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8 Agosto 2025Mirco Rossi voleva venirmi a trovare per regalarmi il suo libro, L’ultimo fanganèo, da poco pubblicato per l’editore Supernova. E se verrà lo accoglierò volentieri. Ma ero curioso e l’opera me la sono procurata prima di incontrarlo, per leggermela subito. La libreria Marco Polo è a un passo da casa.
Non è un romanzo, e la si può dire una memorialistica, questo lo sapevo in anticipo, solo questo, però, e null’altro. Sono sincero, prima di leggere mi aspettavo qualcosa di diverso, indotto dalla foto color seppia della copertina, tipo un ‘come eravamo’ dell’infanzia, magari legato alla Gazzera, il borgo delle origini di Mirco, qualcosa di più e di meglio di un semplice quartiere. Invece nulla di tutto questo o, meglio, anche un po’ di tutto questo, nel contesto più ampio di una storia umana vera, che, dopo un po’ mi ha preso. Perché poi, ed è stato meglio, mi era sfuggito il sottotitolo, che appare solo internamente e che avrebbe potuto orientarmi e condizionarmi.
A dominare la lettura di questo libro c’è lo stile dell’autore e devo dire che nel mio approccio ai libri, che siano saggi o romanzi (questi pochissimi), lo stile è la cosa che mi cattura di più, perché mi mette dentro alle vicende, che solo allora, con lo stile, cominciano a interessarmi. Se in un libro nella prima pagina non trovo uno stile riconoscibile, lo chiudo e resta sul comodino a lungo e poi nello scaffale per sempre.
Qui ovviamente non è successo.
Dopo un po’ che leggevo L’ultimo fanganèo, mi dicevo: “ma guarda un po’ questo qua come riesce a raccontarti i fatti suoi, avvicinandoteli senza che te ne accorgi”. C’è molto contorno di vicende giovanili nel libro, ma al centro della sua storia vera, protagonista indiscussa, c’è la relazione con la donna diventata per un periodo sua moglie e madre del suo primogenito. La relazione comincia oltre la metà abbondante del racconto, in cui la prima parte è solo un lungo, interessante preambolo. Tutta la vicenda dei due da un certo punto in avanti tiene sottilmente in ansia chi legge, perché quasi subito si intuisce, fin dai primi dialoghi, che è una relazione che potrebbe non andare a finire bene. Colpisce il fatto che Mirco e Marisa si impegnano però molto a tenersi in vita il loro rapporto, e poi inevitabilmente alla lunga prevale quell’incomprensione che leggi continuamente in filigrana. La loro storia finirà per sempre, purtroppo attesa dal lettore già molte pagine prima che si concretizzi.
Nelle pause della lettura pensavo che molte relazioni tra uomo e donna sono così, o quasi così, più di quanto si creda. Alcune si concludono, molte no, durano fino alla fine con codici reciproci tra i più vari, non solo la finzione, anche se c’è finzione, a volte anche con un tacito coraggioso accordo. Azzardo: forse sono tutte un po’ così.
Mirco racconta tanto, ma lo stile e la costruzione dell’opera sta anche in quello che non dice o che non approfondisce troppo.
Avrebbe potuto indulgere molto di più sullo sfondo sociale e culturale degli anni Sessanta, ma non lo fa se non con molti e ripetuti riferimenti, forse per evitare di distrarre il lettore. Semmai ci sono di più nell’ultima parte gli accadimenti degli anni Settanta, ma perché funzionali alla vicenda principale, quella gli interessa. C’è una parentesi direi estremamente sintetica sul matrimonio, poche pagine per imbastirlo e celebrarlo. E poi, senza altri particolari tra i due, che in un romanzo avrebbero sicuramente trovato più spazio, nasce il loro bambino, quasi all’improvviso per chi legge. Nella fase finale del declino della coppia e di una inaspettata emancipazione di Marisa si intuiscono relazioni incrociate con altre e altri, più conseguenza che causa della loro crisi, come spesso avviene. In un film o, ancora, in un romanzo avrebbero trovato posto più in abbondanza, ma qui non emergono proprio e non per pudicizia, ma perché non rappresentano il nocciolo della storia. E ancora: non si viene a sapere se la fine della loro unione avviene drammaticamente, facendo volare gli stracci, o più tranquillamente da buoni amici, come a volte ipocritamente si dice. La sofferenza del figlio adolescente e il mesto trasloco di Mirco che se ne va da casa non sono delle spie sufficienti al riguardo. Quindi la descrizione di un più o meno burrascoso finale per Mirco nell’economia del racconto evidentemente contava fino a un certo punto, e in definitiva non c’è. Da ultimo, nel non detto, anzi nel non narrato, Marisa esce di colpo di scena e se ne perdono le tracce nelle ultime pagine. Se vuoi, lettore, pensaci tu. Infatti, ci penso io, e, da come l’ho conosciuta, mi piace vedermela decisa a ricostruire la sua vita, e chissà se è andata poi così, non ne so proprio nulla. Quel che posso dire è che alla fine leggendo ho voluto bene a questa figura che nelle pagine del libro ho incontrato ragazza timida e ho lasciato donna emancipata e volitiva, anche per merito di un compagno d’eccezione. Che su questa dolorosa vicenda ha saputo usare la memoria scritta con una certa maestria, consacrando un genere poco praticato.
