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Dopo le celebrazioni per il centenario, qualche riflessione sullo “stato del partito”, basandomi sulle seguenti analisi, che ritengo ben articolate: “Le elezioni del 4 marzo e la crisi di rappresentanza del Partito democratico” di Carlo Trigilia, ne Il Mulino n.2/2018; l’analisi-replica “Un partito sbagliato” di Antonio Floridia, ne Il Mulino n.4/2018; e, sempre di Floridia,  “Crisi e futuro di un partito in frantumi”, ne Il Mulino 5/2019.  (Di Floridia è uscito nel 2019 il libro “Un partito sbagliato. Democrazia e organizzazione nel Partito democratico”).

Nel marzo 2018 ci furono vistosi risultati elettorali negativi, soprattutto in riferimento a città tradizionalmente rosse passate al centrodestra (Rimando al mio breve report: Dossier 4 marzo 2018. Un cambio di geografia elettorale., nel dossier approntato in LuminosiGiorni.) Successivamente, ci sono stati episodi importanti come la vittoria in Emilia Romagna, cui ha contribuito il movimento delle Sardine, con la mobilitazione anti-Salvini; e la conferma al centrosinistra della Presidenza della Toscana. In altre zone del Paese, avanzamenti ed arretramenti.

I sensori, ovvero circoli e militanti. Trigilia si domanda, all’indomani dei risultati del 2018, come siano state possibili per il PD perdite così consistenti; considerando il numero dei suoi circoli e dei suoi militanti, si chiede: perché nel PD non hanno funzionato questi suoi “sensori”, come li chiama efficacemente?

Trigilia svolge un breve riassunto delle esperienze governative precedenti alle elezioni. Al tempo del governo Monti, il PD che faceva parte del sostegno parlamentare raccolse un certo grado di scontentezza per le scelte impopolari del governo, tra cui la riforma Fornero, una riforma drastica attuata senza l’accordo con le organizzazioni sindacali.  Si trattava comunque di un governo di emergenza.  

La disintermediazione. Già dall’esperienza Monti si evidenzia la difficile scelta dell’intermediazione o della disintermediazione, in quel caso il coinvolgimento – mancato – delle organizzazioni sindacali.  

Renzi al governo ha svolto una politica puntando sullo sviluppo industriale, su un rafforzamento del ruolo del mercato, con l’obiettivo di agganciare settori del mondo imprenditoriale; confidando che – come suggerisce Trigilia – una volta ripartito lo sviluppo, sarebbe stato possibile riagganciare settori dell’elettorato di sinistra rimasti scontenti delle politiche del PD al governo, ma che era ritenuto necessario al momento contenere con la disintermediazioneproprio per far ripartire la crescita. La disintermediazione attuata da Renzi ha suscitato reazioni diffusamente negative.

Ma era possibile – mi chiedo – procedere ad alcune riforme passando attraverso la consueta intermediazione, cioè ricorrendo alla concertazione?  Ad esempio, nel complesso della riforma della Pubblica Amministrazione, il provvedimento di Renzi di diminuire del 50% le ore degli statali in servizio permanente effettivo nel sindacato, quale esito avrebbe avuto, se sottoposto ad una concertazione con il sindacato?

L’intermediazione non è un passaggio neutro, è ambivalente. In molti casi, le negoziazioni con il movimento sindacale se da una parte conseguono un ampliamento della base di sostegno alle riforme, d’altra parte finiscono spesso per frenare la portata innovativa delle politiche (per l’economia, per l’occupazione, per l’istruzione) in quanto queste politiche si scontrano con il mantenimento degli interessi costituiti. I sindacati svolgono un ruolo istituzionale di rappresentanza degli interessi dei propri iscritti, interessi che però sono di parte, spesso non conciliabili con gli interessi generali.  

Non entro nel merito dei provvedimenti del governo Renzi;  un governo di cui il PD faceva parte, e sono dell’avviso che il partito, o una larga sua parte, non abbia “trasmesso” tali provvedimenti governativi alla propria base elettorale, e ai propri simpatizzanti. Una delle funzioni principali di un partito, di qualsiasi partito, è quella di accompagnare verso i cittadini i propri provvedimenti legislativi, di esplicare la loro ragione, la loro opportunità, i loro obiettivi; questa funzione è stata oltremodo carente. 

I risultati elettorali.  In riferimento al risultato delle elezioni del 2018, sempre secondo Trigilia, hanno poi giocato negativamente, sul consenso elettorale al PD, le carenti modalità relazionali  (la mancanza di empatia) esercitate dal partito nei confronti dei cittadini, e la scarsa attenzione verso vasti gruppi sociali; ed ancora, la posizione sul fenomeno dell’immigrazione e anche la proposta dello ius soli.

Renzi non è riuscito ad agganciare settori del centro.  Complice la crisi economica che ha contribuito alla radicalizzazione delle scelte politiche, vari strati del centro e settori del ceto medio si sono rivolti invece alla Lega ed al M5S. Gli appuntamenti elettorali di questi ultimi anni hanno confermato una tendenza: il PD ha perso voti tra i gruppi maggiormente svantaggiati, mentre ha raccolto voti tra i ceti più elevati e la piccola borghesia indipendente.

Le primarie. Trattando della strategia di Renzi all’interno del partito, Trigilia scrive che “Le leadership si formano attraverso le primarie, sono dunque decise dall’elettorato con una forte personalizzazione che ne legittima il ruolo. Il leader, una volta scelto, deve poter decidere senza intralci. Il partito deve essere una struttura leggera al suo servizio, prevalentemente in chiave di mobilitazione elettorale più che di complessa partecipazione dal basso….”

