
Overtourism? No, shit tourism
14 Settembre 2025
La morte degli invisibili
14 Settembre 2025A fine agosto, a Milano, Espanet – la rete di studiosi nata nel 2008 per stimolare il dibattito interdisciplinare sulle politiche sociali – ha organizzato una tre giorni intensa, dal titolo evocativo: “Lo Stato sociale nel XXI secolo”. Nei corridoi, tra un caffè e un microfono acceso, aleggiava la domanda riportata nel sottotitolo della conferenza: siamo sull’orlo di una nuova era del welfare, o stiamo semplicemente tornando alle origini, come in un racconto che ripete vecchie pagine con nuove illustrazioni?
Il tema non è di pura teoria. Riguarda non solo la crisi del bilancio pubblico italiano, ma, in forme e intensità diverse, tutta l’Europa. Dal Nord al Sud del continente, gli Stati devono confrontarsi con un welfare che fatica a sostenersi, tra invecchiamento della popolazione, riduzione delle nascite e pressioni fiscali sempre più stringenti.
Tony Judt, nel suo monumentale Postwar, aveva colto bene il punto. Gli europei – scriveva – stanno a metà strada tra gli americani e gli asiatici: meno individualisti dei primi, lontani però dal collettivismo dei secondi. È in questo terreno intermedio che l’Europa ha inventato e consolidato il Welfare State, quell’insieme di tutele che proteggono chi si ammala, chi perde il lavoro, chi invecchia, chi nasce senza mezzi. Un patto sociale che, pur declinato in modi diversi, è diventato marchio di fabbrica del Vecchio Continente.
Il Welfare copre molti aspetti della vita sociale: assistenza sanitaria, pensioni, sostegno alla disoccupazione, aiuto ai poveri, servizi per l’infanzia e per gli anziani, diritto all’istruzione. È l’ombrello sotto cui la società europea si ripara, talvolta con discrezione, spesso senza rendersi conto del suo valore fino a quando il vento delle difficoltà non lo mette alla prova.
In Europa si distinguono quattro modelli principali, sebbene ogni Paese applichi spesso una combinazione di essi.
Il modello socialdemocratico, tipico dei paesi scandinavi, garantisce un ampio welfare universale. L’accesso ai servizi non dipende dal reddito o dalla posizione sociale. Sanità, istruzione, asili e sostegni pubblici permettono una forte redistribuzione delle risorse, con una spesa sociale elevata. È il modello che punta all’equità, ma richiede un bilancio robusto e un’economia capace di sostenere la spesa.
Nei paesi germanici domina il modello conservatore o continentale. Lo Stato lavora a stretto contatto con sindacati e imprese, in particolare per la tutela del lavoro e delle pensioni. La protezione sociale si fonda sui contributi versati, e le pensioni seguono la carriera professionale. È un sistema ordinato, che premia la stabilità e la continuità lavorativa, ma lascia scoperti i lavoratori più precari o intermittenti.
Nei paesi anglosassoni – Regno Unito e Irlanda – prevale il modello liberale. L’intervento dello Stato è limitato e tendenzialmente rivolto ai più poveri. Mercato e assicurazioni private giocano un ruolo centrale, fatta eccezione per il servizio sanitario britannico, garantito universalmente, anche se costantemente sotto pressione.
Infine, il modello mediterraneo, tipico di Italia, Spagna e Grecia, si caratterizza per pensioni relativamente generose, ma servizi pubblici ridotti, in particolare in ambito sanitario e assistenziale. La famiglia è il vero pilastro dell’assistenza, mentre lo Stato concentra la sua presenza sulla previdenza.
I paesi dell’Europa orientale, usciti dall’orbita sovietica, sono ancora in transizione. Cercano di passare da sistemi universali e statalizzati a schemi misti, introducendo riforme previdenziali e sanitarie. Il percorso è complesso e irto di contraddizioni, perché occorre conciliare vecchie abitudini con nuove logiche di mercato.
Ogni modello nasce da una storia politica e culturale precisa. Le origini risalgono alla fine del XIX secolo, ma il vero consolidamento dei sistemi che conosciamo oggi avviene dopo la Seconda Guerra Mondiale quando le macerie della guerra spinsero i governi a garantire sicurezza e stabilità ai cittadini.. In Italia, la Costituzione del 1948 sancisce, all’articolo 38, che malattia, disoccupazione, vecchiaia, invalidità e infortuni sul lavoro sono garantiti dallo Stato. È l’atto di nascita del sistema di protezione sociale universale, centrato principalmente sulle pensioni e sulla previdenza.
Negli anni Sessanta e Settanta, con l’economia in forte crescita, il sistema previdenziale si estende a tutte le categorie lavorative. Nascono fondi pensionistici per autonomi, agricoltori e categorie professionali. L’INPS diventa il cuore pulsante dell’amministrazione delle pensioni, che restano calcolate secondo il modello retributivo: più alti gli ultimi stipendi e più lunga la carriera, più generosa la pensione.
