
Il sogno evaporato: la sconfitta dei «migliori»
11 Giugno 2024
Europee: analisi del voto
11 Giugno 2024Difficile esprimersi con termini diversi: il risultato è veramente disastroso e tale da far ritenere fallito un tentativo di formazione di un polo liberaldemocratico.
Cosa difficile in Italia, ora perché i tre partitini che lo compongono godevano di sondaggi che per Azione andavano dal 3,5% al 4,3%, mentre l’alleanza Stati Uniti d’Europa pareva sicura, mi pare col 6,5%. Non capisco l’errore per IV e +Europa insieme. Certo è che Calenda si è assunto una bella responsabilità col rischio concreto di andare allo sbaraglio, E almeno con due implicazioni:
- L’incertezza del superamento della soglia critica sicuramente poneva il problema a più di un elettore se rischiare di disperdere il voto. Io ho la tessera di Azione e avevo promesso il voto a Pasqualetto, ma ho votato pur avendo in mente questo dubbio.
- L’insuccesso può avere un’aggravante legata al calo dei votanti, inferiore al 50%. Non so se sia ragionevole pensare che il voto ai tre partitini sia espresso prevalentemente da persone mediamente più acculturate della media, più responsabili almeno rispetto a chi vota abboccando a promesse facili, tipiche del populismo ma non solo. Quindi, sempre si può immaginare, con un 90% di votanti il consenso ad una Azione possa essere percentualmente inferiore rispetto ad un tasso di assenteismo del 49%.
Non è per me motivo di soddisfazione dire che avevo previsto prima le conseguenze del rifiuto di Calenda di fare un’alleanza comune. Scrivevo che il rischio era notevole, dati i sondaggi. E aggiungevo che un partito del 4% non conta un gran che mentre uniti si sarebbe potuto contare su %un 8-10%. Ora pare siamo al 3,2 + 3,5% = 6,7%.
E come altro grande risultato è il fatto che l’Italia non avrà alcun rappresentante liberaldemocratico al parlamento europeo. E mi domando anche, se invece avessimo superato le soglie critiche, come si sarebbero trovati i ns. eletti, tutti nello stesso gruppo!
Calenda ha sbagliato, oso dire con arroganza e ingenuità.
Non può ora fare appelli agli iscritti incitandoli a continuare, a tener duro, a sperare nel futuro. L’insuccesso rischia di marcare la fine dell’esperienza di Azione e IV, forse meno per +Europa che è sempre stata una minoranza appoggiata a Tizio o a Caio, coerente con le tradizionali impostazioni dei radicali di Pannella.
Io credo sia il momento di discutere e approfondire il senso, i contenuti, gli obiettivi di un partito o gruppo liberaldemocratico e chiederci se e quale spazio vi sia nello scenario italiano. Il che richiede una discussione profonda e aperta e la convocazione di congressi, dal locale al regionale e al nazionale, coinvolgendo anche opportunamente gli altri 2 partitini.
Vi è spazio per un rassemblement liberaldemocratico in Italia?
Non è certamente facile creare un qualcosa che conti, che incida e abbia un peso. Io ho vissuto le vicende di tanti tentativi falliti nel tempo, da quello del giornalista Cisnetto ai primi anni 2000 per arrivare a Fare per fermare il declino del prof. Michele Boldrin e Oscar Giannino, senza dimenticare il tentativo di Mario Monti, o API Alleanza per l’Italia nato per iniziativa di Francesco Rutelli nel 2009, Libertà Eguale e altri dei quali non ricordo più nemmeno il nome. Nessuno si ricorda più di loro.
I programmi sono vicini, ma molto generici. Credo si possa concordare sulla democrazia rappresentativa, il mercato, la concorrenza, il merito, poco stato ma essenziale per una certa guida dell’economia, rigore nella spesa pubblica e progressiva riduzione del debito, +Europa con una integrazione progressiva non solo quanto a politica estera e difesa ma con una progressiva integrazione federale cominciando da un primo nucleo di stati, poi allargabile (malgrado gli esiti elettorali specie in Francia oltre che in Italia).