(((Ne approfitto per rilevare a questo punto che nel panorama della bulimia di produzione di narrativa romanzata in Italia, 85.000 titoli all’anno secondo Google, la memorialistica, che è fuori da questa statistica, può essere vincente e innovativa. Se sorretta dallo stile, potrebbe essere la vera narrativa del futuro, anche perché l’autore può comunque romanzarla a piacimento, rendendoti ancora più vera la sua storia, e l’avrà fatto sicuramente anche Mirco, meglio non sapere dove))).
Certo, ne L’ultimo fanganèo ci sono tante altre vicende, personali, di formazione, sociali e culturali, che si ricostruiscono leggendo, perché non strutturate come quella principale. E mi sono chiesto se anche alcune di queste vicende, come per esempio i successi nel lavoro, per l’autore non volessero essere protagoniste alla pari di quella che ho interpretato come ‘la’ storia. E ho concluso che no, molte altre vicende importanti ci sono, ma ‘la’ storia del libro è quella. Non è detto che abbia visto giusto, Mirco poi mi dirà.
È vero, emerge ben delineata una Venezia che non c’è ormai più e che Mirco chiama spesso Centro Storico, testimoniando un legame autentico per chi si dichiara subito ‘terrafermiero’. Viene fuori fin dalle prime pagine la spocchia verso di lui dei veneziani di laguna, rivolta a chi proviene da oltre il ponte translagunare (Mirco lo attraversava ogni giorno per andare a scuola), spocchia che personalmente mi ha sempre irritato nel profondo, non riconoscendomi, e che volutamente non ho mai adottato. Ma non so se faccio testo. Forse perché ho abitato a intermittenza a Mestre e ho una moglie di via Cappuccina; nato in Cannaregio, ho poi finito per risiedere, si, in Dorsoduro, ma quello a ridosso di piazzale Roma, un luogo di transito che ti anestetizza un pò i sentimenti di superiorità. Del resto, ho attraversato il ponte ex Littorio anche quattro volte al giorno, si può dire per tutta la vita, no, non so proprio se faccio testo. Quanto a Mirco, di fronte alla spocchia dei compagni, la sua personalità precoce lo difende da quella specie di bullismo gratuito e gli consente di creare in seguito solide amicizie centrostorichesi. La Venezia che non c’è più è poi anche quella dove nel libro scopri che fino a qualche decennio fa c’erano in Centro Storico attività dirigenziali importanti, un vero centro storico terziario e non solo per l’Enel, che è stata poi la casa lavorativa, credo definitiva, di Mirco.
Ad accompagnarci nella lettura, specie all’inizio, c’è anche una terraferma che non c’è più, la Porto Marghera di allora e le masse operaie che sciamano facendosi ogni tanto falciare dai treni al passaggio a livello della Giustizia, nel trasgredire l’ovvio divieto di oltrepassare le sbarre abbassate. E poi la Gazzera dell’infanzia, ghetto felice isolato dai binari di ben due linee ferroviarie.
Di sbircio emerge una inedita bassa veronese, tra campagna arcaica e innovazioni monoculturali, dove le siepi spariscono un pò alla volta quando si fa strada la dirompente razionalizzazione agraria della seconda metà del secolo scorso, un aspetto tra molti altri di un dirompente cambiamento in corso in tutti campi. Perché vero protagonista parallelo del libro, questo si piuttosto voluto, è poi proprio il boom economico e sociale italiano degli anni tra i Cinquanta e i Settanta. Lo si continua sempre a vedere anche nel contesto cittadino come fondale del racconto, e conta anche nella vicenda della coppia. Una chiave di lettura è infatti il famoso ‘ascensore sociale’ della generazione dei cosiddetti boomer. (Due termini, ‘ascensore sociale’ e ‘boomer’, che mi urtano i nervi non poco per la loro stucchevole stereotipatezza, ma che devo ammettere rendono bene, quello inglese significando l’accoppiata boom economico e boom demografico, applicato alla generazione che ne fu protagonista, i nati, stando molto larghi, dal ’40 al ‘70). Mirco e Marisa hanno preso quell’ascensore con il viaggio dalle loro famiglie di origine, attrici non protagoniste, ma ben vive, presenti e condizionanti, fino alla ‘bella vita’, si fa per dire, di quindici anni dopo, spero di aver fatto i conti giusti degli anni.
