione nel tempo e nello spazio è stata determinata dalle guerre. Per millenni è sembrata l’unica arma per la risoluzione delle controversie internazionali. E’ il concetto di homo homini lupus, esteso alle nazioni: così come l’egoismo individuale si scontra con gli egoismi dell’altro, così l’interesse nazionale si scontra con gli interessi delle altre nazioni, la libertà del mio popolo finisce dove inizia la tua. Unica soluzione allo scontro degli egoismi e degli interessi che confliggono: la guerra. E’ un atto di forza, di violenza che ha la caratteristica di essere voluta dallo stato., che legittima l’omicidio e anzi che premia come eroi chi più uccide. “E’ la politica che ha creato la guerra”. Ma soprattutto la guerra è la momentanea sospensione della politica: subentra quando le armi della politica e della diplomazia sono spuntate. Carl von Clausewitz, nel suo libro Della guerra, compie un’analisi del fenomeno guerra, sua la famosa espressione: «La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi» e «La guerra è un atto di forza che ha lo scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà». Nasce, quindi, dalla volontà di potenza, dal bisogno di affermare sé stessi attraverso l’annientamento dell’altro.

La guerra spesso si manifesta insieme a un periodo di sospensione dello Stato di diritto nel quale il diritto e la giustizia militare si sostituiscono a tutte le altre fonti della giurisprudenza. Ogni guerra in passato ha sempre seguito un preciso modello e procedure piuttosto codificate. E’ sempre stata preceduta da un periodo di crisi, dal fallimento dell’attività diplomatica di tutta la comunità internazionale per evitare il conflitto, l’avvio è sempre stato determinato dal cosiddetto casus belli che porta ad una dichiarazione di guerra  che dà inizio alle operazioni di guerra che poi si concludono con un armistizio o una pace. Tutte considerate guerre regolate, frutto di un tentativo di inquadrare entro norme e regole le guerre e di limitarne gli effetti sia sulle strutture e sulla popolazione.

Tutto il ‘900 ha conosciuto carneficine, devastazioni, distruzioni, perpetrate con una ferocia inaudita e conta un numero di vittime di guerra superiore a quello di tutte le guerre combattute dal primo secolo fino al 1899. Non c’è alcun dubbio sul fatto che gli anni dal 1914 al 1945, trentennio chiamato da alcuni storici la guerra dei 30 anni, siano stati dominati da uno stato perenne di guerra tanto che si è parlato anche di guerra totale, dichiarata non solo contro gli eserciti ma contro l’economia, le infrastrutture e la popolazione civile di intere nazioni. La prima guerra mondiale è stata devastante per il numero di morti e l’imponente schieramento di uomini e di mezzi di soldati schierati e addirittura, nella seconda guerra si calcola che siano morte 54 milioni di persone.

Il secolo che ci sta alle spalle appare, quindi, uno dei più cruenti della storia: non tanto secolo breve come è stato definito, ma lungo, anzi lunghissimo.

Fino alla seconda guerra erano regolate da numerose convenzioni, che nel loro insieme costituiscono il diritto bellico e regolamentano il comportamento in guerra. Le più importanti sono le Convenzioni dell’Aja del 1899 e del 1907. Le più importanti ed attuali convenzioni di diritto umanitario sono le Convenzioni di Ginevra del 1949, due del 1977 ed uno del 2005. Le Convenzioni di Ginevra proteggono in primo luogo i civili e i prigionieri o rifugiati. Chi si trova in balìa della violenza di una delle parti in conflitto ha sempre il diritto al rispetto della sua vita e della sua incolumità fisica e psichica. Perchè la guerra – lo sappiamo – non si limita a provocare rotture e distruzioni soltanto materiali: essa lascia ferite psicologiche talmente profonde da risultare talvolta insanabili. La guerra, dice Wiesel “spezza i rapporti tra gli esseri, li allontana gli uni dagli altri e, sottoponendoli alla pressione della sua persistente violenza, li costringe a disfare anche i loro giuramenti”.

COSA È CAMBIATO DOPO LA SECONDA GUERRA?

