
ANIMALS Il primo gradino*
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14 Settembre 2025Il concetto di overtourism è già sbagliato in partenza perché spesso viene misurato con un rapporto matematico tra turisti e residenti. Assurdo. Ci sono destinazioni turistiche con poche centinaia di abitanti e milioni di visitatori all’anno che nessuno considera un problema, perché il turismo è ricco e ben organizzato. Saint Moritz ha poco più di 5.000 residenti e attira un flusso enorme di presenze, ma lì non si parla di overtourism, si parla di alta redditività. Anche Cortina con i suoi 6.000 abitanti in alta stagione ospita decine di migliaia di persone, è overtourism? No, è economia di montagna che funziona. Porto Cervo ha 400 residenti e in estate diventa una metropoli di yacht, imbarcazioni da diporto di tutte le dimensioni, ma chi ci vive si lamenta forse? Non proprio, perché con i visitatori arrivano anche i soldi di cui beneficiano le attività economiche e gli abitanti del territorio. Dunque il rapporto turisti/residenti non è significativo. È una statistica approssimativa che non qualifica la reale portata e consistenza del fenomeno, ed è buona solo per fare titoli ad effetto sui media.
Il concetto di overtourism è la classica titolazione da convegno internazionale con buffet gratuito, un termine pomposo che sembra dire tutto, ma non dice niente. Overtourism, “troppo turismo”. Troppo rispetto a cosa? Chi decide qual è la soglia massima, il livello di guardia? Mille persone? Centomila? Milioni? È come parlare di “troppa felicità” o “troppa pizza”: misura non pervenuta, standard inesistente, pura aria fritta.
Ogni città o regione si riempie la bocca di questo spauracchio statistico, sventolando slide piene di numeri sugli arrivi, ma nessuno riesce a dire: “il limite è qui”. Perché non esiste. Il turismo non è misurabile solo in quantità, non è un serbatoio che trabocca, è un ecosistema fatto di qualità, valore economico, impatto sociale, capitale umano.
Perché il vero problema non è “quanto turismo”. Il vero problema è che tipo di turismo. Il fenomeno devastante non è l’overtourism, ma lo shit tourism: orde che spendono poco, imparano nulla, lasciano rifiuti e nessuna ricchezza. Non è questione di numeri, ma di livello qualitativo.
Un esempio: 10mila turisti che si recano in Città con viaggi organizzati o che comunque soggiornano in alberghi e in strutture ricettive regolarmente registrati, mangiando in ristoranti e strutture dedicate e che comprano artigianato locale, visitano la Città, rispettano le regole, sono un indubbio beneficio. Mentre 10mila turisti low cost che arrivano in modo caotico trascinando i trolley sui masegni, comprano la birra calda, pizza surgelata riscaldata al supermercato e si piazzano a bere lattine sul Ponte di Rialto o nell’area marciana sono una iattura. Stesso numero, effetto opposto. E allora di che overtourism parliamo? È shit tourism il problema, punto.
Lo shit tourism si riconosce facilmente:
- Spesa giornaliera ridicola: due spicci per un trancio di pizza gommosa e un magnete “Made in China” con il leone di San Marco stampato male.
- Zero rispetto: piedi a mollo nei canali, picnic sui gradini delle chiese, abbigliamento balneare, calli, fondamenta e campi trasformati in campeggio.
- Capitale umano sottozero: lavori precari, stagionali pagati al nero, qualità dei servizi sottozero.
- Effetto incrementale (come i titoli tossici): la Città si adatta al peggio, abbassando standard e decoro, crescono solo i prezzi!
E qui veniamo al cuore economico. Venezia conta circa 7.000 alloggi registrati su Airbnb (dato 2024, Comune di Venezia), pari a un terzo dell’offerta ricettiva della città, in gran parte appartamenti sottratti al mercato residenziale. Non sono numeri da folklore, sono numeri che cambiano la struttura del mercato immobiliare, dell’occupazione e persino della composizione sociale. Un terzo della città è stato trasformato in hotel diffuso, senza regole.
Questo produce un indotto di lavoro povero: stagionali a chiamata, contratti part-time travestiti, zero formazione. La produttività è bassissima, l’Italia incassa circa 100 miliardi l’anno dal turismo (dati ISTAT 2023), ma il valore aggiunto è modesto rispetto al PIL. Altro che “petrolio d’Italia”, il turismo è un settore labour intensive a basso margine. Tradotto: tanta occupazione, poca qualità, salari da fame. È un segmento “povero” che senza innovazione non salirà mai di livello. Non puoi campare di tramezzini e gondole di plastica pensando di realizzare un sistema economico alternativo alla “Silicon Valley” cioè allo sviluppo industriale innovativo.
Ecco la grande bugia: “il turismo è il petrolio dell’Italia.” No, l’industria, anche quella legata al petrolio con tutti i suoi limiti ecocompatibili, ha tuttavia creato ricchezza vera, moltiplicato investimenti, attivato e attirato ricerca, generato catene di valore industriali. Il turismo italiano, se resta quello delle pizze surgelate a 15 euro, è in grado di generare solo merce scadente e nuovi poveri, non innova, non alza la produttività, non crea capitale umano. È l’illusione di crescere mentre resti fermo.
Perché si predilige la massa
Perché allora si continua a puntare sulla quantità? Perché la massa è facile. Sono clienti che non richiedono qualità, non chiedono competenza, non pretendono attenzione ai dettagli. Puoi vendere loro la stessa esperienza standardizzata, copia-incolla, senza inventarti nulla. La massa non contesta, consuma in modo acritico, passa e se ne va. È l’industria del fast food culturale applicata ai territori: milioni di porzioni identiche servite senza pensiero.