Di tutto il periodo narrato, un arco largo di un ventennio, emerge in subordine molto altro. Come un servizio militare fatto ancora con la totale insensatezza vecchia maniera e, fuori dal militare, il mito del farsi la casetta, anzi la villetta, regalandoci uno spaccato dell’hinterland di terraferma, che in effetti è ancor oggi un disseminato di casette di quell’epoca. Anche se quella di Mirco in più ha la qualità del design che la distingue, altra testimonianza dell’ascensore sociale.
A Mirco, che se non sbaglio si auto raffigura qualche volta con la sigaretta in bocca fin dall’età giovanile, nella fase più adulta piacciono le auto. Salvo ridimensionarle in seguito per scrupolo ideologico, preparandosi ad un cambiamento radicale, che sarà quello della sua seconda vita, in cui l’ho conosciuto anch’io.
La fase dell’impegno politico e sindacale è del resto relativamente tardiva per lui, avviene nei Settanta, mentre gli anni Sessanta passan via, non nell’indifferenza ma con minore attenzione per quel che accade fuori. E lo si può capire, visto che sono stati anni di formazione lavorativa, nella quale Mirco mette a frutto una particolarissima capacità di duttilità e di adattamento, una genialità in campi diversi, sorprendendo sempre i datori di lavoro.
Un pensiero finale va all’età dei protagonisti, incredibilmente giovani rispetto ai parametri attuali. Scelte importanti, assunzioni di responsabilità sul lavoro, dialoghi coi familiari per impostare il futuro, tutto con poco più di vent’anni e lo stesso si potrebbe dire per Marisa. I pari età attuali sono alle prese con tutt’altro, cazzeggi al confronto. Ma si sa che in questo mezzo secolo c’è stato uno scarto di oltre dieci anni nella maturazione del tutto, a cominciare dall’alzarsi della speranza di vita e dalla nascita, quando più raramente arriva, della prima figliolanza. Nulla di sorprendente in realtà, ma pure questa acerba maturità giovanile nel libro c’è e la si vede, narrata anche in questo caso senza l’intenzione primaria di narrarla. O così a me pare.
Non so se la sua storia continuerà, come Mirco fa intuire, con un altro secondo racconto e con nuovi protagonisti principali. Le serie successive deludono un po’ sempre, lo sappiamo: l’opera prima ‘Per un pugno di dollari’ era comunque meglio del successivo ‘Il bello, il brutto e il cattivo’. Staremo a vedere.
In questa stesura del libro Mirco ci fa sapere che ha ritenuto necessario farsi leggere da altri per aggiustare il tiro narrativo e farsi dire se valeva la pena andare avanti. Ho pensato che avrebbe potuto fare benissimo a meno di quegli appoggi, che lui invece ringrazia.
Non è per me la prima volta che amici e persone care sentano l’esigenza di narrarsi in una fase di avanzata maturità. Qui con Mirco la cosa è riuscita sin troppo bene perché si vede che ha alle spalle una formazione e ha evitato la pedanteria di particolari insignificanti e non funzionali alla storia. Altri, veri dilettanti, ti propinano in perfetta buona fede dei mattoni inventariali, con foto, documenti, copertine rigide, pagine patinate pesanti e scrivono per loro stessi più che per potenziali lettori. Perché il vero tema occulto nella scrittura è il riuscire a farsi leggere. Ma tengo molto cari anche quei tentativi, spesso della generazione dei miei genitori, amici loro e di famiglia, e che certo non ho letto in un fiato come L’ultimo fanganèo. Tutto molto comprensibile, del resto, questo darsi un senso nella maturità. In cui si sente forte il bisogno di trattenere con le parole scritte quello che ha contato nella vita. Le delusioni, certo, gli errori, tanti, felicità piena mai raggiunta, seppur cercata, ma soprattutto le persone, le relazioni, il mondo di quelli che si chiamano affetti. È l’indizio che esiste nell’essere umano la coscienza con una qual certa autonomia dal corpo, e qualcosa di più di una meccanica emanazione dei neuroni del cervello. Se no saremmo tutti solo quell’aggregato informe di cellule a cui non mi rassegno.
E adesso in santa pace andrò a leggermi la prefazione di Gianfranco Bettin, omessa volutamente prima della lettura e destinata al dopo.
Mirco Rossi, L’ultimo fanganèo, Supernova edizione, Venezia 2025
(la foto di accompagnamento è stata scattata davanti a casa mia e davanti all’ex Enel, che si vede nello sfondo, per anni luogo di lavoro di Mirco, sul Rio Nuovo, canale di transito)