La seconda guerra si concluse con la creazione dell’ONU che ha tra i suoi obiettivi principali il mantenimento della pace e della sicurezza mondiale, lo sviluppo di relazioni amichevoli tra le nazioni, il perseguimento di una cooperazione internazionale e la risoluzione pacifica delle controversie internazionali. Il suo statuto condanna lo Stato aggressore e consente allo Stato aggredito di difendersi, pertanto la dichiarazione di guerra è praticamente scomparsa dallo scenario internazionale.  Nessuno Stato è infatti è più disposto a dichiararsi aggressore. In definitiva lo Statuto dell’ONU, che nelle intenzioni doveva servire a far scomparire la guerra, ha fatto invece scomparire soltanto la dichiarazione di guerra. Inoltre oggi, in realtà, è saltato lo schema dichiarazione di guerra – ostilità- negoziati- pace.

Le guerre della seconda metà del XX secolo e l’inizio del XXI secolo sfuggono, pertanto, alla regolamentazione: non sono più guerre regolate perché sempre più spesso, come vedremo, non sono guerre tra stati sovrani. Negli ultimi decenni del ‘900, inoltre, abbiamo assistito ad una sorta di rimodulazione semantica del termine guerra che è stato sostituito, subito dopo la seconda guerra mondiale, dal più ampio “conflitto armato”, operando una sorta di rimozione dell’idea di guerra funzionale all’esorcizzazione del male.

Molte Costituzioni, fra le quali quella italiana, ammettono la guerra di sola difesa. La costituzione italiana, con l’articolo 11, è una delle più esplicite: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

E’ altresì vero che oggi da ben 76 anni non abbiamo certamente più avuto un conflitto mondiale.

Ma e’ proprio vero che dalla seconda metà del ‘900 abbiamo avuto un lungo periodo di pace? Vero ma solo nei nostri stati democratici, il mondo è stato, invece, devastato da una miriade di conflitti anche dietro l’angolo di casa che possono essere diversamente classificati, vedi la guerra nella ex Jugoslavia.

Con la creazione dell’ONU sembrava che dovesse porsi fine alla barbara pratica  della guerra. Nel secondo novecento, infatti, non ci sono state più guerre che hanno coinvolto più nazioni ma abbiamo avuto soprattutto guerre civili, guerre di liberazione o decolonizzazione, etniche. Oggi al conflitto generale che oggi non si è più verificato si sono sostituiti conflitti regionali che si svolgono essenzialmente in un solo teatro operativo in una regione geofisica ben delimitata, le guerre balcaniche, le guerre arabo-israeliane, la prima guerra del Golfo o conflitti locali, conflitti fra un limitatissimo numero di potenze vedi la guerra in Siria e che si svolgono in un unico scenario.

Pensiamo al processo di decolonizzazione, non sempre pacifico che tra gli anni 50-70 ha posto fine al sistema coloniale e comportato la nascita di una settantina di stati sovrani. I paesi colonizzatori al controllo politico hanno sostituito il controllo economico, dando inizio al neocolonialismo. Le guerre etniche che si reggono sull’opposizione NOI/GLI ALTRI, su dinamiche di ESCLUSIONE/INCLUSIONE, su visioni settarie. Riguardano soprattutto le guerre civili africane di fine ‘900, vedi Rwanda e infine le guerre civili o religiose, strumento di affermazione di rapporti di forza e di egemonia di un gruppo su un altro.

Le nuove tipologie di guerre, in base al tipo dei soggetti che la combattono possono essere simmetriche, cioè tra contendenti che mettono in campo pari forze ma soprattutto oggi sono conflitti asimmetrici dove le forse contendenti sono impari e diseguali. Uno per tutti il conflitto israeliano palestinese.

