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17 Luglio 2025Non ci si raccapezzano nemmeno i più paludati commentatori, gli analisti sono in tilt, i giornalisti si attaccano alle minuzie e al contorno gossiparo per cavarne un ragno dal buco, figurarsi noi “comuni mortali”!
C’è questo che fa il Dottor Stranamore usando a piacere bombe o dazi in giro per il Mondo, senza una logica apparente, senza nessun criterio di negoziazione, senza il minimo rispetto delle regole della politica e della diplomazia.
Sempre lui che prima chiede ai suoi interlocutori di “baciargli il culo” e poi si rivolge al suo partner in autocrazia rimproverandolo di dire “stronzate” perché si sente preso in mezzo da uno che in Ucraina punta solo a prendere e perdere tempo, o che durante il confronto a suon di bombe con l’Iran stava andando in giro a dire “non sanno che cazzo stanno facendo”, tutto letteralmente.
Lui che un giorno dice una cosa: basta aiuti all’Ucraina. E il giorno dopo, quando si rende conto che l’invasore non lo sta assecondando, che non cede alle sue lusinghe di grande amicone e che anzi rinforza gli attacchi missilistici su quel martoriato paese, allora ci ripensa e si rende disponibile ad inviare armi (missili Patriot, attraverso i paesi Nato) e aiuti economici. Forse.
Sempre lui che ad uno dei tanti incontri, almeno tre in questi pochi mesi, con colui che non passa giorno che non produca morti civili e distruzioni in quel povero massacrato lembo di terra palestinese, si compiace della proposta di questo assassino, condannato dal Tribunale Internazionale dell’Aja, di conferirgli il Premio Nobel per la Pace. Sarebbe come se il peggior omicida rinchiuso all’ergastolo volesse premiare il compagno di cella che è “solo” uno stupratore.
Ma vi pare normale?
Dalle nostre parti c’è la corsa a lisciarlo, a farsi accondiscendenti, a mantenere un aplomb anche quando meriterebbe risposte dure e intransigenti.
Ieri arrivano i dazi al 30% e dunque una dichiarazione guerra (commerciale) all’Europa.
Sarà la decisione definitiva o magari si ravvede dell’ennesimo strafalcione economico?
Non c’è economista, nemmeno quelli della sua parte politica, che sostenga la validità della politica tariffaria trumpiana: blocca l’economia, induce inflazione, inefficace in un mondo globalizzato con le catene di fornitura sparse per il globo terracqueo.
L’annuncio dei dazi «reciproci» del due aprile scorso aveva destabilizzato i mercati con tale violenza che aveva dovuto fare una marcia indietro incompleta, ma sostanziale, dopo sei giorni. A quel punto ha cercato di salvare la faccia e il suo ego fissando una nuova scadenza al 9 luglio, dopo la quale i 90 Paesi avrebbero subito un Armageddon di dazi se non avessero cancellato i loro presunti oltraggi. Nel caso dell’Unione europea, quali fossero questi oltraggi non è mai stato molto chiaro.
Qui da noi chi negli ultimi mesi ha esaltato quotidianamente l’importanza della “relazione speciale” tra Meloni e Trump oggi ha perso la voce. Muto, all’improvviso.
E del resto stanno tutti zitti i sovranisti alle vongole, tutti zitti quelli che dicevano che i dazi sono una opportunità, tutti zitti quelli che dicevano “tranquilli, ci pensa Giorgia”. Speriamo che chi per mesi ha occupato le TV e i media con la litania del “Giorgia Meloni è l’amica del cuore di Trump” stiano facendo le valigie per andare in ferie. Qualche settimana al mare, a ritemprarsi e ossigenarsi. E soprattutto qualche mese lontani dalle redazioni, dai talk, dai social.
Così ci risparmiamo adulazioni gratuite e parole utili solo a dar aria ai denti.
Per rimanere sulla sua lunghezza d’onda: “Trump you’re breaking my balls”. Ce ne fosse uno dei leader europei che invece di lisciarlo, coccolarlo o adularlo avesse la dignità di dirgli, subito dopo quella espressione gergale, la cosa più semplice e popolare del mondo: “fai la persona seria, affronta i temi nella loro complessità, considera con pari dignità tutti gli alleati degli USA, che non sono né tuoi amici, né tuoi compagni di merenda. Le ragioni degli equilibri mondiali vanno al di là dei tuoi interessi personali, che non coincidono nemmeno con quelli del Paese che ti ha eletto”.
Questo gli andrebbe detto e siccome lo hanno battezzato “Taco”, l’acronimo, che significa letteralmente “Trump always chickens out” – “Trump fa sempre marcia indietro” – che è stato coniato dal columnist del Financial Times Robert Armstrong e che è diventato in pochi giorni il nuovo tormentone di Wall Street, ci sarebbero buone probabilità che, affrontato a muso duro, rivedesse le sue assurde pretese.
D’altra parte, tutti quelli che hanno tenuto un atteggiamento intransigente, la Cina su tutti, ma anche il Canada e persino il tanto bistrattato Messico, hanno portato a casa un atteggiamento “più ragionevole”.
L’Europa dovrebbe fare la voce grossa, perché è il mercato di riferimento degli USA che vale altrettanto o quasi quello americano per le aziende europee, considerando anche le forniture di servizi (tutto il fatturato delle Big Tech dell’economia digitale) e non solo le merci.
Magari in Europa qualcuno ci capisse!



