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Abbondano in agosto le réclame di grigliate, arrosti, arrosticini, “sparate” da grandi tabelloni o dai coloratissimi dépliant che i Supermercati distribuiscono nelle nostre cassette delle lettere. In particolare, una grande catena di Supermercati si fregia del titolo di fornitrice ufficiale di “buona carne” per una nostra Nazionale. Ho scritto alla responsabile del Servizio clienti chiedendo chiarimenti su una così convinta spinta pubblicitaria a consumare carne, in tempi in cui – ormai – anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha certificato la responsabilità oncologica di un consumo frequente di carni (in particolare, “rosse”), l’inquinamento atmosferico, delle acque e dei suoli dovuto agli allevamenti intensivi è per la sua evidenza sotto gli occhi di tutti, per non parlare delle crudeltà e delle sofferenze inflitte agli animali allevati e poi uccisi nei mattatoi.
La risposta della Responsabile del Servizio clienti è stata ineccepibile sotto il profilo della “mission” aziendale: dopo aver riconosciuto che il consumo di carne non è necessariamente legato a prestazioni sportive di alto profilo – dato che effettivamente esistono atleti dalle ottime performance che adottano scelte vegetariane o vegane – e dopo aver riconosciuto che molte persone non mangiano carne per motivi etici, ambientali e di salute, mi sottolineava che la loro offerta risponde alle più disparate esigenze alimentari della clientela: dunque carne sì, ma anche opzioni vegetariane e vegane. Risposta che sembra equilibrata e rispettosa di ogni tendenza: anzi, direi, attenta pure a scelte e tematiche minoritarie. Ma secondo me proprio qui si nasconde l’insidia.
Come ho poi risposto alla Responsabile del Servizio clienti, mantenersi equidistanti in un confronto può apparire una scelta pacata e lungimirante: in realtà, in tal modo non si prende posizione e si vengono implicitamente ad avallare anche posizioni aberranti. Perché, se e è vero che esistono ormai argomenti conclamati – appunto di ordine sanitario, ambientale, etico – contro il consumo di carne (o, almeno, contro un certo consumo di carne, come chiarirò poi), allora sostenerne o pubblicizzarne il consumo che senso ha, se non il profitto? Certo, si offrono anche alternative vegetariane e vegane (senza però incentivarle), ma in questo modo si fanno passare le due opzioni come semplici e personali scelte equivalenti: sicuramente sono equivalenti per l’ azienda interessata a vendere! Ma, a ben vedere, da una parte c’è una scelta che tiene conto della salute e del benessere delle persone, del pianeta e degli animali, dall’altra c’è una scelta che di tali motivi non tiene conto, basata (quasi) sempre sul semplice piacere personale e su abitudini consolidate. In altre parole, chi fa una scelta vegana o vegetariana porta vantaggi anche a chi queste scelte non le approva!
Ma, per uscire per un attimo dalla polemica “Carne sì, carne no”, può esistere un consumo di carne tollerabile, cioè sostenibile? Qui mi inimicherò qualche solidale vegano, ma la mia risposta a una simile domanda è “Sì”.
La scorsa estate sono passato in bici sul Cansiglio. Fermandomi a mangiare qualcosa, ho notato diversi animali “liberi” di pascolare tranquillamente, in particolare dei maiali. In realtà si tratta di una condizione di “semilibertà”, in quanto gli animali si muovono liberamente sì, ma entro spazi recintati, per quanto ampi o molto ampi. Bene, ad attirare la mia attenzione furono una decina di maialini (e presumibilmente maialine) intenti a giocare spensierati rincorrendosi, ruzzolando, lottando come disperati lanciando gridolini eccitati. In disparte, come qualsiasi madre, delle scrofe erano sdraiate a godersi il sole di settembre. Altri maiali grufolando rovistavano col muso qua e là. Non si vedevano deiezioni, non si sentivano odori strani. Mi vennero e mi vengono in mente gli odori nauseanti provenienti dagli allevamenti intensivi di maiali che si avvertono passando in auto lungo la Triestina, d’estate: “Ma se qui, a centinaia di metri di distanza, si avverte questo tanfo, come sarà per chi ci abita vicino, e per gli animali stessi, rinchiusi in capannoni malamente aerati e soffocanti?” Si dirà: ma sono maiali!, abituati a vivere sguazzando nei loro liquami. Ma l’esperienza del Consiglio (come di altre “oasi” per animali in semilibertà) mi ha dimostrato che non è così: è vero che ai maiali piace sguazzare nel fango (che ha una funzione igienica sulla loro pelle, proteggendoli da mosche e altri insetti), come piace agli ippopotami , ai tapiri e a tanti altri: nel fango, non nelle loro deiezioni! Ecco un tipico caso di un animale colpevolizzato per abitudini che gli abbiamo imposto noi!!