Ma uscendo dal generico: manca oggi un focus imperniato sulla necessità per l’Italia soprattutto di una politica di sviluppo. È dal 1968 che l’Italia mancia più lenta dei vicini europei. Il PIL è aumentato sempre più lentamente in occasione di congiunture favorevoli, è calato più pesantemente nei momenti di crisi. La domanda di allargamento del welfare, sempre originaria dagli anni ’70, ha avuto parziale soddisfazione non con maggiori entrate – o da sviluppo o fiscali -, ma con un aumento progressivo del debito pubblico. L’Italia ha perso le aziende più grosse, ridotto la competitività, la produttività e quindi la capacità di attrazione per chi investe e fa impresa.
Sono sintetico perché ho approfondito troppe volte l’argomento [1] e mi limito all’Italia. Noi abbiamo certamente dei problemi strutturali, ma non solo. Come scrive Salvatore Rossi: la funzionalità dell’economia appare per alcuni aspetti (produttività, competitività) peggiorata, o comunque non migliorata. Vi sono problemi specifici del nostro paese. In particolare, non sono ancora sostanzialmente mutati certi tratti di debolezza dell’economia italiana, assoluti o relativi: un reddito pro-capite contenuto, riflesso di un tasso di occupazione ancora basso nel confronto con altri grandi paesi avanzati, nonostante i recenti progressi; una dimensione delle imprese relativamente piccola e un assetto proprietario ancora per certi versi premoderno, basato sul controllo e sulla gestione familiari; il dualismo Nord e Sud; una specializzazione produttiva mediamente poco incline alle tecnologie innovative; mercati dei beni e, soprattutto. Dei servizi, con residue imperfezioni della concorrenza. E l’autore conclude: È legittimo il sospetto che vi sia nella politica economica italiana un qualche malfunzionamento.
Noi abbiamo un numero relativamente piccolo di imprese medio/grandi (ma non certo a livello delle grandi corporations) che sono il sostegno del ns. export, e godono di una efficienza e produttività eccellenti. Ma in un contesto pieno di ostacoli costituito dalla over-regulation, troppe leggi e spesso contraddittorie e/o di difficile interpretazione (Nordio prima di essere ministro parlava di un volume 10 volte la Germania, Il Sole 24 Ore 5 volte gli U.K:), la P.A. e la Giustizia che purtroppo conosciamo.
Non basta essere onesi, preparati e professionali: bisogna affrontare i temi dello SVILUPPO. E l’elettore oggi sfiduciato che o non vota o tende al populismo, deve percepire una proposta comprensibile se si vuole ce ci voti.
Questa impostazione non mi pare sentita dalla leadership di Azione. Renzi mesi fa puntava sulla crisi di F.I. dopo la morte di Berlusconi. Quindi con mire genericamente centriste. +Europa pare sensibile quasi solo ai temi tradizionali dei Radicali.
Così, se non cambia, il Terzo Polo è morto.
Immagine di copertina © La Stampa
[1] Rinvio per un approfondimento:
Carlo Cottarelli: I Sette Peccati Capitali dell’Economia Italiana, Feltrinelli, 2018
Luciano Gallino: La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi, 2003
Salvatore Rossi: La politica economica italiana dal 1968 a oggi, Anticorpi, Laterza, 2020
Pietro Modiano e Marco Onado: Illusioni perdute, Banche, imprese, classe dirigente in Italia dopo le privatizzazioni, Il Mulino, Saggi, 2023
Rawi Abdelal, Dante Roscini, Elena Corsi: The Rise of Populism and Italy’s Electora “Tsunami”, Harvard Business School, 9-719-042, REV: June 5, 2019 (riferito ai risultati delle politiche del 2018.