Qui entra la riflessione filosofica. Come direbbe il Professor Galimberti nel mondo contemporaneo la quantità ha sostituito la qualità come criterio di valore. Conta quante visualizzazioni hai, non che cosa hai detto o scritto. Conta quanti follower, non se sai “fare” qualcosa che vale. E così nel turismo: conta quanti arrivi, non che cosa quei turisti hanno trovato. È la logica numerica che fagocita il senso. Venezia diventa così un mero dato quantitativo: 30 milioni di visitatori. Ma se quei visitatori hanno speso pochi euro a testa per un giro a San Marco e Rialto senza null’altro approfondire hai solo accumulato quantità vuota. La qualità, quella che costruisce ricchezza, è scomparsa.
Il punto è che il problema non è la domanda. La domanda è una conseguenza naturale: Venezia è unica, e la gente verrà sempre. Il problema è l’offerta. Se tu offri un territorio come se fosse un discount, attirerai consumatori da discount. Ti piace vincere facile: metti a disposizione punti di ristoro con prezzi relativamente bassi diffusi ormai in ogni angolo della Città comprese le calli dietro la Piazza e pensi di aver risolto. Ma non hai creato valore, hai solo degradato l’esperienza e messo un cartello di saldo permanente su Venezia.
Se invece proponi qualità vera – servizi seri, cultura accessibile, esperienze autentiche – la domanda si adegua. Perché non è scritto da nessuna parte che il turismo deve per forza essere “cafone” e maleducato. Lo diventa se tu lo tratti così. La leva è sempre l’offerta, non il numero dei visitatori. Se elevi lo standard elevi il turista. Se lo abbassi ti meriti lo shit tourism.
E altrove? Sempre la stessa storia
Non è un destino veneziano. Barcellona combatte da anni lo stesso problema. Milioni di visitatori che arrivano a mangiare tapas precotte, dormire in appartamenti turistici e trasformare i quartieri in parchi a tema. Risultato? I residenti scappano, i prezzi esplodono, e i nuovi lavori sono quelli di camerieri senza contratto. Gli spagnoli la chiamano “turistificazione”, ma il meccanismo è identico: tanto volume, poco valore.
Dubrovnik, la “perla dell’Adriatico”, è diventata un set di Game of Thrones. Migliaia di crocieristi sbarcano ogni giorno per due ore di selfie sulle mura. Non dormono, non mangiano, non spendono. Il Comune incassa ticket e poco altro, i cittadini si ritrovano una città invivibile e nessuna vera economia. È shit tourism puro: massimo impatto, minimo ritorno.
E Firenze? Lì è Disneyland rinascimentale, decine di migliaia di turisti che sfilano davanti agli Uffizi come in coda a Gardaland, due foto, un souvenir di pochi spiccioli e via. I fiorentini veri si chiedono se valga la pena restare, mentre gli operatori turistici lavorano per stipendi da fame.
Il modello è sempre quello: molta quantità, poco valore aggiunto, nessuna innovazione. È l’economia della pizza surgelata servita come “specialità locale”, spacciata per “pilastro nazionale”.
Ecco perché dovremmo bandire il termine overtourism dal vocabolario delle amministrazioni, dei giornalisti e degli esperti col PowerPoint. Non serve. È fuffa. Il vero nemico è lo shit tourism: quello che abbassa il livello qualitativo del territorio, lo impoverisce e lo rende un luna park di plastica.
Morale: se hai turismo di qualità non ce n’è mai “troppo”. Se hai turismo scadente anche poco è già troppo.
Il turismo è una risorsa preziosa, tanto più in questo periodo di transizione dell’economia globale, ma necessita di qualificazione, organizzazione, innovazione e nuovi servizi digitali, aumentando in tutti i settori qualità e conoscenza attraverso una politica e una strategia complessiva a livello regionale che superi le limitazioni e le visioni locali.
Il turismo dà già oggi un contributo rilevante al valore aggiunto regionale: almeno un 15%, di poco inferiore a quello della manifattura, ma non può essere la soluzione strutturale che risolve tutti i problemi, esso infatti crea attualmente occupazione a bassa qualificazione e bassa redditività ed è diretto soprattutto verso le destinazioni più conosciute come Venezia. Verona e, con periodicità stagionale, le Dolomiti e il litorale.
E’ una delle sfide cruciali che deve affrontare il Veneto nel suo complesso per indirizzare la sua economia su produzioni innovative e ad alta tecnologia caratterizzate da notevoli livelli di qualità e di conoscenza. Ma questa trasformazione comporta il passaggio radicale a un nuovo modello produttivo, rivoluzionario rispetto a quello del felice paradosso che ha fatto fino ad ora la fortuna dell’economia veneta, cioè del “piccolo è bello”. Infatti il tessuto produttivo di piccole e medie imprese deve ripensarsi e trasformarsi nella nuova manifattura, quella digitalmente ibridata, in condizione di affiancarsi alle produzioni di nuovi servizi digitali, uno sviluppo economico nuovo di cui necessariamente dovrà occuparsi la politica per regolamentare soprattutto il mare magnum dei servizi. E quindi ci si deve occupare in particolare dei servizi turistici che sono in grado di sopperire e assorbire in termini occupazionali e reddituali gli impatti negativi dei processi di trasformazione dei processi industriali che le attuali congiunture economiche rendono impellenti. La trasformazione e l’adeguamento del nostro sistema economico globale, compreso il settore turistico, verso processi innovativi ad alta intensità di conoscenza è la sfida e il fattore critico che determinerà in prospettiva la prosperità in generale della nostra Regione.