Le guerre di oggi hanno assunto una nuova terminologia che non è altro che caratterizzata da un uso di ossimori ed eufemismi funzionali a renderle legittime e accettabili: Guerra preventiva: guerra aperta da un soggetto in seguito alla percezione di una grave minaccia all’incolumità dei propri interessi, Guerra umanitaria, volto alla protezione delle vittime di guerra che legittima l’ingerenza umanitaria, ovvero l’intervento dall’esterno in fatti interni di uno Stato quando questi fatti costituiscano violazione evidente dei diritti dell’uomo. E soprattutto quel terribile ossimoro di Guerra giusta che prevede il portare guerra per tutelare la pace e accosta al termine guerra un concetto etico che non le appartiene con l’obiettivo di renderla più accettabile e di legittimarla sul piano etico. Inoltre non essendo il giusto un concetto assoluto ma relativo presuppone che sia giusta non per tutti i contendenti ma per uno dei 2 che la ritiene tale. E l’ultimo ritrovato della mistificazione per giustificare l’attacco all’Iraq la guerra per esportare democrazia. Si è fatto ricorso a mezzi tecnici nuovi, di complessità e potenza mai prima sperimentate. L’utilizzo di mezzi di precisione offerti dall’applicazione di avanzata tecnologia ha permesso attacchi aerei cosiddetti “intelligenti”. Si è parlato ottimisticamente di guerra chirurgica grazie alle bombe intelligenti in quanto la precisione consentita dai mezzi elettronici ha permesso di colpire obiettivi militari. Tuttavia, in più occasioni, la tecnologia dei moderni armamenti ha commesso errori fatali, colpendo civili e centri abitati, i cosiddetti danni collaterali. In realtà mentre nelle guerre precedenti l’obiettivo era distruggere il più possibile e chi più danni faceva era il vincitore, oggi si dovrebbero colpire obiettivi militari, proteggendo cose e persone.

GUERRA FREDDA E FINE DEL BIPOLARISMO

Il debutto della bomba atomica nel ‘45 ha aumentato il potenziale esplosivo e il potere distruttivo generando il conseguente avvio della guerra fredda, in cui le superpotenze si sono armate e preparate per uno scenario da giudizio universale. Ma la guerra fredda creando il duopolio della violenza ha funzionato da deterrente per altre guerre.  La fine di essa ha determinato da un lato un sistema internazionale multipolare per cui, finita la forza centripeta data dai 2 blocchi, il sistema internazionale ha svelato così la sua fragilità e vulnerabilità, dall’altro un sistema unipolare per il quale oggi vi è un unico detentore del potere della violenza che si ritiene garante dell’ordine internazionale, l’impero americano. La violenza e l’aggressione tra stati sovrani è diventata meno probabile e molto meno frequente, mentre si è diffusa la violenza intestina.

Il mondo occidentale nel corso degli anni ha immesso nei paesi in via di sviluppo dosi massicce di armi contribuendo a destabilizzare interi paesi e regioni soprattutto le regioni più deboli o di recente decolonizzazione, esasperando rivalità etniche, lotte intestine che ancora oggi non sono risolte. Così dopo la seconda guerra mondiale è aumentato il numero dei conflitti armati interni o guerre locali che, se prese singolarmente, non hanno contato tante vittime come le guerre mondiali, ma nel loro insieme hanno causato tanti morti quanti la grande guerra. Infatti le vittime in questi anni ammontano a 20 milioni di morti secondo un calcolo approssimativo.

CARATTERI DELLE GUERRE DEL 21 SECOLO

Dopo la seconda guerra mondiale e, soprattutto, dopo la guerra fredda e la fine del bipolarismo e la globalizzazione il sistema internazionale e il modo di fare guerra sono cambiati. E’ stato il secolo della onnipervasività e della smisurata potenza tecnica che ha comportato una trasformazione radicale della pratica della guerra. Inoltre la rete internet consente e facilita le connessioni e i collegamenti in una rete internazionale di gruppi coesi che possono diventare molto pericolosi sul piano internazionale

La prima nuova caratteristica sta nei soggetti che si combattono: solo uno dei contendenti è uno stato sovrano. Negli ultimi anni sono quasi tutti catalogati come conflitti interni o intrastatali: così in Jugoslavia, nel Caucaso e Cecenia dove i separatisti si fronteggiano con la Russia; in Pakistan il confronto è tra gruppi di fondamentalisti islamici e forze governative; in Sri lanka i ribelli tamil che si scontrano con l’esercito governativo. Oppure sono guerre tra fazioni clan o tribù che si scontrano, o oppositori al regime o guerre etniche.