Negli anni Settanta, il peso dell’invecchiamento della popolazione inizia a emergere, ma il numero crescente di lavoratori contribuenti mantiene il sistema sostenibile. Negli anni Ottanta, però, la crescita rallenta. Il sistema retributivo favorisce chi ha stipendi elevati e carriere lunghe, soprattutto nel settore pubblico. Nascono le cosiddette baby-pensioni: pensionamenti anticipati anche prima dei 50 anni con assegni sostanziosi, un lusso che lo Stato fatica a sostenere.
Nei primi anni Novanta, la riforma Dini sostituisce gradualmente il modello retributivo con quello contributivo, legando le pensioni ai versamenti effettuati durante la vita lavorativa. Seguono le riforme Maroni e Fornero, che alzano l’età pensionabile e restringono l’accesso anticipato.
La crisi del welfare non è un fenomeno esclusivamente italiano. Tutta l’Europa è coinvolta: la vita media aumenta, i tassi di natalità calano, il rapporto tra pensionati e lavoratori attivi peggiora. Negli anni Novanta si stimavano circa 30 pensionati ogni 100 lavoratori; oggi siamo intorno a 50, con punte di 60 in Italia, Francia e Grecia. Solo i paesi scandinavi riescono a mantenere un equilibrio migliore grazie alla maggiore partecipazione femminile al lavoro e a politiche familiari più efficaci.
L’immigrazione ha mitigato in parte il fenomeno, introducendo nuovi lavoratori, ma ha anche aumentato la spesa per assistenza e integrazione, soprattutto se non regolarizzata. Le proiezioni indicano che il peso delle pensioni sul bilancio complessivo dello Stato sociale continuerà a crescere, rendendo urgente una strategia di riequilibrio.
Le soluzioni non possono essere slogan. Occorrono interventi complessi e coordinati.
Il Partito Liberaldemocratico ha affrontato parte del tema in una delle sue proposte programmatiche. Parlando di Sanità e della necessità di garantire pari livelli di assistenza sanitaria a prescindere dalle condizioni socioeconomiche, quindi di sostenere un Servizio Sanitario Nazionale a copertura universale – viene in mente il modello Liberale descritto per il Regno Unito – sono state individuati sette ambiti di intervento. La riforma si basa sulla necessità di migliorare l’efficienza della struttura sanitaria, per evitare sprechi e disservizi, e di uniformare ai livelli più alti la qualità del servizio offerto ai cittadini
Ma l’azione non può ridursi ad un efficientamento della spesa per il welfare, si deve puntare a ridurre la pressione delle pensioni per liberare risorse da destinare a sanità e servizi per l’infanzia.
L’idea di promuovere una previdenza complementare di natura privata affonda le radici nel 1993, quando il D.Lgs. 124/1993 aprì la strada ai fondi pensionistici di categoria e a quelli privati. Da allora lo Stato ha introdotto nuovi incentivi per incoraggiare lo sviluppo delle pensioni integrative, senza però ridurre l’onere della previdenza pubblica. Il passaggio a un sistema misto, in cui una parte della pensione derivi dai fondi privati in sostituzione di una quota della pensione statale, consentirebbe di alleggerire l’impatto della spesa previdenziale sul bilancio dello Stato sociale, liberando risorse da destinare ad altri settori del welfare. In Europa modelli di questo tipo sono già operativi: nel Regno Unito e nei Paesi Bassi lo Stato garantisce una pensione minima, mentre la parte più consistente proviene da schemi occupazionali privati resi obbligatori. In Svizzera, invece, vige il sistema dei tre pilastri: una pensione minima assicurata dallo Stato, un contributo proveniente da fondi professionali obbligatori e, infine, un pacchetto di piani individuali facoltativi con incentivi fiscali.
Non si tratta, tuttavia, di una proposta realizzabile in modo automatico e indolore. In Italia, infatti, le pensioni correnti sono finanziate dai contributi dei lavoratori attivi: di conseguenza, qualsiasi riforma dovrebbe essere accompagnata da un ampliamento della platea occupazionale, per contrastare gli effetti della denatalità.
Come già osservato nel caso svedese, un sostegno può arrivare da una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro, che comporterebbe però anche un aumento dei costi legati all’assistenza all’infanzia. Un altro fattore cruciale è l’immigrazione regolare: l’ingresso di nuovi lavoratori può contribuire a rafforzare il sistema, purché l’economia sia in grado di offrire opportunità, il mercato del lavoro diventi più flessibile e la burocrazia venga semplificata. È necessario, in altre parole, superare i residui di corporativismo e favorire mobilità e concorrenza.
La verità è che non esiste un unico intervento risolutivo. Il welfare è una macchina complessa, che richiede una visione di lungo respiro. Bisogna ripensare le priorità, investire in ciò che sostiene la natalità, favorire l’ingresso e l’integrazione dei lavoratori stranieri, snellire la burocrazia, ridare fiducia ai giovani.
In altre parole: o l’Italia torna a crescere e ad attrarre energie fresche, oppure lo Stato sociale, così come lo conosciamo, rischia di trasformarsi in un ricordo da manuale di storia.



