
CONO DI LUCE La poesia della radio con Susanna Tartaro.
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28 Agosto 2025La noia è uno stato d’animo che sperimentano tutti, si sa, fin da bambini. Non saprei dire con certezza a che età si manifesta. Forse da quando abbiamo il ben dell’intelletto e quello della parola: “Mamma, non so che fare. Mi annoio”.
È un sentimento che bisogna contrastare, suggerisce la saggezza popolare. Bisogna tenersi occupati, crearsi degli interessi, darsi da fare. La noia, infatti, è parente stretta dell’ozio, che, com’è noto, è il padre di tutti i vizi. Ma sarà proprio vero che noia ed ozio siano condizioni tanto deplorevoli?
Beninteso, non tutti possono permettersi il lusso di annoiarsi. E forse sì, la noia è proprio un lusso. Chi patisce la fame è verosimile che non si annoi molto. È occupato a soffrire e fare altro. Chi è affetto da gravi malanni è tutto preso dal disagio della propria condizione. Direi che non si annoia granché. Chi ha guai d’altro genere, chi ha il problema della miseria o chi è costantemente assillato dal pensiero di come sbarcare il lunario per sopravvivere, è preoccupato da ben altro, certo ha poco tempo per annoiarsi. Eppure…
Eppure sta di fatto che la noia è un sentimento in tutti latente: è presente sottotraccia nella nostra intera esistenza. Generalmente è considerato uno stato d’animo deplorevole e ingiustificato. Ti annoi?, diciamo a noi stessi. Ebbene, vergognati: pensa a chi non ha il tempo o la testa per annoiarsi! Datti da fare, cerca qualcosa che ti tenga occupato, anziché lamentarti e rammaricarti della tua noia.
E ci sono tantissimi modi per non annoiarsi. A volte sembra che la vita medesima sia una continua ricerca dei modi con cui non annoiarsi. Quando infatti non è la realtà stessa dell’esistenza ad incaricarsene, a tenerci occupati, possiamo ben pensarci da soli a fuggire la noia. Magari in modi assai nobili, prendendoci cura, ad esempio, degli altri, di chi ha più bisogno, rendendoci utili. Ma ciascuno trova i suoi modi.
E i modi sono tanti, dicevamo. C’è chi non si annoia grazie ai suoi hobby e o alle passioni meccaniche e costruttive; chi si dedica anima e corpo alla cucina o al cibo o al sesso o allo sport; chi compulsivamente legge o gioca a carte o fa enigmistica; chi si diverte e si distrae col suo stesso lavoro (e sono questi, forse, i più fortunati); chi studia matematica o filosofia o astronomia. E via di questo passo. I modi sono innumerevoli. E sono modi tra loro anche molto diversi. Ma non se ne discute, qui, la liceità o l’intrinseca bontà o la moralità.
Però una cosa è certa: la noia non è un sentimento che susciti consensi e approvazione da parte dei più. Di solito è giudicata assai male e con severità. Eppure la noia, il tedio è forse una delle caratteristiche peculiari dell’animo umano. Non sembra infatti di cogliere niente del genere negli altri esseri viventi. Quando mai ci vien fatto di pensare che un cane o un gatto che se ne stanno distesi al sole (o all’ombra), con la pancia piena, si stiano propriamente annoiando?
Lo dice anche il Poeta, nei panni di un pastore errante dell’Asia, il quale, rivolgendosi al suo gregge, lo apostrofa con invidia: beato te, gli dice, che, quando non hai da lamentarti per la mancanza di cibo oppure per la rigidezza del clima o per le intemperie, ebbene, in assenza di simili privazioni e disagi, non hai nulla di cui dolerti e te ne stai beato e appagato sull’erba, e sembra che tu non abbia bisogno di nient’altro.
Io, invece – lamenta il pastore – pur non essendo affetto da sofferenze e carenze, pur non avendo nulla di preciso di cui lamentarmi, anzi, proprio quando non ho niente che mi provochi un disagio reale, ebbene, proprio allora io sono tormentato dal tedio, non sono soddisfatto e un fastidio quasi m’ingombra l’animo, pur non sapendo bene io stesso il perché.
…Dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?
Ma non sarà che la noia sia un sentimento meno ignobile di quanto non si creda? Non sarà che tale insoddisfazione apparentemente indeterminata e vaga discenda precisamente dalla condizione specifica dell’essere umano, cioè da quella nostra tendenza insopprimibile a porci delle domande impossibili, tanto grandi quanto inevitabili e al contempo improduttive? Per esempio domande sul senso della propria posizione nel mondo; sul significato di cosucce come il nascere, il vivere e poi il morire; sul senso dell’intero universo; sullo scopo dell’esistenza di ciascuno e di tutti? Un’esistenza che tanto spesso ci pare dotata, sì, di una inevitabile fine, ma non altrettanto chiaramente, invece, di un fine.
Può darsi che sia stupidissimo porsi domande “ultime” di tal fatta, a cui pare che proprio nessuno (se non per la via della fede o di altre credenze) riesca a trovare una risposta soddisfacente e certa. Ma è altrettanto vero che tali domande nessuno può, più o meno consapevolmente, eluderle del tutto. Sotto sotto non vi è chi non se le ponga o non se le sia mai poste o non torni di tanto in tanto a inciamparvi col pensiero. È forse una specie di vizio o di condanna a cui la specie uomo pare proprio non possa sottrarsi.
Ciò detto, tali domande apparentemente inutili, in quanto prive di risposte soddisfacenti, forse non sono però del tutto improduttive. Esse, per esempio, ci consentono di maturare un atteggiamento, come dire, di distanza o distacco dalle numerose cose del mondo e della vita in cui perennemente ci dibattiamo: dalle rabbie, dalle paure, dai disappunti, dai rancori, ed anche dalle gioie, nonché dagli appetiti, dai desideri e dalle avidità che sembrano essere alla radice di molte infelicità dei nostri simili e che, se guardati in una prospettiva “aerea”, più ampia ed alta, ci appaiono all’incirca frottole o inezie, quando non vere e proprie idiozie.
Sicché anche il tedio e la noia (e non sottilizziamo qui sulle differenze di sfumatura e d’intensità che i due termini designano), tutto sommato, possono essere uno stato d’animo con cui non è stupido imparare a convivere. È indubbiamente un sentimento scomodo e disagevole, la noia, e ci vuole un po’ di pratica, certo, per navigarlo proficuamente. Soprattutto ci vuole una certa dose d’ozio per dedicarvisi. È anche un lusso la noia, sì. E pure l’ozio lo è, il tanto vituperato ozio, il far niente, ma proprio niente, che è il presupposto del tedio. E magari entrambi, ozio e noia, servono a qualcosa. Sono una specie di vuoto pneumatico benefico in cui tutto il “pieno” della nostra vita può prendere ossigeno e rarefarsi. Ci consentono di porci di fronte alle cose del mondo con uno sguardo diverso dal consueto.
Quando poi si prende atto (e ciò accade continuamente) che tanti ragazzini sono perennemente impegnati in svariate e molteplici attività extrascolastiche, sportive e d’altro genere, con un’agenda fittissima d’impegni, senza mai il tempo di starsene senza far niente, ma proprio niente (se non di stare, appunto, da soli con se stessi, a pensare e fantasticare), ci si domanda se il far niente, oltre che notoriamente dolce, non possa a suo modo essere anche utile e se, viceversa, non sia un errore grave privare bambini ed adolescenti di tale opportunità.



