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È notizia recente l’ennesima bocciatura (della revisione) del Piano Morfologico e ambientale della Laguna di Venezia (PMLV nel seguito) da parte della Commissione VAS – VIA del Ministero della Transizione Ecologica (il vecchio Ministero dell’Ambiente). Commissione che era stata richiesta di un parere – peraltro non previsto proceduralmente – da parte della Direzione V dello stesso Ministero.

La notizia è stata accolta con malcelata (e dissennata) soddisfazione da molti presunti paladini dell’ambiente e si è scatenata una risibile polemica nei confronti del Co.Ri.La. autore del PMLV in nome e per conto del Provveditorato Interregionale per le OO.PP. di Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. Co.Ri.La. accusato sostanzialmente di non sapere fare il suo mestiere e di essere responsabile di spreco di denari pubblici (perché studi di questo genere sono inevitabilmente costosi).

In questi giorni è stato poi pubblicato il parere formale della Commissione dalla (impervia) lettura dal quale scaturiscono alcune considerazioni.

La prima, che balza subito all’occhio, è che il documento (un tomo di 46 pagine) è pressoché illeggibile. Il latinorum di don Abbondio era al confronto un temino delle elementari. Un testo infarcito di richiamata la legge, rilevato che, vista la, tenuto conto di, valutato che, preso atto che.. in cui è pressoché impossibile raccapezzarsi.    

Balzano altresì subito all’occhio la “postura”, il linguaggio, l’atteggiamento di fondo che si percepisce da parte dei redattori. L’impressione netta è che qualsiasi cosa – diversa dal Verbo – si fosse proposta sarebbe stata rigettata perché la si voleva rigettare.

Entrando nel merito, il punto centrale di dissidio – che configura un vero e proprio dialogo tra sordi – è che mentre per i proponenti le finalità del PMLV altro non sono (e non potrebbero essere altrimenti) che

Il PMLV ha il ruolo di individuare le strategie e le misure da attuare con l’obiettivo di riattivare il ripristino ed il riequilibrio degli habitat migliorandone la relativa qualità ecologica, attraverso l’aumento della variabilità morfologica e la ricreazione delle superfici intertidali scomparse

per la Commissione, il Piano doveva essere un’opera omnia che non interviene al meglio sull’esistente ma si fa carico di prevedere misure atte a prevenire le cause – anche lontane, anche indirette – della modificazione morfologica della Laguna.  Intesa in senso letterale l’obiezione della Commissione implica che il PMLV non va bene, perché non affronta (e non risolve!) cosette come l’innalzamento del livello medio del mare, l’intensificarsi di eventi climatici estremi, la subsidenza, il ridotto apporto di sedimenti da parte dei fiumi ecc.  Mancava solo che gli si rimproverasse di non risolvere il problema della fame nel mondo.

È chiaro? Un po’ come, mi si passi la metafora un po’ brutale, se avessimo un cancro, andassimo dal medico, questi ci prescrivesse una terapia specifica per curarlo qui ed ora e noi obiettassimo “eh no, a me è venuto il cancro perché oggi in quello che mangiamo e respiriamo ci sono sostanze cancerogene.. altro che la cura dell’effetto, devi redigere un programma per eliminare la causa, ovvero acqua e aria pulite, cibi a prova di tutto ecc.”. Quindi, chiedere “tutto” per poter bollare qualsiasi proposta come debole, insufficiente, parziale, meritevole di approfondimento, non motivata …

In realtà, e qui si disvela quanto la partita fosse persa in partenza, il peccato originale (e mortale) del PMLV è quello di non prevedere (in corsivo direttamente le parole della Commissione) una diversa gestione della laguna eliminando o riducendo le cause all’origine del degrado morfologico che, per citare la stessa relazione di PMLV, sono:

la navigazione con grandi natanti per le attività del porto commerciale, per le industrie di Porto Marghera, per la crocieristica;

– la navigazione con imbarcazioni di piccole e medie dimensioni, finalizzata al diporto e alla movimentazione per altri fini di persone e merci;

– la pesca.