L’altra caratteristica è l’assenza di una conclusione netta: Oggi tendono a durare in modo indefinito Ma nel corso del tempo cambiano caratteristiche e di intensità. Come già detto non esiste più il vecchio schema: dichiarazione di guerra- negoziati- pace. Oggi non esiste quasi più siglare la conclusione di un conflitto. Il dopoguerra diventa una fase magmatica, anarchica il cui prolungamento è dovuto alla mancanza di soluzioni definitive. Fase transitoria, potremmo dire liquida, solo formalmente finisce ma in realtà cambia solo natura, può durare molto a lungo, trasformarsi e trascinarsi anche perché risulta essere molto redditizia per alcuni settori industriali che traggono profitti dalla ricostruzione da questa fase transitoria di pseudo-anarchia. Alcune guerre iniziate con la forma di guerra tra stati come in Afganistan ed Iraq, iniziate con la forma di guerra tra stati, dopo la rapida vittoria americana, si sono trasformati in conflitti tra la gente e/o guerre civili.

Non sempre l’azione dell’ONU e delle altre organizzazioni internazionali riescono a portare a soluzione i conflitti e spesso si registra un congelamento delle guerre sotto altre forme e attraverso lunghi negoziati. Spesso cambiano natura come la Cecenia: da guerra di liberazione nazionale contro l’occupante russo, in conflitto di tipo religioso con gruppi fondamentalisti che prendono la leadership e si pongono obiettivi diversi. La contagiosità dei conflitti è dovuta all’interconnessione geografica di guerre diverse, molti paesi africani che da colpi militari si è passati a guerre civili intrecciati con conflitti nei paesi vicini. E’  cambiato anche il ruolo delle popolazioni. Prima erano vittime civili o oggetto di genocidi oggi sono spesso parte integrante del conflitto con tragiche conseguenze in termini di perdita di vite umane, vedi siria o afghanistan o soprattutto conflitto arabo-israeliano. E se da un lato la guerra aerea si è imposta come guerra chirurgica, come una forma che consentiva di colpire obiettivi militari salvaguardando la popolazione, dall’altro ad essa si sono contrapposte le stragi indiscriminate del terrorismo spingendo sempre più al centro della scena la popolazione civile che è diventata sempre più vittima delle bombe non sempre molto intelligenti, degli attentati, o coinvolti nella violenza della guerra civile o etnica.

Ma soprattutto sono cambiate le armi: dalle testate nucleari  a quelle con materiale radioattivo, le armi chimiche e batteriologiche, o kalashnikov o come in Ruanda il machete ma soprattutto i kamikaze sono diventati delle armi non convenzionali sempre più temibili.

Le guerre del nuovo secolo sono, inoltre, guerre liquide, guerre asimmetriche perchè i 2 contendenti non solo dispongono di mezzi diseguali, ma agiscono su piani concettuali, ideologici e logiche diverse. Guerra senza limiti: Senza limiti di tempo, si riducono, si riaccendono, cambiano forma; senza limiti geografici: si sono concentrate in Africa e Asia, ma possono contagiarsi; guerra senza confini: perché non sai dove colpisce, e non si limita ad un solo territorio, guerra illimitata; senza limiti giuridici: non sono più guerre tra stati e guerre senza limiti nell’immaginazione. Tutto, un’operazione finanziaria, un embargo, un virus informatico, un satellite, un missile, un machete, un aereo contro un grattacielo, un camion lanciato tra la folla, i kamikaze, una pandemia: tutto può diventare un’arma letale.

Molto spesso il nemico diventa invisibile o difficilmente individuabile. In molte di queste guerre si smarrisce la ragione originaria del conflitto, chi erano i contendenti, non diventa più chiaro perché o contro chi stai ancora combattendo. Pensiamo alla Siria, dove sembra che sia una guerra di tutti contro tutti.

Huntington nel 1996 in un suo discusso libro ha parlato di scontro di civilta’ sostenendo che “la principale fonte fondamentale di conflitti nel nuovo ordine mondiale e nel mondo post-Guerra fredda non sarà sostanzialmente né ideologica né economica ma diverranno le identità culturali e religiose. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale.E in questo un ruolo determinante lo ha giocato certamente l’Isis che ha dimostrato come la guerra che conduce è contro la cultura occidentale, sintetizza quanto dicevo sopra: è asimmetrica, è senza limiti di spazio e senza confini in quanto colpisce ovunque e soprattutto senza limiti nell’immmaginazione. Basti pensare a come, dove e con quali armi ha colpito.