Tornando ai maiali del Cansiglio, mi venne confermato che essi non fanno mai i loro bisogni dove poi si sdraieranno, e che le scrofe, quando è il tempo del parto, fanno nascere i piccoli su un giaciglio di paglia pulita. E tornando pure al nostro tema: evidentemente quei maiali, raggiunto il peso richiesto, verranno sacrificati per fornire carne al nostro palato. Ma questi animali – riflessione che mi costò l’emarginazione e la successiva autoesclusione da un gruppo vegano – avranno avuto una vita felice, sì o no?! Non è questo ciò a cui anche noi “umani” aspiriamo? Anche noi sappiamo che dovremo morire: in questo intervallo di tempo tra la nascita e la morte che ci è concesso, non cerchiamo forse di vivere una vita per quanto possibile felice? E certamente, loro verranno uccisi per essere mangiati, non si scappa: sono illusorie le fughe in avanti che predicano ora e subito l’estinzione del mangiar carne (pur rimanendo questo l’orizzonte finale) in un contesto culturale in cui si mangia carne da millenni (ma non da sempre: basti osservare la pochezza dei nostri denti canini a confronto con quelli di un qualsiasi carnivoro, anche del nostro cane) e in cui – fino a non molto tempo fa – il potersi cibare di carne era inconfondibile segno di benessere. Pare che le nuove generazioni siano più restie a cibarsi della carne di animali che sui social hanno visto vivere, gioire, soffrire, e che siano più sensibili ai problemi ambientali, cui certamente gli allevamenti intensivi contribuiscono in maniera determinante; e quindi, per chi non è di nuova (o ultima) generazione e non si sente di rinunciare alla carne, il messaggio è: si può mangiare la carne (poca) purché proveniente da allevamenti che certifichino (realmente) la cura per il benessere degli animali. La carne costerà un po’ di più, ma ne guadagnerà la salute del consumatore, dell’animale, e del pianeta. Già sento l’obiezione di chi da giovane si batté contro le ingiustizie sociali e perché il benessere si diffondesse anche alle classi sociali più sfruttate: “In questo modo la carne “buona” diventa privilegio di chi se la può permettere!” Sì, ma parliamoci chiaro: se me lo posso permettere, perché non farlo? E ciò non vieta affatto di battersi contro le ingiustizie sociali!
In definitiva: gli animali che poi macelliamo subiscono anche una vita infame negli allevamenti intensivi, mentre avrebbero diritto a una vita dignitosa. Mi viene in mente che è stata salutata con molto favore la nuova norma di legge che inasprisce le pene per chi maltratta o uccide un animale. Si capisce l’intento positivo del legislatore, ma non si può non osservare la conferma della pesante suddivisione degli animali in animali di serie A e di serie B: da una parte si inaspriscono le pene per chi li maltratta (fino a 4 anni di reclusione), ma chi sono questi animali? Maiali, polli, ovini, bovini? Ma no, questi si potranno impunemente continuare a seviziare negli allevamenti e a uccidere nei mattatoi; si tratta invece dei nostri adorati “pet”: cani, gatti e altri animali “di compagnia” che hanno avuto la fortuna di nascere in contesto alimentare che li disdegna (in altre parti del mondo, infatti, le loro carni sono piuttosto apprezzate). A questo proposito, la cosiddetta superiorità dell’Occidente (di ideali, di valori, di diritti…) venne duramente messa alla prova quella volta che l’Unione europea cercò di vietare l’importazione dalla Cina di carne di cane entro i suoi confini: grande prova di civiltà! Ma la Cina rispose con la minaccia di vietare l’importazione della nostra carne di cavallo, considerato in Cina animale troppo nobile per essere mangiato. Come andò a finire è facile immaginare: la legge del commercio prevale su tutto per cui, molto probabilmente, noi importiamo carne di cane, e la Cina quella di cavallo: basta che non si sappia.
È ora di concludere. Concludevo così, un po’ provocatoriamente, la mia seconda mail alla Responsabile del Servizio clienti di quella grande catena di supermercati che si vanta di fornire “buona” carne a una nostra Nazionale: “In altre parole, perché non scrivere sulle confezioni di carne che da parecchi anni l’organizzazione Mondiale della Sanità ha certificato che la carne rossa, mangiata più volte la settimana è stata dimostrata potenzialmente cancerogena? E perché non mettere in risalto che il consumo di carne alimenta enormi allevamenti intensivi che sono fonte di inquinamento e di eccessive emissioni di CO2? E infine, perché non mettere sulle confezioni di carne un Q-R Code che, scaricato, mostri le modalità con cui vivono gli animali negli allevamenti intensivi, e come vengono uccisi nei mattatoi? Nel caso foste sprovvisti, consiglio la visione del film-documentario Dominion, scaricabile gratuitamente da Dominionmovement.com, patrocinato, tra gli altri, dall’attore Joaquin Phoenix. Con queste aggiunte sulle confezioni di carne rendereste sicuramente i Vostri consumatori più consapevoli delle loro scelte alimentari; e allora sì, che potreste trarre un buon profitto dalle aumentate vendite di prodotti a base vegetale. Buon lavoro e buon proseguimento.”