Insomma, la vera colpa del PMLV è quella di indicare misure di contenimento attive degli impatti dell’attività portuale, ovvero ricercare una soluzione per contemperare più aspetti, ugualmente importanti e delicati. Non era questo il mandato: nella indisponibilità assoluta dell’aspetto ambientale si doveva, semplicemente dire che il Porto (si badi bene: non solo le Grandi Navi) deve morire!

Con l’effetto paradossale, come bene mette in risalto il CO.Ri.La nel puntuto Comunicato Stampa a commento della relazione della Commissione, che la bocciatura impone il blocco, di fatto, di qualunque intervento e comporta lo scenario zero per cui oggi 600.000 metri cubi di sedimenti si perdono ogni anno in mare, aggravando la situazione di degrado della Laguna e delle sue barene. Questo è il risultato di certo ambientalismo irragionevole, lo stesso peraltro che sottende la vexata quaestio della mancata approvazione del Protocollo Fanghi: la condanna ad un immobilismo che di per se stesso è nocivo alla stessa causa sbandierata, fatto salvo alzare grida indignate e appelli all’UNESCO per la situazione della Laguna.

È tristemente sorprendente come questo stallo dissennato sia subìto sostanzialmente in silenzio dalla città. A parte la sacrosanta (ma scontata, perché parte in causa) replica del Co.Ri.La., registriamo la presa di posizione di Venezia Port Community che giustamente rileva che il concetto di sostenibilità, come previsto anche dall’agenda 2030, deve essere declinato non solo sul piano ambientale ma a 360 gradi: ambiente ed economia devono essere in equilibrio e sinergia. Ma, mi chiedo, che dicono per esempio gli industriali, che stanno combattendo da anni per la ZLS? Che ce ne faremo della ZLS se poi il Porto non diventa accessibile? Già si sono persi treni importanti, traffici da e verso il Far East che non torneranno più, già la prima nave da crociera si è fermata in rada per scaricare i visitatori con motonavi per una visita mordi e fuggi. Ma in quale altra città il sostanziale boicottaggio di una delle più importanti attività di area vasta passerebbe così sotto silenzio? E poi ci lamentiamo della monocultura turistica!

Ma soprattutto, il grande assente è l’opinione pubblica cittadina. Qui, facendo violenza alla mia anima “unionista”, vanno distinte le opinioni pubbliche della città d’acqua e di terra.

La prima è condizionata dalla narrazione apocalittica dei molti talebani che vendono l’idea di una città sotto diretta minaccia di chissà quali devastazioni, per cui, anche in osservatori neutri e non informati, attecchisce il retropensiero per cui è meglio non toccare nulla che chissà altrimenti cosa combinano per loschi interessi. È un atteggiamento sbagliato se non altro perché, come detto, proprio l’immobilismo attuale sta inchiodando a un decadimento progressivo della Laguna. E naturalmente, è sbagliato perché il Porto costituisce il primo antidoto alla famigerata monocultura turistica. Ma almeno ha una genesi comprensibile.

Quello che lascia francamente basiti è il totale, assoluto disinteresse, il vuoto pneumatico nel dibattito della terraferma. Dove domina una visione distorta come se il Porto fosse una questione solo veneziana e non rappresenti per la Terraferma il maggior potenziale asset di sviluppo e di occupazione. Pagine e pagine di giornale con interventi preoccupati su “quale futuro per Mestre”, quale idea di città. Ai tempi del referendum i separatisti mestrini sbandieravano che Mestre ha le potenzialità, ha il Porto, l’aeroporto per diventare una grande metropoli attrattiva (non si capisce perché si doveva separare il Comune per farlo ma non voglio andare fuori tema). Bene, oggi le molte Associazioni si infiammano per una pista ciclabile, per due alberi abbattuti, per un ripristino fatto male ma una cosa così gigantesca, così vitale e decisiva per il futuro della città non ha suscitato un’obiezione, un cenno almeno di perplessità. Epperò .. quale futuro per Mestre?

Ma lo vogliamo capire che il Porto è una risorsa fondamentale di TUTTI e lo stanno lentamente ammazzando?

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