Una sensazione di insicurezza internazionale, quindi, ci pervade perché non esiste un ordine internazionale e soprattutto non esiste nessun organo che possa garantirlo e imporlo, nè l’ONU, né tanto meno l’America.

IL BENE CONTRO IL MALE

Il modello di base di questi conflitti è quello che si basa su una visione manichea della realtà.

E oggi più di ieri il mito dell’onnipotenza della superpotenza americana ha costruito un mondo unipolare. Ha comportato la divisione manichea del mondo in 2 parti contrapposte: noi e loro laddove per noi si intende il bene, per loro il male, quindi ogni conflitto si riduce alla lotta della civiltà e delle democrazia e dei diritti umani, contro la barbarie e il terrore. La degradazione manichea dell’altro a nemico nasce dal monismo del potere. Lo stato onnipotente è deputato ad impersonare il bene, diceMartelli in Il secolo del male.

La riduzione dell’altro a nemico deumanizzato, satanizzato serve per giustificarne l’assoggettamento e l’annientamento.

Ma lo stato canaglia è uno stato trasgressore del diritto internazionale, può scavalcare il diritto internazionale, può bypassare le risoluzioni ONU (vedi Israele). L’avversario dello stato totale diventa nemico e va combattuto annientato anche fisicamente e ci si propone di distruggerlo e sostituirlo con un nuovo ordine per riaffermare la propria identità e superiorità. Questa formulazione dicotomica porta alla autovalorizzazione di sé e alla svalorizzazione del nemico cui viene imposta la riduzione ad oggetto, la dequalificazione dell’altro a cosa, la giustificazione dell’ineguaglianza e della gerarchia che include come amico chi è al di qua del confine tracciato ed escludendo come nemico chi è al di là. Nemico ingiusto, criminalizzato, come i palestinesi o i curdi.

Ma c’è una buona notizia: nonostante tutto ciò le guerre stanno diminuendo: Rispetto a 15 anni fa comunque sono diminuite del 40%.

E’ la Tecnica o quello che Severino chiama Apparato scientifico tecnologico che contraddistingue le forze armate occidentali che ha modificato profondamente il modo di fare guerra creando strutture di violenza e assegnando onnipotenza alle nazioni più forti. Ma la rivoluzione tecnologica anche nelle armi ha funzionato come progressiva deterrenza a ulteriori conflitti. Oggi la rivoluzione della tecnica ha, però, bisogno di etica, di un’etica della trasformazione e della conservazione della specie, che rifiuti un esercizio illimitato della potenza, che cerchi nuove leggi e nuovi valori e che cerchi di superare l’idea della potenziale distruttività e di rendere progressivamente sempre più impossibili le guerre tra stati. Un’etica per la difesa del pianeta, come dice Schiavone, che consenta di rinunciare all’idea del prevalere di una nazione sulle altre e di andare verso un’idea di universalità umana sempre più interconnessa liberandoci dell’idea dello scontro tra civiltà. Per cui l’impero americano che finora ha detenuto il monopolio della violenza probabilmente sarà anche l’ultimo della storia ma si spera che al suo declino non corrisponderà l’affermarsi di un nuovo primato ma un altro modo di garantire una nuova interconnessione tra le nazioni.                                                               

Inclusione, coesione sociale, tolleranza, cooperazione, concordia, mediazione, pacificazione sono gli unici possibili antidoti alla guerra.

“Cerchiamo di vivere in pace, qualunque sia la nostra origine, la nostra fede, il colore della nostra pelle, la nostra lingua e le nostre tradizioni. Impariamo a tollerare e ad apprezzare le differenze. Rigettiamo con forza ogni forma di violenza, di sopraffazione, la peggiore delle quali è la guerra.” (Margherita Hack)

Docente di lettere presso il Liceo L. Stefanini di Mestre per una vita, da un anno in pensione, attualmente docente presso l’Università del tempo libero, si diletta nella produzione di video letture, video lezioni , articoli e attività di volontariato nell’ambito dell’accoglienza ad immigrati.