Mi chiedo allora: a che servono le primarie, se poi il vincitore non beneficia della collaborazione dell’apparato e dei militanti?

Floridia nella sua analisi del 2018 emette un giudizio molto negativo sulle primarie; critica decisamente l’apertura del voto alla cittadinanza, in quanto si crea per l’occasione “un corpo indistinto di elettori”.  Lo statuto definisce il PD un partito di iscritti e di elettori. Floridia è convinto che uno dei “miti fondativi” del PD, cioè il mito del “partito aperto”, cui le primarie sono connesse, abbia avuto effetti negativi. Si è costruito un partito “privo di confini organizzativi, che non offre alcun incentivo selettivo… agli iscritti”.

Alle gestione Renzi è subentrata la gestione Zingaretti; Zingaretti ha beneficiato, alle primarie, del ritorno al voto dei “vecchi iscritti”. (Rimando al mio articolo Pd: primarie un pò nostalgiche , del 2019). L’elezione di Zingaretti ha acquietato la dialettica interna, anche per il suo stile piatto, non certo divisivo.

Le diverse culture politiche. Un elemento fondativo del PD è  – o doveva essere – la compresenza di diverse culture politiche.Floridia pone il problema dell’amalgama delle diverse culturepolitiche che dovevano costituire la base culturale del neonato partito; queste culture politiche sono “vissute in una condizione di reciproca indifferenza”. Il PD ha manifestato una visione debole e timorosa del pluralismo…..dettata dalla paura che una delle culture fondatrici potesse prevaricare sull’altra”. E’ mancato un tentativo di valorizzarle e, si chiede Floridia, “…siamo ben certi che un pensiero cattolico democratico e un rinnovato pensiero socialista non avrebbero avuto allora, e non abbiano oggi, molte cose da dire”?  E a tal proposito Floridia lamenta la mancata creazione di un’unica  fondazione di cultura politica riconducibile al partito, con funzione di “centro di organizzazione del lavoro intellettuale”.

Ma è ancora possibile, mi chiedo, il recupero di queste culture, previste come componenti della fondazione del partito?   Già nel 2005, prima della costituzione del PD, erano emersi tratti di conservatorismo all’interno dei DS. Cito il libro “Dentro i DS”, di Rosa Mulé, UniBO, ed.Il Mulino. L’inchiesta è del 2003, condotta attraverso un questionario postale inviato ad iscritti DS, con l’avallo del partito. Una indagine molto articolata, su varie tematiche: tanto per fare un esempio, sul tema delle privatizzazioni, scrive la Mulé  “…non sembra….che i principi del mercato concorrenziale trovino terreno fertile nelle opinioni della membership DS”;  e anche  “….la forza dell’ideologia tradizionale, l’abitudine a pensare in un certo modo…rallentano il processo di apprendimento del percorso in senso socialdemocratico tracciato dai vertici del partito”. Insomma, una rappresentazione piuttosto pessimista.

In occasione delle primarie PD del marzo 2019 c’è stata da parte degli elettori una conferma del vecchio bagaglio ideologico.  Una consistente parte del PD ha confermato il suo legame a quelle che un tempo erano considerate certezze: statalismo, esclusività della gestione pubblica, primato del partito.

Il partito sbagliato. Per Floridia, nella sua articolata analisi, la causa principale della sconfitta del 2018 è nella forma e nella natura delpartito.

Il PD è stato pensato come un partito che assicurasse una costante circolazione delle élites, all’insegna della cosiddetta contendibilità: il partito contendibile, un altro mito fondativo naufragato, secondo Floridia, in quanto si è prodotta una sorta di “controllo oligopolistico del potere”, una contesa tra gruppi e cordate, potentati e filiere di potere. Floridia un anno dopo, nella sua seconda analisi, ritorna sul tema, invitando ad “un ripensamento radicale sul proprio modello di partito e sul proprio profilo politico e culturale”. Parla di un partito profondamente feudalizzato, e si chiede quali siano le ragioni strutturali che alimentano il correntismo.

Descrivendo il “partito sbagliato”, Floridia insiste sul modello di democrazia interna che vige nel PD, che definisce “una forma di democrazia plebiscitaria”: gli organismi dirigenti “sono composti sulla base di liste bloccate a sostegno dei candidati alla segreteria”; “mancano sedi collegiali di confronto e di decisione, in cui propriamente si svolga una qualche forma di deliberazione democratica”; e inoltre, “gli organismi ratificano gli orientamenti del segretario”. In concreto, Floridia si chiede “come si decide la linea da seguire”? E si chiede più volte “quali sono i luoghi e le procedure di una elaborazione collettiva che definisca il profilo politico-programmatico del partito?”.

Si potrebbe però a mio avviso obiettare che al momento delle primarie dovrebbe essere chiaro il programma e la linea politica dei candidati, linea che dovrebbe essere già recepita e valutata da parte della base. Se si vuole aderire alla serrata critica di Floridia, queste prassi negoziali interne di cui denuncia la mancanza mal si conciliano con il modello di partito scelto, che, come scrive Trigilia  “..guarda più al Partito democratico americano”.

Si ritorna alla considerazione che, se si opta per una elaborazione collettiva della linea che sia frequente e diffusa, a tale prassi il partito come struttura leggera non è confacente. E, tra l’altro, resterebbe qui da approfondire il ruolo ed il comportamento dei parlamentari.

Toscano di provenienza, risiede da tempo a Venezia-Mestre. Ex consulente e manager aziendale, in aziende industriali e di servizi pubblici. Collaboratore di istituti universitari e enti di ricerca. Membro della Società Italiana di Studi Elettorali. Appassionato di fotografia, con predilezione per le cattedrali gotiche.