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Confesso che mai come in questa tornata elettorale ho la sensazione che la scelta di voto sia obbligata: nel senso che le proposte programmatiche del centro-destra (quale centro-destra, poi, viste le enormi divisioni tra Lega e Forza Italia), dei grillini e di Liberi e Uguali mi sembrano, per motivi diversi, irricevibili. Insomma, l’unica possibilità ragionevole è il PD (o al limite uno dei “cespuglietti” che fanno parte della sua coalizione). Detto per trasparenza: il mio voto al PD è convinto e non è dettato dalla logica del meno peggio e senza i turbamenti messi alla berlina da Claudio Velardi in questo delizioso pezzettino https://claudiovelardi.com/2018/02/02/viva-renzi-e-arrivederci-al-5-marzo/ che condivido in pieno.

Ciò detto, in conformità allo spirito laico e scevro da pregiudizi di cui questa testata mena orgogliosamente vanto, ho cercato di andare oltre le sensazioni di pelle e mi sono posto il proposito di analizzare obiettivamente la proposta direi più significativa della coalizione di centro-destra, ovvero la cosiddetta flat tax, o tassa piatta, per evitare l’ennesimo non indispensabile anglicismo.

La proposta del centro-destra in realtà ha due pilastri: 1) totale esenzione IRPEF fino a 12000 € (no tax area) e 2) aliquota unica del 23% per la quota di reddito che supera tale soglia. Quindi meno tasse per tutti: per i contribuenti poveri la no tax area pesa eccome, per quelli ricchi il fermarsi al 23% è una pacchia. Lasciamo agli economisti l’aspetto (certo non marginale) della voragine che si aprirebbe nei conti dello Stato e cerchiamo di capire la ratio intrinseca della proposta. Poiché l’aliquota è una sola, chiunque pagherà la stessa percentuale, appunto il 23%, per tutta la quota di reddito che supera i 12 k€. Tasse in proporzione aritmetica con quello che si guadagna e non più che proporzionale come ora. Una scelta legittima, certo non scandalosa in linea di principio.

Ora se a tutti, ma proprio a tutti, piace pagare meno tasse, cui prodest proprio una tassa piatta? Facciamo due conti: in Italia il 66% dei contribuenti IRPEF non supera i 20 k€. Ovvero 2 elettori su 3 oggi si fermano ad un’aliquota marginale del 27% e vedrebbero già un significativo beneficio fiscale con l’introduzione della no tax area. Ancora: il 93% dei contribuenti ha un reddito sotto i 40 k€. Ergo: la grande maggioranza degli elettori non vede neppure le aliquote “alte”, il 41%, e 43% e in buona parte nemmeno la 38%, e non ha quindi alcun interesse che lo sparuto 7% che supera i 40 k€ smetta di pagarle. Anzi: è contro il suo interesse perché è evidente che se il privilegiato 7% ha un enorme beneficio fiscale (cioè paga meno) sono soldi “di tutti” in meno, soldi che in qualche modo quindi tutti dovranno sborsare da qualche altra parte ed è anzi facile che sia proprio il più debole socialmente a pagarne di più le conseguenze (es. tagli alle politiche sociali).

In altre parole, un calcolo rigorosamente utilitarista (che considera cioè il peso del beneficio per il numero dei beneficiati) dimostra che la tassa piatta in sé non è affatto un affare. Cerchiamo allora di capirne di più spulciando alcune argomentazioni portate dai rappresentanti di centro-destra:

  • Il drastico calo delle tasse costituirà un benefico elettroshock per l’economia, più soldi in tasca ai cittadini e quindi aumento dell’imponibile. Questa è la motivazione classica di tutte le politiche di alleggerimento fiscale. Ma non implica certo la tassa piatta: rimarrebbe lo stesso potenziale propulsivo se rimanesse intatto l’impianto in più aliquote, semplicemente abbassandole.
  • Si introduce una grande semplificazione dell’imposizione fiscale. Certo, la semplificazione è indubbia, ma il gioco vale la candela? Ci cambia forse la vita poter calcolare a mente quanto pagheremo di tasse?
  • Pagando meno tasse, l’evasione tenderà a calare. Questa è un’affermazione suggestiva ma debole. In effetti la percezione che una tassa sia “giusta” e non una rapina stile Sceriffo di Nottingham ha una sua valenza ma forse che paghiamo volentieri il 20% per la fattura all’idraulico? Eppure è “solo” il 20%..
  • Le aliquote maggiori sono eccessive sono un vero incentivo, anche da parte delle Aziende, per escogitare elusioni fiscali. Verissimo. Ma anche qui, si poteva prevedere un abbassamento delle aliquote generalizzato non necessariamente passare dal 43% al 23%.
  • La tassa piatta introduce equità nell’eterno tema del reddito familiare, oggi pesantemente penalizzante per le famiglie monoreddito. Questo sì: oggi una famiglia in cui vi sia un solo stipendio paga molte più tasse di una famiglia che produce lo stesso reddito imponibile ma ripartito in due stipendi, proprio perché il primo stipendio è tassato con un’aliquota marginale maggiore. La tassa piatta abbatte questa deformazione; alla famiglia bireddituale resta il vantaggio di beneficiare due volte della no tax area ma comunque si ha un notevole riequilibrio.

Se ne conclude che tutte le argomentazioni a favore, con l’eccezione dell’ultima, non sono in realtà affatto intrinsecamente legate alla tassa piatta, se ci pensiamo razionalmente. Ora, è vero che l’elettore medio non è tendenzialmente molto razionale ma quando si tratta dei suoi denari è, diciamo così, meno irrazionale che in altri casi. La convenienza propagandistico-elettorale della tassa piatta in quanto tale è dunque assai dubbia.

Quindi va riconosciuto al Centro Destra di fare una scelta più ideologica che di convenienza. Propone una misura chiaramente e coerentemente di destra, un po’ contropelo, perché contraria allo spirito redistributivo cui tutti (anche chi non è di sinistra a tutto tondo) da sempre siamo abituati.

Come poi intenda ripianare la voragine che si aprirà nei conti, non è chiaro. Ma questa, per dirla con Pino Daniele, è tutta n’ata storia..

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana ed è collaboratore della rivista Esodo.