
Chiagni e fotti
24 Febbraio 2025
ANIMALS Da Radio Base Venezia a “Domani”: quando a lasciarci sono “loro”
26 Febbraio 2025Recentemente ho assistito a una discussione tra un Direttore Lavori, un Impresario Edile e un RUP (Responsabile Unico del Procedimento, ennesimo tristissimo nome creato dalla nostra burocrazia). I primi due litigavano sulla qualità e la certificazione del materiale consegnato in cantiere: mancavano certificazioni e la qualità era inferiore a quella prevista dal capitolato. Ciò che mi ha colpito, però, è stata l’indifferenza del RUP: poco gli importava che il materiale fosse di minor valore economico rispetto a quanto pattuito. Risultato? L’impresario guadagnava più del dovuto, mentre l’ente pubblico (noi) pagava più di quanto riceveva.
Un episodio isolato, certo, e con cifre irrisorie. Ma quante volte una mancata verifica o un’assenza di competenza si traducono in danni per le casse dello Stato? E quanto spesso queste dinamiche si ripetono su scala ben più ampia, nei grandi appalti e nelle opere pubbliche strategiche? L’Italia soffre di un sistema di controlli inefficace, spesso asservito alla politica, e di una burocrazia che invece di garantire trasparenza e correttezza, finisce per diventare un ulteriore ostacolo all’efficienza gravando più del dovuto sui conti pubblici.
Il problema del debito pubblico italiano non è una novità: ha iniziato a crescere rapidamente dagli anni ’80. Dopo una breve tregua tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000, ha ripreso la sua corsa nei decenni successivi. Il PIL, invece, è cresciuto fino ai primi anni 2000 per poi fermarsi e riprendere quota solo di recente. Tuttavia, il rallentamento della crescita economica rispetto al debito ha portato a una situazione sempre più insostenibile. L’Italia si è trovata a dover fare i conti con un debito che pesa come un macigno sulla capacità di investimento dello Stato e sulle prospettive future del Paese.
Il debito si compone di due elementi: il saldo primario (la differenza tra entrate e spese reali) e gli interessi pagati agli investitori. Questi ultimi dipendono dall’inflazione e, soprattutto, dalla credibilità del sistema economico italiano: più i mercati dubitano di noi, più alti saranno gli interessi che dovremo offrire per attrarre investitori. E quando gli interessi salgono, il costo del debito diventa un cappio che si stringe sempre di più. Nel frattempo, i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni hanno spesso preferito soluzioni tampone piuttosto che interventi strutturali, lasciando che la situazione degenerasse progressivamente.
Come si riduce il debito? Agendo sulla differenza tra entrate e uscite. Qui entrano in scena i populisti di destra e sinistra, che si dividono su ricette drastiche.
La sinistra punta ad aumentare le tasse sui più ricchi e sulle rendite, ritenute responsabili delle disuguaglianze. Piketty, nel suo “Capitale”, sostiene che l’azzeramento delle rendite (avvenuto con le guerre) abbia favorito il boom economico del dopoguerra. Ma gli anni ’50 e ’60 sono lontani, e oggi il carico fiscale su imprese e lavoratori è già ai limiti del sopportabile. Non solo per i valori assoluti, ma per la farraginosità di un sistema fiscale che soffoca la produttività e frena la competitività del Paese. L’eccessiva pressione fiscale spinge inoltre molti imprenditori e professionisti a cercare escamotage, alimentando il fenomeno dell’evasione fiscale, che a sua volta impoverisce ulteriormente le entrate dello Stato.
Dall’altra parte, la destra invoca tagli alla spesa sociale e privatizzazioni di previdenza, sanità e istruzione, sperando che il mercato faccia meglio dello Stato. Alcune privatizzazioni hanno funzionato, come nel caso della telefonia o dei trasporti. Altre, come quella dell’energia o dei servizi idrici, lasciano più di un dubbio. Il problema è che la concorrenza funziona solo per i servizi non essenziali: quando la necessità è ineluttabile, il rischio di inefficienze e speculazioni aumenta. Ciò significa che la privatizzazione indiscriminata, anziché migliorare i servizi, potrebbe peggiorarli, lasciando i cittadini con costi maggiori e minori garanzie.
Negli USA il sistema sanitario privato è sotto accusa per i costi eccessivi e le assicurazioni che, per massimizzare i profitti, negano cure ai pazienti. In Italia, dove la sanità pubblica è sempre più appaltata ai privati convenzionati, i disservizi sono sotto gli occhi di tutti. Il rischio è che il diritto alla salute, un pilastro dello stato sociale europeo, venga progressivamente eroso in favore di un sistema che favorisce chi può permettersi cure migliori a discapito di chi non ha risorse.
Nel frattempo, destra e sinistra gonfiano la spesa assistenziale con provvedimenti mal congegnati o veri e propri scambi di voti (vedi il Superbonus 110%). Del resto, da Temistocle in poi, i soldi pubblici sono stati usati per conquistare il consenso. Una pratica che, invece di puntare alla crescita e all’efficienza, ha spesso portato a una distribuzione clientelare delle risorse pubbliche, con effetti devastanti sul bilancio dello Stato e sulla percezione della meritocrazia.
Dunque, prima di alzare ancora le tasse o tagliare in modo cieco la spesa, bisognerebbe intervenire sugli sprechi veri.
Il primo tentativo fu fatto da Prodi nel 2007, ripreso da Monti nel 2011 e poi da Renzi. Nel 2016 fu introdotto ed integrato nel processo di costruzione del bilancio dello Stato il “performance budgeting”, un sistema per ottimizzare la spesa pubblica, con risultati modesti. La pandemia ha poi congelato ogni ulteriore passo avanti. Dal 2022 si è ripreso a parlare di revisione della spesa, ma sempre con l’obiettivo di tagliare, senza vere riforme strutturali.
Serve dunque un intervento profondo e strutturato che non deve fermarsi al bilancio dello Stato, ma deve estendersi anche a livello locale fino ai bilanci comunali con l’unico obiettivo quello di superare l’uso improduttivo e, a volte, clientelare della spesa pubblica.
Non basteranno soluzioni facili, né riforme lampo da una legislatura all’altra. Servirebbe una politica che non inseguisse il consenso immediato, ma un’idea di Paese a lungo termine che sappia superare le false divisioni ideologiche. Ma forse chiediamo troppo.



